Sprechiamo la gioventù a conquistare la ricchezza e la ricchezza a conquistare la gioventù
Douglas Coupland
alla deriva nel mare magnum
Sprechiamo la gioventù a conquistare la ricchezza e la ricchezza a conquistare la gioventù
Sicuramente è il ricordo calcistico più bello di tutta la mia vita. Quel mondiale di quasi trent'anni fa è rimasto scolpito nella mia memoria in modo indelebile, molto più che qualsiasi altra partita o evento calcistico precedente o successivo.
Copioincollo dal blog di Luca Sofri:Sono a una riunione con le maestre della scuola elementare di mia figlia. Mi deprimo ogni minuto di più a sentire che quest’anno i tagli sul personale insegnante non permetteranno più uscite e visite esterne, costringeranno ad affollare le classi ogni volta che manca una maestra, impediranno di poter dedicare tempo e recuperi necessari ai bambini che ne hanno bisogno, e demoliranno il tempo pieno (“non è un tempo pieno, è una schifezza”, dice la maestra). E avanti così, e mi deprimo.
E poi mi arriva, negli aggiornamenti delle news sul telefono, questa:
“Roma, 11 ott. (Adnkronos) – ”Sono convinto che non destinare adeguati investimenti all’educazione e alla scuola sia una politica poco lungimirante, destinata a condannare un Paese all’impoverimento culturale, alla decadenza economica e sociale”. E’ quanto afferma il presidente della camera dei Deputati, Gianfranco Fini”
E vaffanculo, detto da padre
Qualche volta pare che i nomi che vengono designati a Stoccolma[*] siano frutto di non si sa bene quali imperscrutabili e cervellotiche elucubrazioni.
Sono convinto che le limitazioni siano fondamentali nell’espressione artistica. Hai cento pennelli possibili? Vade retro. Dammene tre. Via, va bene quattro.
Quando mi imbatto in certe cose, come quelle di cui sto per parlare, mi viene puntualmente in mente una frase di una stralunata canzone dei Bluvertigo che diceva “Quello che so su alcuni argomenti viene dall'America”, frase che non calza proprio a pennello, ma che per me ultimamente è sempre più vera.










Prima della partenza, ben prima, ho cercato in rete un po’ di informazioni che descrivessero la gara, tanto per farmi un’idea di quel che mi aspettava. Non ho trovato un granché, quindi ora faccio un resoconto abbastanza dettagliato non solo per i miei soliti appassionatissimi lettori, ma anche per chi in futuro fosse alla ricerca come me di qualche dritta.
La sua comicità era sottilmente geniale, elegantissima e perfettamente tagliente. È davvero un peccato che non ci sia più.
Ammetto, confesso che questo libro l’ho finito a fatica e con la voglia che finisse in fretta, di passare ad altro.
James Randi è stato (ed è tutt’ora, e ancora di più, vedi dopo) un mito della mia gioventù. Ero in quell’età in cui è abbastanza normale essere ancora affascinati dal paranormale, dai poteri della mente, dalla magia e da tutte quelle cose lì che ad avercele farebbe davvero comodo. Telecinesi e ipnotismo erano le mie favorite. La possibilità di prendermi una lattina di coca-cola dal frigo senza alzarmi dal divano o la capacità di far fare a qualcuno quel che volevo io (ero in età puberale, per cui ometto gli usi sconci che ne avrei fatto…), erano cose per cui avrei fatto volentieri un patto col diavolo.
Il cinema 3D è davvero il fenomeno del momento. È come andare sulle giostre, si viene catapultati per un paio d’ore in un mondo fantastico pieno di colori e cose strane, con la sensazione di esserne un po’ più parte di quando si guarda un film normale.
Effettivamente è un po’ che latito da queste lande.
Ho già detto che considero Philip Roth uno dei più grandi scrittori viventi, e che meriterebbe una consacrazione ancora maggiore di quella che già gli viene tributata.«Obama? Una grandissima delusione Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica.
Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.
Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.
Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore.
Sto leggendo un libro, Suttree di Cormac McCarthy. Non sono ancora sicuro, ma mi sa che è magnifico. Comunque ne dirò quando l’avrò finito.J-Bone lo guardava con un’aria folle. Si piegò un pochino, come per alzare una gamba. Strabuzzò gli occhi. Un’enorme scoreggia squarciò l’aria della tavola calda zittendo il tintinnio e l’acciottolio di tazze e posate dell’ora di pranzo, sbalordendo i clienti, precipitando il locale nel silenzio. Boneyard si alzò all’istante e andò a mettersi su uno sgabello al bancone, guardandosi alle spalle atterrito. Ai fornelli il greco arretrò vacillando, una mano sulle fronte. Hoghead barcollò tra i tavoli boccheggiante, l’angoscia dipinta in volto mentre la signora del séparé accanto si alzò e li guardò dall’alto con un’aria cadaverica e si diresse alla cassa.
Hiii, cantilenò J-Bone dentro le mani a coppa.
Cristo santo, disse Suttree , alzandosi con piatto e bicchiere.
Ti sei fatto male Jim?, disse forte Boneyard schermandosi con il dorso della mano.
Caspita, fece Hoghead seduto al bancone. Mi sa che qualcosa è venuto a tirare le cuoia nelle tue budella.
Il greco lanciava occhiate truci verso il retro del locale. Rimasto solo nel séparé, J-Bone arricciava il naso. Un minuto dopo strisciò fuori tra i tavoli. Gesù bambino, disse. Mi sa che manco io la reggo.
Vattene di qua.
Sto cercando di mangiare, Jim.
Gesù, disse J-Bone, mi sa che mi si è ficcata nei capelli.
Andiamo via, disse Boneyard.
Suttree considerò quelle facce ridenti. Un secondo, lasciatemi finire, disse.
Un film bellissimo, un film russo di un paio di anni fa. Si intitola semplicemente “12”, e dodici sono i giurati chiusi nella palestra di una scuola con il compito di emettere una sentenza sul caso di un giovane ceceno accusato di omicidio.
C’è una frase che mi dà particolarmente sui nervi quando le chiacchiere a tavola vanno oltre la meteorologia e si dirigono in territori un po’ più ostici o appassionanti, quali i temi sociali, la povertà, l’immigrazione. Questa frase assume dettagli ogni volta diversi, ma si riassume grossomodo nello standard “Io sì che sono per aiutare quella gente, ma a casa loro!” e giù a condire questa storia con considerazioni quali “evitare di essere sradicati dal proprio paese”, “i legami culturali e famigliari”, “le proprie usanze” e così via.