22 dicembre 2009

La neve, la neve!!!

Questa mattina, dalla finestra:

21 dicembre 2009

Gelo

Continua la mia storia d'amore con la corsa e non si arresta nemmeno con le temperature polari di questi giorni.
Oggi, con una di quelle brezzoline gelide che affronteresti solo con passamontagna e guantoni di pelliccia, mi sono imposto di fare l'eroe e di non rinunciare all'uscita programmata.
Mi sono vestito con il meglio del mio abbigliamento invernale da corsa, che consiste in un paio di pantaloni tecnici ed una maglia parimenti tecnica. Tenete presente che per "pantaloni tecnici" si intendono delle specie di fuseaux aderenti neri che, a causa del mio attuale "fisico asciutto" ("da anoressico" lo descrive la mia gentile mogliettina) mi rendono inguardabile. Una specie di stecco nero che corre su due scarpe bianche. Come dicono a Roma, nun me se ppò vedè.
Comunque, me ne frego, e il motivo è molto semplice: correre al gelo è bellissimo.
Ovviamente, oltre pantaloni e maglia, occorre coprire anche fronte e orecchie tramite fascia e le mani con un paio di guanti, leggeri ma indispensabili.
E poi via.
L'aria fredda ti scivola addosso, tagliente e limpida. Il calore lo senti nascere da dentro, il tuo corpo è l'unica fonte di tepore che si abbia a disposizione. Ed è efficiente, nonostante tutto. Dopo pochi minuti senti che il freddo non ti infastidisce più, anzi, è l'unico modo di equilibrare una temperatura che sarebbe fin troppo alta, dentro a quelle diavolerie tecniche che ci si mette addosso. L'aria che entra nei polmoni è quasi bruciante, ma ti da una sorta di propriocezione amplificata: riesci ad avere la sensazione di ogni centimetro dei tuoi polmoni, li senti vivi nel petto come non mai.
Il fiato esce in nuvole di vapore, perfino dalle spalle ho visto salire del vapore.
Il parco era quasi deserto. Quasi, perché di irriducibili ce n'è diversi, non sono certo l'unico.
Gli alberi coperti da neve che non si scioglie, i prati ai bordi del percorso ghiacciati.
A un certo punto uno scoiattolo mi ha attraversato lesto la strada, a un paio di metri dai miei piedi.
Semplicemente perfetto.

18 dicembre 2009

Casa addobbata

E ora manca solo Babbo Natale.



[in realtà è già addobbata da un po' di giorni, ma dato che latito un po' da queste parti...]

16 dicembre 2009

Stupore e meraviglia

Questo video è una delle cose più affascinanti che abbia visto ultimamente.
Si tratta di una simulazione di come sarebbe la Terra se fosse circondata da anelli come Saturno.
Buona visione.

15 dicembre 2009

James Frey - Buongiorno Los Angeles

Protagonista di questo romanzo è una città, e per di più una delle città più grandi, multiformi, multietniche, popolose,... del mondo: El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles de Porciúncula, oggi detta appunto Los Angeles. Una città la cui dimensione, noi piccoli italiani, facciamo fatica a concepire (ho provato a giocare con Google maps: visualizzare Torino con la stessa risoluzione che comprende l'area metropolitana di Los Angeles, porta a coprire ben più che l'intera provincia. Per chi è pratico da Pinerolo a Novara. Tutta città. Bestiale).
All'interno di questa città si muovono milioni di persone, ognuna con le proprie origini, le proprie ambizioni, i propri problemi, i desideri, i guai, gli amori, gli odii,... e Frey ce li racconta tutti, alcuni col telescopio, altri con la lente di ingrandimento: ci sono notizie storiche e statistiche sulla città, ci sono aneddoti sulla vita di centinaia di persone, ci sono abbozzi di storie personali e ci sono alcuni personaggi la cui vicenda viene narrata nel dettaglio.
Questo gioco di prospettive è ottenuto frammentando tutti gli ingredienti e poi riproponendoli mischiati uno dopo l'altro (fortunatamente mantenendo almeno l'ordine cronologico). Per cui in un capitolo si narrano le vicende di un barbone e in quello dopo si disquisisce sull'industria del porno, e poi una storia dell'acquedotto cittadino, e poi le vicende di un'immigrata messicana, e poi un elenco di aspiranti star dello spettacolo arrivate a Los Angeles e poi adattatesi a lavori ben diversi,...
In mezzo a questo caleidoscopio si delineano le quattro storie principali:
-l'attore stra-famoso, stra-viziato e stra-ricco con una segretissima tendenza gay che si innamora non ricambiato e mette a repentaglio la propria carriera
-la ragazza di origini messicane che si arrangia alla ricerca di una propria realizzazione
-una coppia di ragazzi che fugge verso Los Angeles da una realtà famigliare violenta e opprimente del midwest in cerca della propria felicità
-il barbone che cerca un riscatto alla propria vita balorda cercando di salvare una ragazza drogata
Il tutto scritto in uno stile abbastanza moderno, ma fortunatamente sempre scorrevole.
Ci si stacca un po' dal classico schema intro-svolgimento-conclusione, ma chiuso il tomo (555 pagine) si ha la sensazione di avere vissuto un po' da quelle parti, di avere assaporato il gusto di quei posti. E non è poco per un libro.

11 dicembre 2009

Sono stato ad un concerto...

...cosa che di per sé è già un piccolo evento (per me, s'intende).
Ho visto i Il Teatro degli Orrori, e ne ho parlato sull'albumbianco.

4 dicembre 2009

Medicina alternativa

Fortunatamente con un certo successo, almeno in ambito strettamente familiare, mi ritrovo ogni tanto a condurre delle crociate anti-medicina alternativa. Trovo che siano pratiche strettamente connesse alla superstizione (male non fa, tanto vale provare) e per di più gestite in modo assolutamente truffaldino.
Da un po' seguo questo blog, che consiglio a tutti anche a riguardo di influenza A/H1N1, e oggi ho letto questo post che avrebbe dell'incredibile se invece non fosse una triste realtà:

Un peso sullo stomaco

Prima di chiudere la serie di articoli dedicata ai vaccini, piccolo break.
Giusto per raccontare come una paziente poco informata o sprovveduta o ingenua, scegliete voi, può mettere a repentaglio la propria salute se non la propria vita. Di esempi ne abbiamo visti tanti, io ne vedo un bel po'.
Questo uno degli ultimi che mi è capitato.
Maggio 2009. Pomeriggio di ambulatorio.
Entra una paziente per una visita.
Una donna sui 35 anni, cultura media, buon aspetto anche se visibilmente sofferente, ha avuto un figlio qualche anno prima.

Si siede.

Allora signora, perchè è qui?

"Ho un problema di stomaco. Da circa 2 anni ho continui dolori addominali e non digerisco bene. Dopo aver provato qualcosa consigliatomi dal medico di famiglia, parlo con una mia amica che mi consiglia un prodotto omeopatico."

Aspetti, un attimo...questi dolori come sono...dove? Hanno legami con qualche alimento, con il ciclo mestruale?

"No, mi venivano ogni tanto...prima...da un mese sono praticamente continui...".

Ha fatto degli esami? Il suo medico cosa le ha detto...?

"Il medico di famiglia mi aveva consigliato dei raggi all'addome...ma io mi vergognavo di dirgli che prendevo le pillole di omeopatia, così non li ho fatti e non sono tornata da lui per quasi un anno...".

Le hanno fatto qualcosa questi farmaci omeopatici?

"Sì, all'inizio sì, poi mi sono sentita male un paio di volte, sono anche svenuta dal dolore...e..."

...è andata all'ospedale almeno?

"No, sono andata dall'omeopata della mia amica che mi ha cambiato cura perchè quella consigliata era sbagliata e non poteva andare bene per me, mi ha fatto fare degli esami e mi ha cambiato terapia...dandomene una personalizzata..."

Vediamo? Gli esami dico, li ha portati?

"Certo...ecco...sono tutti qua..."

(mi consegna una busta con dentro dei fogli)

Controllo bioenergetico
Esame delle intolleranze
Mineralogramma del capello
Check up funzionale segmentario
Alcuni esami del sangue
Bilancio vegetativo e biofeedback
(PS: Per chi non l'avesse capito, si tratta di esami inutili e fumosi, tipici degli alternativi)


Mi scusi signora...ma ha fatto solo questi esami?? Cosa le ha detto questo omeopata??

"Dopo aver visto gli esami mi ha detto che ho un'intolleranza alimentare ed un'allergia ai metalli e ad altre cose e mi ha prescritto una dieta, dei fiori di Bach ed altre pillole omeopatiche..."

...e come è andata...meglio...?

"Insomma...all'inizio bene...poi male...cioè peggio...e poi era passato quasi un anno sono ingrassata, ho la pancia gonfia, un peso continuo...non mi sento bene...i dolori ci sono ancora...così mi sono decisa ad andare dal medico di famiglia che mi ha detto che era meglio venire qui...così..."

E quel medico l'ha più sentito?

"L'avevo chiamato per avvertirlo che stavo peggio ma quando mi ha detto che probabilmente avevo un blocco energetico sullo stomaco causato dall'ansia e che dovevo sottopormi a dei clisteri disintossicanti ho lasciato stare...io sono ansiosa ma il dolore c'è davvero..."

Ok...si prepari per la visita.

La signora si prepara. Ha l'addome rigonfio, enorme, sembra una donna in gravidanza al 6°-7° mese, è sofferente, pallida.
Non posso toccarle profondamente l'addome perchè prova molto dolore ma mi è bastato appoggiare la mano per sentire una massa molto grande. Eseguo la visita che è possibile effettuare con molta difficoltà visto il dolore e decido di fare una ecografia. L'infermiera presente è allibita e borbotta qualcosa.

L'immagine è risolutiva, la signora ha una massa addominale a contenuto liquido di almeno 28-30 cm. di diametro.
Le comunico la situazione, deve essere operata d'urgenza, rischia la peritonite se la massa (un'enorme cisti ovarica probabilmente) si rompesse. Oltretutto dal dolore e dai sintomi ho il sospetto che la cisti si sia "torta" (girata su se stessa sul proprio peduncolo) e questo se non risolto sarebbe un guaio.

Le spiego un po' di cose e le chiedo di andare al reparto per eseguire degli esami d'urgenza, l'indomani si sarebbe ricoverata per l'intervento chirurgico.

E' un po' spaventata, la tranquillizzo: -l'importante è che lei sia qui, domani risolverà il suo problema, stia tranquilla...-

Le chiedo: Per curiosità, ma quanto prendeva per ogni visita il suo omeopata?

"Dipende, per le viste prendeva 150 euro, per gli esami ci sono stati quelli da 200 euro ed uno mi è costato 500 euro..., gli avrò dato in meno di un anno circa 2500 euro....credo...medicine a parte....".

Ma non le ha mai detto di andare in ospedale, non le ha mai consigliato altri esami...un'ecografia...

"No, mi diceva che se andavo in ospedale mi avrebbero operata perchè i chirurghi non pensano ad altro ed operano chiunque..."

Mah...va bene signora...ci vediamo domani in sala operatoria.

L'indomani intervento abbastanza tranquillo, l'unica difficoltà era rappresentata dalla massa, troppo grande per essere estratta intera, così decidiamo di aspirarne il contenuto, la cisti, enorme, si sgonfia come un palloncino e così riusciamo ad estrarla e ad asportarla. Sono stati aspirati circa 5 litri di liquido. Le immagini della cisti sono abbastanza cruente e non credo siano adatte ad un pubblico "generico", quindi evito di pubblicarle, per capire di cosa sto parlando comunque, ho pesantemente modificato una foto della massa già asportata per renderla irriconoscibile, credo si intuiscano le dimensioni (la cisti è appoggiata su un telo bianco ed a destra si intravede unmetro da sarto sul quale ho segnato i centimetri):

Quello che vedete nell'immagine sotto è parte del liquido aspirato, assieme a quei contenitori ne esiste un altro quasi pieno ma non è visibile perchè stava per essere inviato per l'esame istologico, il contenitore più grande contiene 2 litri di liquido quello più piccolo 1 litro, quello non visibile altri 2 litri circa.


La cisti è stata asportata assieme ad una tuba ed all'ovaio di destra.
L'aspetto non è particolarmente preoccupante, nel senso che non sospettiamo una natura maligna, ma sarà l'esame istologico a dare il responso definitivo, speriamo bene.

Estratta, sgonfiata senza contenuto, la cisti è un enorme palloncino floscio di circa 25 centimetri.

L'intervento termina, tutto a posto, post operatorio regolare. La signora sta bene.
Ditemi ancora che le medicine alternative non fanno male e che l'omeopatia funziona.
Anzi, ditelo alla signora.

Riflessione a margine: quel medico (era un medico omeopata) probabilmente non ha rischiato molto facendo quello che ha fatto se io invece avessi detto alla signora di curarsi con l'acqua fresca avrei rischiato tantissimo. Questo perchè lui "cura" con l'omeopatia che è nota essere inefficace e quindi non è obbligata a conseguire un risultato io invece, da medico "allopatico" sono obbligato dal contratto medico-paziente ad ottenere un risultato e non posso curare con l'acqua.

Si potrà quindi capire perchè un ciarlatano è molto più protetto e "legalmente autorizzato" di un medico con le carte in regola.
Riflettiamo per un attimo su cosa rappresenta una cosa del genere...

Nota: questa è una ricostruzione, sono stato autorizzato a raccontare la storia dalla stessa paziente (che legge questo blog) anche se ho cambiato alcuni elementi della vicenda per motivi di privacy rendendo l'intera storia non riconoscibile.

Alla prossima.

3 dicembre 2009

I4P - Qualche considerazione

Ho aderito piuttosto istintivamente alla campagna Internet for Peace, che si propone di candidare Internet al premio Nobel per la Pace 2010.
Si tratta di una candidatura anomala, di solito a ricevere il premio sono delle persone o al più delle organizzazioni (la Croce Rossa, Amnesty International, Medici Senza Frontiere,…), mentre in questo caso l’idea è quella di premiare uno strumento.
Ripeto, la mia adesione è stata istintiva. Sponsorizzata da una rivista che apprezzo e leggo regolarmente (Wired), questa iniziativa ha un’aria di modernità, di impegno sociale e di brillantezza tali da avermi spinto a cliccare su JOIN US senza pensarci troppo su.
[Inoltre in queste cose vale sempre il “tanto non costa niente”. E qui si dovrebbe aprire una riflessione sull’efficacia di queste iniziative a cui è possibile aderire con un clic, ma ora questo discorso porterebbe fuori tema]
Ma poi, coscienziosamente, la domanda me la sono posta: perché candidare Internet al Nobel per la Pace?
Ci sono già in giro riflessioni ben più autorevoli e fondate della mia, e altre ne verranno sicuramente, ma intanto provo a dare il mio contributo.
La piglio alla larga: qualcosa come 250 anni fa, Rousseau sosteneva la tesi del “buon selvaggio”, quell’idea poi ampiamente smentita, che l’uomo fosse per sua natura buono e che fosse la società, con il suo creare aspettative e forzare competizioni, a corrompere questa bontà primitiva.
È abbastanza evidente di come questa tesi sia piuttosto irreale e ottimistica, dove anzi, sembra che troppe volte sia proprio l’emergere degli istinti più primitivi a distruggere il castello di buone maniere sociali che ognuno si crea a mente fredda. Insomma, mi pare che l’evidenza dei fatti sia proprio l’opposto di quanto pensasse Rousseau: i nostri istinti primitivi sono bestiali, nel senso negativo del termine, e sono solo le convenzioni sociali a imporci di tenerli a freno. Così, nonostante si facciano i migliori propositi per comportarsi bene, per essere solidali, pazienti, collaborativi, propositivi eccetera, basta uno scatto fuori tempo, un disguido, per farci perdere la rotta e trasformarci in belve feroci. E badate, non parlo solo della coda al semaforo, ma pure di movimenti assai più ampi come le guerre, che sembrano essere la dimostrazione di quanto si possa perdere la trebisonda anche a livello globale.
Ed è proprio questo uno dei meriti fondamentali di Internet: permetterci di avere una vita sociale senza precedenti storici, ma di farlo consentendoci pure di lasciare fuori di essa o almeno di moderare i nostri impulsi più focosi. A farla semplice: abbiamo la possibilità di essere in contatto con praticamente tutto il mondo, ma lo facciamo sempre per via scritta, concedendoci ogni volta il tempo di pensare a quello che stiamo per dire o fare prima di dirlo o farlo. E questo è un aspetto totalmente diverso dalla vita non-virtuale, quando ammazzeremmo il tizio che non parte al semaforo o vorremmo strangolare il tipo che si mette a far polemica allo sportello facendoci perdere il nostro prezioso tempo.
Tant’è che i social-network come Facebook, Friendfeed o Twitter, sono pieni di sdolcinature perfino esagerate, anche tra gente con cui all’atto pratico non ci sederemmo mai a mangiare allo stesso tavolo.
Tutto questo, moltiplicato per i milioni di rapporti interpersonali, crea una rete enorme di buona convivenza, molto più civile di quanto sia la realtà lontano dagli schermi del pc.
Beninteso, esistono pure le eccezioni e sono sia numerose che decisamente violente, basti pensare ai provocatori da forum, ai troll dei newsgroups, a chi usa YouTube per esibire la propria imbecillità, ai gruppi inneggianti violenza o razzismo. Ma sono eccezioni, sono l’inevitabile cattivo uso che si fa di ogni strumento, però, al di là delle statistiche risulta piuttosto evidente di quanto la corrente generale sia sostanzialmente positiva.
Questo già mi sembra un gran bel motivo per ritenere Internet, e soprattutto l’Internet di questi ultimi tempi, un grande strumento di pace. Per non parlare poi degli aspetti più evidenti, come la diffusione dell’informazione, la collaborazione tra sconosciuti nella creazione di sapere condiviso (Wikipedia), il supporto tecnico o morale su qualsiasi argomento (hai un problema? C’è sicuramente un forum pieno di esperti pronti ad aiutarti, provare per credere), il livellamento dei costi (vero, caro Adam Smith?), il controllo sociale sui governi, e via magnificando.
Internet può essere usato come un gioco, come uno strumento di lavoro, come una comodità o come un semplice passatempo. In ogni caso penso non ci siano dubbi su quanto sia una realtà che sta contribuendo di molto a migliorare la qualità non solo della vita, ma pure e soprattutto dei rapporti sociali tra tutte le persone di questo pianeta.
E se questo non è costruire pace…

Il Teatro degli Orrori - A Sangue Freddo

Ne ho parlato sull'Album Bianco.

Comunicazione di servizio

Quando si dice “le coincidenze”.
Ho iniziato a collaborare ad un blog a tema musicale e negli stessi giorni ho ricevuto pareri su quanto i miei post di questa natura siano soprassedibili da chi non è interessato a sbattersi per la scoperta di musica diversa dal solito.
Finché dura (e le premesse sono buone), trasferirò di là questo genere di post, non mancando comunque di segnalarli di qua, ottenendo così nientemeno che un triplice risultato: evito lo skip di chi non ha voglia di leggere su ciò che sconosce, alimento il blog di là, che altrimenti non saprei cosa scriverci e ne faccio un po’ di pubblicità su queste pagine.

30 novembre 2009

A. Baricco - Omero, Iliade

Ignoranti di tutto il mondo unitevi uniamoci.
C'è in giro quest'opera, che è stata scritta quasi tremila anni fa e che tutti quelli che ne sanno dicono essere meravigliosa. Bene o male l'abbiamo pure studiata tutti tra medie e superiori, qualche brano l'abbiamo pure mandato a memoria (Cantamiodivadelpelideachille...), ma a leggerla come si legge un libro qualsiasi, vorrei proprio vedere quanti sono stati.
Tanti, senza dubbio. E questi hanno probabilmente scelto l'approccio più corretto, meglio ancora se lo hanno fatto in lingua originale, che si sa, le traduzioni sono sempre delle violenze inaccettabili. E pure andando a cercare la versione giusta, perché nel frattempo, tra quella originale (se mai ce n'è stata una) e quella che ci arriva oggi, ci sono probabilmente delle incongruenze intollerabili.
E via filologicamente discorrendo...
Ma, madonna!
Ad affrontare un opera del genere con questo piglio, ci vanno le spalle belle larghe. E capacità. E tempo. E fatica. E costanza...
Insomma, alla fine, quelli che hanno affrontato questa impresa sono tanti, ma non tantissimi.
Io per esempio non ne conosco nessuno.
E tutto sommato è un peccato, perché quella raccontata nell'Iliade è una storia che andrebbe proprio letta.
Io l'ho fatto in questa versione qua. Baricco, che non è proprio famoso per la sua simpatia, ha sfidato le prevedibilissime ire dei filologi andando a trascrivere l'Iliade in prosa moderna e associando il proprio nome non solo a quello di Omero, ma pure a quello dei celebri traduttori canonici (su tutti il Monti quello del Cantamiodiva...) attirando su di sé critiche ed obiezioni a non finire.
Per quanto mi riguarda, che non son nessuno e il mio parere vale zero dato che non posso fare alcun paragone con l'opera completa, sia in originale che tradotta, l'operazione è encomiabile.
Va detto che l'intento iniziale, dichiarato nell'introduzione, è quelo di farne una versione teatrale, in cui vari attori dovrebbero, impersonandone alcuni protagonisti, raccontare l'Iliade.
Giocoforza che, volendo rimanere in tempi ragionevoli, l'opera è notevolmente ridotta rispetto all'originale, ma a quel che dice lo stesso Baricco, sono stati sfrondati i rami meno essenziali, quelli che, per carità, saranno pure meravigliosi, ma la cui eliminazione non dovrebbe togliere molto alla comprensione della vicenda.
Poi ne ha fatto un adattamento moderno, adattando la lingua ad una prosa contemporanea, eliminando gli interventi delle litigiose divinità greche nelle umane vicende e qua e là ha inserito alcune aggiunte che a suo dire chiarirebbero alcuni passaggi essenziali.
Ripeto: io non ho assolutamente strumenti per capire se l'intervento di Baricco sia corretto o legittimo, se abbia violentato l'opera o se ne abbia fatto una trascrizione tutto sommato fedele.
So solo che io l'ho trovata avvincente e profonda, bella da leggere e interessante nelle sue implicazioni.
Tutto sommato credo di avere, almeno parzialmente, colmato una lacuna che adesso so essere veramente spiacevole. Per usare qualche parolone, ora concordo con chi ha sempre reputato anche solo le vicende narrate nell'Iliade, un patrimonio culturale da cui nessuno dovrebbe essere tenuto all'oscuro.
Quindi, se non siete tanto snob da disdegnare questi sacrileghi interventi, ve lo consiglio. La lettura alla fine è agile e rapida, ma il suo valore è davvero altissimo.
Merito di Omero eh, più che di Baricco, anche se pure a lui a questo punto non sarebbe corretto non riconoscere dei buoni meriti.

27 novembre 2009

Internet for Peace

Nel mio piccolo penso che sia più che doveroso e legittimo appoggiare questa campagna.
Mi sembra effettivamente che Internet sia uno degli strumenti di pace più straordinari che siano mai stati inventati.
Qui il manifesto dell'iniziativa:

23 novembre 2009

UP

Pure quest'anno ho approfittato della mia condizione di genitore per andarmi a vedere accompagnare i bimbi a vedere l'ultima meraviglia della Pixar.
Qualche considerazione sparsa:
La grafica. A questo punto ci si dovrebbe fare l'abitudine, ma ogni volta, per quanto incredibile possa essere, la resa grafica supera di gran lunga l'uscita precedente. Questa volta però sono stato colpito dal fatto che i personaggi tornino ad essere dei "cartoni". Cioè, sono espressivi, convincenti, attraenti, ma sono delle facce da disegno animato, con dimensioni e proporzioni irreali, senza più essere un tentativo di avvicinarsi alle reali fattezze umane.
Tutto il resto, paesaggi, oggetti, luci, riflessi, movimenti,... sono assolutamente perfetti. Stai guardando un cartone, questo è chiaro, ma non hai mai e poi mai la sensazione di stare vedendo dei disegni.
La trama. Non sto a raccontarla, se vi piace rovinarvi la sorpresa, la trovate ovunque. Mi sembra che ci sia un bel lavoro alla ricerca dell'equilibrio ideale tra le aspettative del pubblico adulto (che è numeroso, e non solo costituito da "accompagnatori" di bambini) e le esigenze dei bambini più piccoli. Assistendo alle reazioni dei miei due, ma anche degli altri che mi stavano intorno nella sala, mi sono accorto come più si è piccoli e meno si è legati alla trama generale, si gode molto di più delle gag. I più grandicelli invece iniziano a trovare gusto per la vicenda narrativa, anche se i veri scoppi di gioia sono sempre legati ai momenti più buffi. Comunque, anche per loro, la presenza dell'adulto che scioglie alcuni dubbi narrativi è ancora necessaria. La cosa più complicata sono i salti temporali, e qui ho notato davvero parecchia confusione nelle piccole teste che si rivolgevano ai genitori.
La fotografia. La scena della casa sollevata dai palloncini è una delle cose più meravigliose che abbia mai visto al cinema. Spettacolo puro. Potevano inventarsi di tutto, un enorme pallone aerostatico, un dirigibile, razzi, eliche, qualsiasi cosa. Ma la scelta dei palloncini di tutti i colori che erompono a migliaia dal camino della casa è spettacolo puro. Peccato saperlo già prima (è il logo del film...), perchè sarebbe roba da rimanere letteralmente a bocca aperta.
La morale. Walt-Disney non è più moralista. I valori trasmessi sono sempre positivi, ci mancherebbe, ma fortunatamente è stata superata la fase in cui il messaggio era costantemente presente. E c'è pure un po' di cinismo, un po' di realistica imperfezione.
La colonna sonora. Non ho ancora fatto l'abitudine al sonoro dei nuovi cinema. Ne è nata una gag tra me e i miei figli: quando gli effetti sonori sfioravano la soglia del dolore, gli dicevo "Lorenzo! Abbassa un po' il volume!" come a casa, quando esagerano con quello della tv. E loro, quando gli sembrava il caso, lo dicevano a me.
Durante il film la cosa si è ripetuta molte volte.
Per quanto riguarda la colonna sonora musicale, non me la ricordo. Segno che si adatta molto bene al contesto.

Rileggendo quanto ho scritto mi rendo conto di passare un messaggio entusiasta del film, ma in effetti, nel tentativo di riequilibrare, ho provato a pensare a quali sono gli aspetti negativi. Mi son detto, la storia d'amore che c'è in mezzo è troppo melensa. E invece no, è normale, vera, perfino banale, ineccepibile.
O mi sto rincoglionendo io (ed è più che possibile) o questa gente qui sta realizzando un ossimoro: sfornare capolavori in serie.

20 novembre 2009

Flaming Lips - Embryonic

Ma io dico: come si fa a fare un album così?
I Flaming Lips sono in giro da più di vent'anni, hanno già fatto di tutto, sono uno dei pochi gruppi veramente longevi che ha il coraggio di rimettersi sempre in discussione, di cambiare rotta e rischiare nuove strade. E alla fine si sono conquistati il loro pubblico, che sarà pure di nicchia e alternativo, ma diffuso su tutto il pianeta e quindi neanche tanto ristretto.
E ultimamente si erano pure orientati verso un suono pop, non convenzionale, ci mancherebbe, ma sicuramente più accessibile rispetto alle stravaganze di un tempo. Wayne Coyne va verso i 50, si prepara ad un'agiata e serena vecchiaia, si sarebbe detto.
Quindi la strategia più ovvia sembrava essere quella di mantenimento del pubblico consolidato, quello che pure lui avanza negli anni, ché si sa, tanto i ragazzini i CD non li comprano più.
E invece hanno fatto 'sta roba qua.
70 minuti, 18 tracce. E che musica!
Caotica, disordinata, ossessiva, sporca, cupa, sbilenca, distorta.
Trascinante, emozionante, innovativa, originale, geniale, coraggiosa, sorprendente.
In poche parole, i Flaming Lips hanno fatto un album eccezionale, secondo me una delle cose più belle uscite quest'anno. Certi passaggi sono davvero toccanti, mentre per altri lunghi brani si rimane invischiati in torbidi sommovimenti di genere indefinito e indefinibile.
Già il genere... A chi dovesse chiedermi di che genere si tratti, non potrei rispondere che stringendomi nelle spalle, trattenere il fiato e proferire un insoddisfacente "bah...". Per farla breve diciamo pop-rock, ma se vi viene in mente qualcosa che avete sentito da altre parti, siete fuori strada.
Per conto mio siamo dalle parti del capolavoro, e non esagero.

19 novembre 2009

Amari - Poweri

Partiamo dalla constatazione che si tende un po' troppo spesso e facilmente a dire che il panorama della musica italiana è di un desolante spaventoso. E io, a meno che i discorsi non vadano troppo per il sottile, sono un acceso sostenitore di questa tesi.
Ecco, appunto: a meno che i discorsi non vadano troppo per il sottile. Perché poi, a ben vedere, di eccezioni ce ne sono tante, e io stesso cerco, per quanto mi è possibile, di divulgarle e di parlarne in questo blog.
Gli Amari sono un gruppo proveniente da Udine (dalla sua provincia, puntualizza Wikipedia), che circola da diversi anni alla ricerca di un po' di luce all'ombra dei nostrani colossi che inquinano il panorama di cui si diceva sopra, facendosi tra l'altro testimoni della banale equazione piccolo&sconosciuto=figo&interessante che è un po' il grido di battaglia dei musical-snob.
Qualche settimana fa è uscito il loro nuovo album, Poweri, che di fatto è il settimo della loro discografia, per dire che non sono proprio di primissimo pelo.
Questo disco segue di due anni Scimmie d'amore, il loro album di maggiore successo e probabilmente anche il più commercia(bi)le, nel senso buono del termine, quello che li aveva fatti conoscere appena un po' più in là delle solite cerchie, e aveva fatto scoprire che quel gruppo friulano faceva canzoni gradevolissime, orecchiabili e trascinanti, sempre in bilico tra l'ovvio e l'originale, ma comunque sempre al di fuori di troppo semplici cliché.
In questo disco la formula non è stata stravolta, ma l'impatto è un po' meno immediato, appena un po' più difficile. Niente di che, ma i motivetti si appiccicano meno facilmente alla testa ed è meno ovvio ritrovarsi a canticchiarli sotto la doccia. E per me questo è un pregio, sia chiaro. Non so per il loro successo commerciale, ma a me piace di più così.
C'è molto più funk, più struttura e tecnica. Le contaminazioni sono più marcate: dance, house, hip-hop, funky... E pure più sovrapposte ed amalgamate, tanto da lasciare inizialmente spiazzati: dopo il primo ascolto è poco quello che rimane addosso, ma con un po' più di attenzione e di assuefazione agli arrangiamenti elaborati, si scopre che lì in mezzo si nascondono dei veri gioielli, pezzi anche abbastanza lunghetti che il sottoscritto si è ritrovato ad ascoltare senza ritegno a tutto volume, trascinato in vortici ritmici e melodici a dir poco coinvolgenti. Situazione davvero anomala in ambito musica italiana. Per quanto mi riguarda, almeno.
Perché è vero che da noi c'è gente bravissima quando si tratta di derivare verso il cerebrale, ma bravi davvero (per esempio gli straordinari Vasco Brondi o i Bachi da pietra), però, mi chiedevo: siamo in grado di cimentarci nel terreno del pop, quel campo già così invaso di colossi iperprodotti e strasentiti da sembrare non lasciare più spazio ad alcun approccio veramente di qualità?
Beh, forse con gli Amari ci siamo.

Ah, per chi già li conosce e questo disco non l'ha ancora sentito: cantano in inglese in qualche pezzo, e questa è una novità.

Cameriere! Cameriere!!! parte 2

Ecco la seconda parte della lista delle 100 cose che un buon cameriere dovrebbe (o non dovrebbe) fare:
51. If there is a service charge, alert your guests when you present the bill. It’s not a secret or a trick.

52. Know your menu inside and out. If you serve Balsam Farm candy-striped beets, know something about Balsam Farm and candy-striped beets.

53. Do not let guests double-order unintentionally; remind the guest who orders ratatouille that zucchini comes with the entree.


54. If there is a prix fixe, let guests know about it. Do not force anyone to ask for the “special” menu.

55. Do not serve an amuse-bouche without detailing the ingredients. Allergies are a serious matter; peanut oil can kill. (This would also be a good time to ask if anyone has any allergies.)

56. Do not ignore a table because it is not your table. Stop, look, listen, lend a hand. (Whether tips are pooled or not.)

57. Bring the pepper mill with the appetizer. Do not make people wait or beg for a condiment.

58. Do not bring judgment with the ketchup. Or mustard. Or hot sauce. Or whatever condiment is requested.

59. Do not leave place settings that are not being used.

60. Bring all the appetizers at the same time, or do not bring the appetizers. Same with entrees and desserts.

61. Do not stand behind someone who is ordering. Make eye contact. Thank him or her.

62. Do not fill the water glass every two minutes, or after each sip. You’ll make people nervous.

62(a). Do not let a glass sit empty for too long.

63. Never blame the chef or the busboy or the hostess or the weather for anything that goes wrong. Just make it right.

64. Specials, spoken and printed, should always have prices.

65. Always remove used silverware and replace it with new.

66. Do not return to the guest anything that falls on the floor — be it napkin, spoon, menu or soy sauce.

67. Never stack the plates on the table. They make a racket. Shhhhhh.

68. Do not reach across one guest to serve another.

69. If a guest is having trouble making a decision, help out. If someone wants to know your life story, keep it short. If someone wants to meet the chef, make an effort.

70. Never deliver a hot plate without warning the guest. And never ask a guest to pass along that hot plate.

71. Do not race around the dining room as if there is a fire in the kitchen or a medical emergency. (Unless there is a fire in the kitchen or a medical emergency.)

72. Do not serve salad on a freezing cold plate; it usually advertises the fact that it has not been freshly prepared.

73. Do not bring soup without a spoon. Few things are more frustrating than a bowl of hot soup with no spoon.

74. Let the guests know the restaurant is out of something before the guests read the menu and order the missing dish.

75. Do not ask if someone is finished when others are still eating that course.

76. Do not ask if a guest is finished the very second the guest is finished. Let guests digest, savor, reflect.

77. Do not disappear.

78. Do not ask, “Are you still working on that?” Dining is not work — until questions like this are asked.

79. When someone orders a drink “straight up,” determine if he wants it “neat” — right out of the bottle — or chilled. Up is up, but “straight up” is debatable.

80. Never insist that a guest settle up at the bar before sitting down; transfer the tab.

81. Know what the bar has in stock before each meal.

82. If you drip or spill something, clean it up, replace it, offer to pay for whatever damage you may have caused. Refrain from touching the wet spots on the guest.

83. Ask if your guest wants his coffee with dessert or after. Same with an after-dinner drink.

84. Do not refill a coffee cup compulsively. Ask if the guest desires a refill.

84(a). Do not let an empty coffee cup sit too long before asking if a refill is desired.

85. Never bring a check until someone asks for it. Then give it to the person who asked for it.

86. If a few people signal for the check, find a neutral place on the table to leave it.

87. Do not stop your excellent service after the check is presented or paid.

88. Do not ask if a guest needs change. Just bring the change.

89. Never patronize a guest who has a complaint or suggestion; listen, take it seriously, address it.

90. If someone is getting agitated or effusive on a cellphone, politely suggest he keep it down or move away from other guests.

91. If someone complains about the music, do something about it, without upsetting the ambiance. (The music is not for the staff — it’s for the customers.)

92. Never play a radio station with commercials or news or talking of any kind.

93. Do not play brass — no brassy Broadway songs, brass bands, marching bands, or big bands that feature brass, except a muted flugelhorn.

94. Do not play an entire CD of any artist. If someone doesn’t like Frightened Rabbit or Michael Bublé, you have just ruined a meal.

95. Never hover long enough to make people feel they are being watched or hurried, especially when they are figuring out the tip or signing for the check.

96. Do not say anything after a tip — be it good, bad, indifferent — except, “Thank you very much.”

97. If a guest goes gaga over a particular dish, get the recipe for him or her.

98. Do not wear too much makeup or jewelry. You know you have too much jewelry when it jingles and/or draws comments.

99. Do not show frustration. Your only mission is to serve. Be patient. It is not easy.

100. Guests, like servers, come in all packages. Show a “good table” your appreciation with a free glass of port, a plate of biscotti or something else management approves.

13 novembre 2009

Cameriere! Cameriere!!!

Io in un ristorante così penso di non esserci mai stato, anche se penso che il segreto sia fare tutte quelle cose senza dargli peso, senza che il cliente se ne accorga.
Comunque, qui di seguito c'è una lista delle 100 cose che un cameriere dovrebbe fare (o non fare) . Alcune sono semplici semplici e possono aiutarci a capire quando la persona che ci sta servendo si merita la nostra gratitudine o no.
Le prime 50:
1. Do not let anyone enter the restaurant without a warm greeting.

2. Do not make a singleton feel bad. Do not say, “Are you waiting for someone?” Ask for a reservation. Ask if he or she would like to sit at the bar.

3. Never refuse to seat three guests because a fourth has not yet arrived.


4. If a table is not ready within a reasonable length of time, offer a free drink and/or amuse-bouche. The guests may be tired and hungry and thirsty, and they did everything right.

5. Tables should be level without anyone asking. Fix it before guests are seated.

6. Do not lead the witness with, “Bottled water or just tap?” Both are fine. Remain neutral.

7. Do not announce your name. No jokes, no flirting, no cuteness.

8. Do not interrupt a conversation. For any reason. Especially not to recite specials. Wait for the right moment.

9. Do not recite the specials too fast or robotically or dramatically. It is not a soliloquy. This is not an audition.

10. Do not inject your personal favorites when explaining the specials.

11. Do not hustle the lobsters. That is, do not say, “We only have two lobsters left.” Even if there are only two lobsters left.

12. Do not touch the rim of a water glass. Or any other glass.

13. Handle wine glasses by their stems and silverware by the handles.

14. When you ask, “How’s everything?” or “How was the meal?” listen to the answer and fix whatever is not right.

15. Never say “I don’t know” to any question without following with, “I’ll find out.”

16. If someone requests more sauce or gravy or cheese, bring a side dish of same. No pouring. Let them help themselves.

17. Do not take an empty plate from one guest while others are still eating the same course. Wait, wait, wait.

18. Know before approaching a table who has ordered what. Do not ask, “Who’s having the shrimp?”

19. Offer guests butter and/or olive oil with their bread.

20. Never refuse to substitute one vegetable for another.

21. Never serve anything that looks creepy or runny or wrong.

22. If someone is unsure about a wine choice, help him. That might mean sending someone else to the table or offering a taste or two.

23. If someone likes a wine, steam the label off the bottle and give it to the guest with the bill. It has the year, the vintner, the importer, etc.

24. Never use the same glass for a second drink.

25. Make sure the glasses are clean. Inspect them before placing them on the table.

26. Never assume people want their white wine in an ice bucket. Inquire.

27. For red wine, ask if the guests want to pour their own or prefer the waiter to pour.

28. Do not put your hands all over the spout of a wine bottle while removing the cork.

29. Do not pop a champagne cork. Remove it quietly, gracefully. The less noise the better.

30. Never let the wine bottle touch the glass into which you are pouring. No one wants to drink the dust or dirt from the bottle.

31. Never remove a plate full of food without asking what went wrong. Obviously, something went wrong.

32. Never touch a customer. No excuses. Do not do it. Do not brush them, move them, wipe them or dust them.

33. Do not bang into chairs or tables when passing by.

34. Do not have a personal conversation with another server within earshot of customers.

35. Do not eat or drink in plain view of guests.

36. Never reek from perfume or cigarettes. People want to smell the food and beverage.

37. Do not drink alcohol on the job, even if invited by the guests. “Not when I’m on duty” will suffice.

38.Do not call a guy a “dude.”

39. Do not call a woman “lady.”

40. Never say, “Good choice,” implying that other choices are bad.

41. Saying, “No problem” is a problem. It has a tone of insincerity or sarcasm. “My pleasure” or “You’re welcome” will do.

42. Do not compliment a guest’s attire or hairdo or makeup. You are insulting someone else.

43. Never mention what your favorite dessert is. It’s irrelevant.

44. Do not discuss your own eating habits, be you vegan or lactose intolerant or diabetic.

45. Do not curse, no matter how young or hip the guests.

46. Never acknowledge any one guest over and above any other. All guests are equal.

47. Do not gossip about co-workers or guests within earshot of guests.

48. Do not ask what someone is eating or drinking when they ask for more; remember or consult the order.

49. Never mention the tip, unless asked.

50. Do not turn on the charm when it’s tip time. Be consistent throughout.

Next week: 51-100.

L'originale è qua.
Io l'ho pescato quaggiù.

12 novembre 2009

Fossero tutti così

Don Ciotti, una delle persone migliori del mondo:
I crocifissi da difendere, quelli veri, non sono quelli appesi ai muri delle scuole. Sono altri. Sono uomini e donne che fanno fatica. Che non ce la fanno e muoiono di stenti. E' verso di loro che non possiamo e non dobbiamo restare indifferenti. E' verso di loro che dobbiamo concentrare i nostri sforzi.
«Un crocifisso è un malato di Aids, che ha bisogno di cure e di sostegno. Un crocifisso è quel ragazzo brasiliano che è morto qualche giorno fa a Torino. A casa aveva lasciato la moglie e i figli, era arrivato qui alla ricerca di un lavoro, e non ce l'ha fatta».

Abbiamo partecipato al suo funerale. C'erano tante persone, molte nemmeno lo conoscevano, ma erano lì ugualmente, a condividerne la sofferenza e il dolore.
«E' giusto lottare per difendere i simboli di quello in cui crediamo, ma allo stesso tempo bisogna stare molto attenti a non cedere al puro idealismo. Lo dice il Vangelo stesso: i pezzetti di Dio sono sparsi nel mondo che ci circonda. Li troviamo ovunque. Nel concreto, nella vita di tutti i giorni, tra le persone che vivono accanto a noi, e di cui spesso nemmeno ci accorgiamo dell’esistenza. E' con queste realtà che dobbiamo imparare ad avere a che fare e a misurarci.
«Bisogna imparare a vivere con corresponsabilità, come i tanti e tanti volontari che dedicano il proprio tempo a un bene che non è esclusivamente loro, ma pubblico, di tutti quanti. Dobbiamo sentirci tutti chiamati in causa, nei grandi nuclei urbani come nei tanti piccoli paesi di provincia. La partecipazione è il primo passo in favore dei più deboli.
«I crocifissi non si difendono soltanto con le parole. Infatti queste troppe volte non bastano. Bisogna imparare ad affrontare la realtà con concretezza, e tendere la mano alle persone sole, a chi non ha più una famiglia e a chi non può ricorrere all'aiuto dei propri cari».

6 novembre 2009

Zoooooooom

Qualcuno dice che raccontare la scienza a livello divulgativo sia una semplificazione che alla fine altera i veri significati delle cose e trasmette messaggi sbagliati.
Per quanto ne so, nella fisica per esempio è spesso vero. Classico esempio è la rappresentazione della curvatura gravitazionale come una membrana elastica su cui poggiano delle palline che la incurvano. Questa raffigurazione è sbagliata per diversi motivi.
Però a volte la divulgazione è uno spettacolo affascinante.
Ho trovato questo sito, Learn Genetics, che racconta ai profani come funziona la genetica. Non ho ancora avuto il tempo di esplorarlo a fondo, ma una cosa bellissima che ho già trovato è un'animazione che permette di fare uno zoom che esplora le dimensioni delle cose dai pochi millimetri di un chicco di caffè ai picometri dell'atomo di carbonio. L'animazione si trova a questo indirizzo.
Non lo so, ma io con 'ste cose mi ci sballo.

5 novembre 2009

Rain Machine - s/t

Rain Machine è Kyp Malone, che a sua volta è una delle colonne portanti dei Tv On The Radio, una delle band (o collettivo) più apprezzabili dell'attuale panorama musicale.
Si sa, per certa gente la creatività che si riesce a riversare all'interno di un solo gruppo è limitante, per cui si ha bisogno di esprimersi in altre direzioni, altri gruppi, progetti solisti, collaborazioni.
Tunde Adebimpe, l'altro leader della band già lo fa (per dire, sta collaborando coi Massive Attack al loro nuovo album e sua è la voce nel singolo appena uscito, Pray For Rain), mentre Kyp ha prodotto e pubblicato un intero album solista, solo che invece che intitolarlo a suo nome, si è scelto il moniker di Rain Machine e si è buttato nella mischia.
I TVOTR si sentono, eccome, soprattutto nel brano di apertura, Give Blood, e pure in dosi variabili lungo l'intero album, che però, dopo la partenza scoppiettante, vira inesorabilmente verso un songwriting più personale, chitarra voce e poco altro, fino alle lunghe ballate finali.
In alcuni momenti (rari) il disco mi da l'impressione di essere un po' grezzo, improvvisato, tipo "buona la prima e chissenefotte", ma conoscendo la cura per i dettagli del tipo, sicuramente non si tratta di sciatteria, ma di una ben ponderata scelta. O di uno sfogo liberatorio.
E allora sono canzoni belle così, da ascoltare come se a suonarcele fosse qualcuno nel nostro salotto dopo cena. Tranquillo, intimo. Bellissimo.

4 novembre 2009

Te ne vai o no, te ne vai si o no?


Nelle classi dei miei figli già non c'è.

2 novembre 2009

Alda

Mi dichiaro colpevolmente ignorante in fatto di poesia. Mi piace, la trovo una cosa sublime, ma ammetto di conoscerla poco, pochissimo. Temo sia una questione di sensibilità.
Alda Merini è stata una delle poche poetesse di cui ho letto qualcosa e che abbia in qualche modo amato. Sarà stata la storia tribolata della sua vita, sarà la limpidezza dei suoi versi, sarà l'intensità della sua persona.
Non so, mi piaceva, la consideravo una di quelle persone da trattare come un dono dei nostri tempi.
E ora se ne è andata, e mi dispiace tantissimo.

31 ottobre 2009

Me pareva...

L'indignato tuonar dal pulpito che aspettavo ansioso c'era già. Scemo io a non cercarlo prima.
Eccolo qua, dal Corriere:
«Halloween? È un rituale satanico»
La comunità di don Benzi: «Ricorrenza che inneggia al macabro e all'orrore, i cattolici non la promuovano»


RIMINI - La comunità di don Benzi contro Halloween. «Il fenomeno che viene esaltato il 31 ottobre è un grande rituale satanico. Facciamo appello al mondo cattolico perché non promuova in nessun modo questa ricorrenza che inneggia al macabro e al'orrore» sostiene la Comunità Papa Giovanni XXIII. «Sappiano tutti i genitori - sostengono, con una nota, il responsabile dell'associazione Paolo Ramonda e l'animatore del servizio Antisette, don Aldo Bonaiuto - e tutti coloro che credono nei valori della vita, che la festa di Halloween è l' adorazione di Satana che avviene anche in modo subdolo attraverso la parvenza di feste e di giochi per giovani e bambini. Il sistema imposto di Halloween proviene da una cultura esoterico-satanica in cui si porta la collettività a compiere rituali di stregoneria, spiritismo, satanismo che possono anche sfociare in alcune sette in sacrifici rituali, rapimenti e violenze».
«GIORNO MAGICO PER I SATANISTI» - Halloween, sostiene l'associazione, «è per i satanisti il giorno più magico dell'anno e in queste notti si moltiplicano i rituali satanici come le messe nere, le iniziazioni magico-esoteriche e l'avvio allo spiritismo e stregoneria. Attenzione agli educatori e responsabili della società affinchè scoraggino i ragazzi a partecipare ad incontri sconosciuti, ambigui o addirittura ad alto rischio perchè segreti o riservati».

30 ottobre 2009

Il tempo delle zucche

Pure quest'anno ho preparato la zucca per Halloween.
Eccola:

E a proposito di tradizioni, mi aspetto anche l'annuale sparata del solito prete sulla pericolosità di questa festa pagana e demoniaca.

Adesso pure la destra ci tocca invidiare alla Francia

Questa è la campagna del governo francese contro l'omofobia.
Ricordate: governo francese = Sarkozy = Destra. Più o meno come da noi.
Più o meno.
("Ecco una ragazza che ama le ragazze. Ma questa ragazza che ama le ragazze, non ama le ragazze che non amano le ragazze che amano le ragazze.
Questa frase è complicata, ma meno della sua vita di studentessa omosessuale.")

29 ottobre 2009

Essere più saggi di Saramago

José Saramago è sicuramente uno dei miei scrittori preferiti (se non il preferito). Amo il suo stile originalissimo, la profondità delle sue analisi, la fantasiosa inventiva, la lucidità, la tecnica. E alcuni dei suoi romanzi sono lì, in attesa di essere riletti in quello che mi prefiguro essere il saggio autunno della mia vita.
Da poco è stato pubblicato un suo nuovo libro, che non è un romanzo, ma la raccolta dei post pubblicati sul suo blog tra il settembre 2008 e il marzo 2009.
C’è di tutto, pare. Bush, Guantànamo, Saviano, la Striscia di Gaza, Obama, Lisbona… e Berlusconi.
Saramago è dichiaratamente, sfacciatamente di sinistra e ha quell’età che gli permette di dire quel che gli pare e quella autorevolezza che rende pesanti come macigni tutti i suoi giudizi (è premio Nobel per la letteratura, mica ciufole).
Il mix delle tre cose (sinistra sfrontata e autorevole) assieme al fatto di avere espresso giudizi ben poco lusinghieri sul nostro PresDelCons. ha consigliato alla sua storica casa editrice italiana (l’Einaudi di proprietà del PresDelCons., guarda un po') di non pubblicare il libro, che è infine uscito per i tipi della Bollati Boringhieri.
Cose private, cose italiane, tanto per cambiare.
Per molte delle ragioni che ho appena scritto, è scontato che comprerò e leggerò il libro. Sono già impaziente, ma intendo prima rispettare il fermo proposito di esaurire almeno in parte la coda dei libri in lettura e in attesa.
Nel frattempo mi sono imbattuto in una riflessione che ho trovato interessantissima, e che, pur non alterando minimamente la mia intenzione a leggerlo, mi ha indotto a farlo con uno spirito più attento e critico, meno compiaciuto.
Ve la riporto qua.
Tratta del Quaderno di Saramago, del recente parlare dei gruppi su Facebook che inneggiano all’attentato a Berlusconi e in generale a tutte le manifestazioni più degne di una curva di stadio che di una contrapposizione politico-culturale.
Leggete bene:
È scontato prendere le distanze dal gruppo di Facebook che si propone di uccidere Berlusconi. È meno scontato prendere le distanze da Il quaderno di Saramago, perché è uno scrittore raffinato e di grande qualità. Eppure questa raccolta di testi pubblicati sul suo blog è irrazionale, incontrollata, sciatta, superficiale; e le pagine su Berlusconi brillano solo per violenza poco o nulla argomentata. È un libro che sorprende in modo negativo. Ora, Il quaderno è entrato nella classifica dei libri più venduti in Italia.
A due livelli diversi ma non dissimili, i partecipanti al gruppo di Facebook e i lettori di queste pagine di Saramago si accontentano di una partecipazione all’avversione, si beano di deridere tutti quelli che non la pensano come loro, si sentono autorizzati a pensare il peggio per il nemico, si sentono confortati dal fatto di stare dalla stessa parte di un grande scrittore. Il gruppo di Facebook e i lettori del Quaderno di Saramago pensano che un’idea scema o un libro brutto bastino e avanzino per soddisfare i loro istinti peggiori. Così facendo, prescindono dal gusto, dall’argomentazione, dall’eleganza e dal senso di democrazia che le persone che non amano Berlusconi devono possedere in maniera decuplicata. Perché è già questa la battaglia contro Berlusconi, una battaglia di stile e di sostanza. E prima di accontentarsi del fatto che alcune pagine siano state scritte contro qualcuno, bisogna sempre occuparsi della qualità e della rigorosità con cui sono state scritte.

L'originale è qua, sull'Unità.

23 ottobre 2009

Volevo darmi una calmata

Ho iniziato a correre ad aprile di quest’anno e con la corsa è stato amore a prima vista. Ma ho subito esagerato e mi sono fatto male. Un dolore alla caviglia mi ha costretto a stare fermo quasi un mese. Poi ho ripreso con calma, sono riuscito a migliorare costantemente e a settembre ho fatto la mia prima gara, la Turin Half Marathon che ho chiuso ben sotto l’ora e mezza. Un tempone.
Potete immaginare l’entusiasmo.
La settimana successiva avrei dovuto scaricare e in effetti sono andato tranquillo tranquillo, pur facendo una decina di chilometri ogni uscita.
Poi ho incominciato a pensare alla prossima gara e ne ho individuata una a poco più di un mese dalla prima. Mi sono fatto due conti e ho deciso che avrei provato ad abbassare ulteriormente il tempo, così ho rincominciato a tirare al massimo e dopo una sessione di ripetute (4x2km a 3’55”) è saltato fuori un dolore notevole alla tibia sinistra, che fortunatamente non ho dovuto indagare ulteriormente perché è scomparso con un po’ di riposo, ma che mi hanno detto poter essere una cosa molto rognosa.
Allora ho pensato bene di darmi una calmata.
Insomma, mi sono detto, per cosa sto correndo? Faccio uno sforzo di memoria e ricordo di avere iniziato “tanto per fare qualcosa”, "per non rassegnarmi ad una vita sedentaria", "per rimettermi in forma", "per perdere qualche chilo". E che poi, accorgendomi di riuscire a correre abbastanza forte, ho iniziato a dare importanza al cronometro, a tenerlo sempre d’occhio a correre sempre contro di lui. E a vincere le piccole sfide che mi ponevo, entrando così in un circolo vizioso che diventava sempre più impegnativo.
Intendiamoci: tra i tanti eccessi a cui ci si può abbandonare, questo è probabilmente ancora uno dei più sani, però è un atteggiamento che almeno in parte si sostituisce all’obbiettivo iniziale. Correre diventa un fine, il benessere fisico non è altro che un effetto collaterale. E si badi bene che questo non è altro che il primo passo verso il doping. Non è cosa che mi riguarda, state tranquilli, ma sicuramente il concetto è quello: se la prestazione è la cosa più importante, allora posso anche volerla inseguire a scapito della salute e della correttezza sportiva. E vi assicuro che quando si pratica uno sport ad un certo livello di intensità, allora si incomincia a pensare a tutti i sistemi per migliorare la prestazione: un paio di scarpe migliori, un allenamento più specifico, un'alimentazione più mirata… e il doping è laggiù, dietro ad alcune barriere morali e salutistiche magari, ma la direzione è quella, senza dubbio.
E poi, ultima considerazione: per quanto possa fare, per quanto riesca a correre meglio di diversi miei conoscenti, per quanto possa ancora migliorare, continuerò a ritrovarmi comunque sempre nel gruppone dei “tapascioni”, cioè tra quei corridori che, per quanto possano fare, stanno sempre su un pianeta diverso da quello dei corridori veri, quelli che la gara la fanno sul serio.
E allora ho cercato di tornare allo spirito iniziale della corsa, correre per stare bene e divertirsi. Perché correre può essere anche un gran piacere, e pur senza strafare con i tempi, può essere una soddisfazione incredibile guardare quanta strada si riesce a percorrere in tempi ragionevoli, fin dove si riesce ad andare. “Oggi vado fino a… di corsa”. Una cosa così un anno fa mi sembrava una follia impossibile, oggi posso farla quando voglio.

Poi però, dopo qualche settimana corsa così, ho iniziato ad annoiarmi. Va bene correre per correre, ma farlo sempre con la sensazione che solo a volerlo potresti farlo meglio, alla fine un po’ stufa. Ti mancano degli stimoli.
E allora mi sono posto un nuovo obiettivo, una nuova gara da fare a fine novembre, una nuova tabella di allenamento da seguire con rigore.
E sono tornato a tirare come un matto, a farmi un mazzo così in allenamento, a svegliarmi prima dell’alba della domenica per andare a correre al gelo. Ma anche a provare delle sensazioni pazzesche, delle soddisfazioni che con la corsa blanda non riuscirei neanche ad avvicinare, ad essere fiero di me mentre controllo il cronometro col cuore che batte fortissimo, con un fiatone da non riuscire a parlare.
Mi dicevano che questo sport può diventare come una droga. In effetti mi sa che sono entrato in un bel tunnel.

22 ottobre 2009

Risoluzione 819

Ieri sera ho visto un film fondamentale.
Fondamentale perché credo che dovrebbe essere visto da chiunque, dovrebbe far parte dei programmi scolastici, dovrebbe essere distribuito gratis con giornali e riviste.
È il racconto delle indagini svolte dal poliziotto francese Jacques Calvez, inviato dall'Alta Corte di Giustizia dell'Aja per far luce sull'allora solo ipotetico massacro di Srebrenica.
Le indagini sono quelle che hanno portato alla luce fosse comuni in cui furono seppelliti alla meno peggio migliaia di civili Bosniaci, rei di appartenere all'etnia sbagliata, quella invisa ai sanguinari militari nemici.
È un film in cui il dolore riemerge sotto forma di corpi straziati e vite distrutte, ridotte a mucchi di ossa e carne putrefatta, tutti così orribilmente simili tra di loro, nonostante il penoso sforzo del protagonista e dei suoi collaboratori di restituire ad ognuno di essi un nome, una storia, un'identità.
È da vedere, perché ne sappiamo così poco, eppure è successo a poche centinaia di chilometri dai nostri confini, meno di quindici anni fa.
È da vedere perché le immagini sono così simili a quelle che ci hanno restituito i campi di concentramento nazisti, immagini di fronte alle quali così tante volte è stato detto "mai più". E invece.
È da vedere perché è la prova che è così facile che dall'insofferenza si passi all'antipatia e si arrivi all'odio. E che grazie a questo si riescano a giustificare, o a nascondere, gli atti più turpi.
È da vedere perché è un bel film. Anche se alla fine gli aspetti cinematografici sono l'ultima cosa a cui si riesce a dare peso.

16 ottobre 2009

Legittime preoccupazioni

9 ottobre 2009

Ascolti vari

È di nuovo un periodo in cui sto ascoltando più roba di quella che riesco a descrivere qui. Qualcosa di notevole però lo sto ascoltando, allora, piuttosto che niente, ne scrivo qualche riga veloce veloce:
PEARL JAM - Backspacer
I Peal Jam sono diventati un classico. Li ho conosciuti quando erano una delle novità più fighe del pianeta. Ora è passato un secolo, ma continuano a fare bei dischi, e quello uscito da poco ne è un bell'esempio. Rock, nient'altro che buon vecchio Rock, ma si sente volentieri: un bel tiro, canzoni ben fatte, ben suonate, ben cantate. Magari qua e là qualche banalità
di troppo, ma è proprio così, Classic Rock, appunto.
LISA GERMANO - Magic Neighbour
Un'altra che è diventata un classico. È sempre lei, ed è ancora brava. Le coordinate sono di nuovo vicine a quel Geek the Girl, il suo album più bello. Un po' meno depresso, questa volta.
WHY? - Eskimo Snow
Non è bellissimo questo disco, e per me, che considero l'ex cLOUDDEAD una delle menti musicalmente più piacevoli del mondo, è già una notizia. Però è un disco che vale la pena di ascoltare, senza troppe pretese, senza raggiungere i picchi dei precedenti lavori e un po' troppo adagiato su quelle formule. E dato che quelle erano buone formule, per questa volta non stiamo a criticare troppo.
SHANNON WRIGHT - Honeybee Girls
Anche questa non è una scoperta recente, mi aveva già impressionato con il precedente Let In The Light, e qui si conferma tutto il suo gran bel talento in un album di cantautorato che spazia dal rock al folk con anche qualche spruzzatina di elettronica. Brava, brava brava.
E visto che quella foto ancora mi impressiona, la rimetto pure in questo post. Non è magnifica?

7 ottobre 2009

A proposito di paura (e di robot)

Queste immagini sono bellissime (si tratta delle parate celebrative per i 60 anni di Repubblica Popolare in Cina, trovate la galleria completa sul Boston Globe), ma a me mettono i brividi:





6 ottobre 2009

Robot

'Ste cose iniziano a fare paura.
O almeno impressione:

Ah, questi fan...

30 settembre 2009

Tre anni

Nove anni fa, quando è iniziata questa orribile storia, avevo nella radio in macchina l'album omonimo di Max Gazzè.
Non avevo nessuna voglia di selezionare altra musica e non avevo nessuna voglia di ascoltare il silenzio, per cui lasciavo girare l'album di continuo durante quegli angoscianti andirivieni verso le Molinette.
Una canzone in particolare aveva la forza di una coltellata nel petto.
L'ho appena riascoltata. Il dolore è sempre lo stesso.
pensa se domani quando sarai sveglio
nessuno ti dirà quello che devi fare
pensa ancora a come inizieresti meglio
ad organizzare il tuo giorno
intorno duemila soldati
in abito blu

forse riusciresti ad ammucchiare il tempo
nel buco che lascia il loro sguardo vuoto
e ti diranno sbrigati sei troppo lento

ma non devi muovere un dito
fin quando non l'avrà deciso
la tua volontà

pensa se di colpo tutte le paure
finissero a terra come fanno le mele
qualcuno le ha spinte o le ha lasciate cadere

oppure è soltanto che tu
intanto avrai maturato
la tua realtà

tu dormi
dormi quanto vuoi...

29 settembre 2009

W. Tevis - La Regina degli Scacchi

Anche gli scacchi sono stati una mia bruciante&effimera passione. Non tanto effimera in realtà, perché hanno iniziato a piacermi da bambino e mi piacciono tutt’ora. Però non è stata neanche sufficientemente bruciante da spingermi a dedicargli il tempo necessario allo studio che richiederebbero per essere giocati ad un livello decente. E poi, come tante cose, è una questione di talento: se ce l’hai impari in fretta, giochi bene con poca fatica e riesci subito a fare il gradasso con gli amici. Se non ce l’hai, giochi più o meno sempre da schifo, e lo studio che gli dedichi porta pochi benefici, a meno che non sia uno studio maniacale.
E io il talento non ce l’ho. E allo studio non ho mai dedicato troppo tempo. Quale sia il mio livello di gioco è una conclusione ovvia.
Però mi piace leggere di scacchi, allora, quando ho adocchiato per caso questo libro in libreria, non ci ho pensato molto ad acquistarlo.
L’autore, Walter Tevis, è quello che ha scritto i libri da cui sono stati tratti Lo Spaccone e Il Colore dei Soldi, film incentrati sul mondo del biliardo con Paul Newman (e Tom Cruise) protagonista.
Do questa notizia bibliografica perché contiene ciò che mi aspettavo dal libro e che ho poi effettivamente ritrovato leggendolo: un’americanata, detto nel senso buono del termine. Cioè talento spettacolare che viene prima esaltato e poi sprecato, animo tormentato della protagonista, trama avvincente, caratteri un po’ poco approfonditi (a parte la protagonista, che si muove in un mondo di esseri senza spessore), lettura molto piacevole e scorrevole.
E poi gli scacchi. Non è per nulla facile raccontare una partita a scacchi: o si fornisce semplicemente la sequenza delle mosse, commentandola, o ci si appoggia ad una narrazione descrittiva, senza troppi dettagli e lasciando al lettore il compito di immaginarsi come vanno le cose sulla scacchiera.
Va da sè che in questo libro è stata scelta la seconda opzione, la prima è da libro specialistico, rivolto a chi abbia voglia di ricostruirsi la partita sulla scacchiera e seguirla mossa dopo mossa. In genere lo si fa per raccontare partite vere, tra grandi campioni. Per esempio in una biografia di Bobby Fisher ci starebbe benissimo.
In questo caso invece le partite sono descritte più che altro dal punto di vista psicologico, dal punto di vista delle emozioni vissute dalla protagonista che si ritrova via via ad affrontare giocatori sempre più forti in tornei sempre più di alto livello e la narrazione di queste sfide fornisce il pathos sufficiente a farci fare le ore piccole per sapere come vanno ogni volta a finire.
Avviso gli eventuali interessati che per leggere questo libro un po’ di conoscenza del gioco è necessaria. Per dire, bisogna sapere cos’è un gambetto, cosa implica un pedone in settima traversa o sapere che avere una torre su una colonna aperta può essere un bel vantaggio. Ma se queste cose le si conoscono, la lettura diventa scorrevole e avvincente come il resoconto di una partita o una gara di un qualsiasi sport conosciuto.
Come in quei film (americani, americanate) che ti incollano alla sedia e ti fanno tifare per il protagonista con coinvolgimento pieno.
Poi sul tema ci sono libri migliori (La difesa di Luzin è un paio di spanne sopra, per esempio), ma ogni tanto un po’ di svago ci va, e questo è proprio l’ideale.

25 settembre 2009

Vic Chesnutt - At the cut

Un paio di righe solo per dire che il nuovo album di Vic Chesnutt è di una bellezza sconvolgente.
Assaggiatelo sul suo sito.
O su MySpace.

24 settembre 2009

A Serious Man

Ieri sera ho avuto l'enorme piacere di rivedere Burn After Reading.
Ora non posso che essere fremente per l'uscita (a Novembre) della prossima creatura di J&E Cohen:

23 settembre 2009

Andrea De Benedetti - Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua italiana.

Il fatto è che lo studio della grammatica italiana, per quanto l’argomento possa essere affascinante, è un impegno davvero palloso.
Di per sé trovo che sia davvero intrigante cercare di capire quali siano le logiche, le regole e i meccanismi che si celano sotto una delle attività tra le più spontanee della nostra vita, comunicare verbalmente. Noi parliamo, scriviamo, mandiamo sms in italiano (più o meno, dipende) e riusciamo, a volte, a realizzare delle costruzioni anche molto complesse, ardite a volte, e tutto questo lo facciamo spontaneamente, senza pensare alle regole grammaticali che stiamo usando, ma ciò nondimeno, le usiamo continuamente, e corrughiamo la fronte dal fastidio quando avvertiamo una loro violazione, anche se poi non sapremmo dire quale regola sia stata effettivamente violata, come si chiama e come viene formulata nei suoi termini più generali.
Queste constatazioni, assieme alla lettura di uno di quei libri che sono fonte di ispirazione per la vita, mi avevano lanciato verso un entusiastico studio ed approfondimento della materia.
Poi, come spesso purtroppo capita, gli approfondimenti seri diventano presto seriosi e l’entusiasmo si spegne repentinamente se non c’è un forte stimolo a proseguire. Nella mia libreria rimangono quindi un paio di libri di grammatica, che, pur essendo preziosi supporti nella soluzione dei dubbi che negli anni scolastici dei miei figli stanno diventando sempre più frequenti, non mi sognerei mai più di leggere dall’inizio alla fine come mi ero riproposto mentre li acquistai.
Il motivo è che l’argomento, così affrontato, è mortalmente tedioso. E allora, dopo aver gioito per la scoperta dei segreti che si celano sotto i nomi, dopo avere sviscerato le regole che sottendono l’utilizzo degli aggettivi, dopo avere affrontato la scivolosità dell’uso dei pronomi,… mi sono rotto un po’ le palle, per capirci. L’approccio sistematico di questo tipo, benché non si possa assolutamente dire arido, alla lunga diventa un po’ noiosetto.

L’interesse di cui sopra però rimane, tutto sta nel trovare una sua trattazione meno rigorosa.
E il libro in oggetto è esattamente ciò di cui avevo bisogno: un approccio serio e preciso, ma senza cadere nel tassonomico.
Il tema centrale è una sorta di battaglia contro quelli che l’autore chiama neo-crusc, ossia quelle persone che nel tentativo di difendere la lingua italiana dall’imbarbarimento, si arroccano su posizioni pressoché integraliste e intolleranti, senza rendersi conto che le regole che vanno brandendo come armi sono esse stesse contraddittorie, piene di eccezioni, già serenamene violate da illustrissimi autori e ormai praticamente (val più la pratica) trasgredite in tanti e tali modi da non potere essere più neanche definite regole.
Con questo intento, combattere le insostenibili rimostranze dei neo-crusc, Debenedetti affronta con piglio efficace e accattivante alcuni (non tutti, è vero) meccanismi della lingua italiana, dimostrandosi indulgente verso quelli che considera peccati veniali, soprattutto nell’uso parlato della lingua, spiegando che alcuni di questi sono errori che commettiamo tutti, nessuno escluso, quando parliamo (uno per tutti: l’anacoluto) e cerchiamo di esprimere un pensiero in maniera efficace e veloce magari sacrificando qualche norma grammaticale.
Questa sua battaglia è però più che altro un pretesto, perché forse certi intransigenti personaggi che lui descrive non esistono neanche. È un pretesto per affrontare alcuni temi della grammatica, per presentarli sotto punti di vista inconsueti arrivando anche, in certi passi, a un approccio decisamente tecnico. Quando succede però l’autore se ne scusa, ma a volte è inevitabile.
Ne viene fuori una trattazione insolita (mi pare, non sono certo un esperto) e gradevole, fuori dagli schemi più noiosi, ma senza cadere nel troppo semplice e, ammesso che l’argomento piaccia, sempre su toni decisamente interessanti.
Quindi se vi incuriosisce sapere come si configura l’enorme differenza tra dire al ristorante “Pago io” o “Io pago”, date una chance a questo libro, non vi dispiacerà.