22 maggio 2008

Brian Eno & David Byrne - My Life In The Bush Of Ghosts

My Life In The Bush Of Ghosts ovvero: quando due geni si incontrano (e l'aria che tira tra loro è ottima).
L'ho sempre un po' temuto questo disco; se ne parla tanto in giro, viene definito un capolavoro, ma di genere sperimentale e piuttosto cerebrale, per cui confesso che pensavo di dovermi trovare in chissà quale stato di grazia per potere affrontare un tale mattone.
E invece mi sbagliavo, e di grosso pure.
L'approccio è sperimentale, vero, ma il buon gusto dei due personaggi è talmente alto che non ci sono mai passaggi sgradevoli o intellettualisticamente ostici.
L'idea di fondo è questa: la nostra esistenza (si noti che stiamo parlando del 1980) è bombardata da suoni e voci provenienti dalle fonti più disparate, non solo tv e radio, ma pure altoparlanti ai supermercati, negli ascensori, dall'impianto del vicino... e queste voci a loro volta declamano i messaggi più disparati, dalla pubblicità alle prediche religiose, agli annunci catastrofici, alle richieste di aiuto... Così alla fine, volenti o nolenti, ci troviamo al centro di queste voci tra di loro incoerenti e sconnesse, ma di cui più o meno direttamente siamo proprio noi i destinatari designati.
La coppia Eno&Byrne dunque realizza un disco in cui questi messaggi, sotto forma di registrazioni realizzate coi metodi più disparati (dai più sofisticati ai microfonini per strada), vengono posti al centro di tutti i brani, quasi appoggiati sopra le trame musicali che costituiscono l'ossatura dei pezzi. E qui sta la sorpresa: al di là di tanta concettualità la musica è assolutamente accattivante e godibile. Una sorta di funk ipertecnico eseguito da signori musicisti (gente come Bill Laswell, Robert Fripp, Busta Jones) che imbastiscono trame complicate e mai banali sempre restando nei territori del fruibile. E questa non è una contraddizione (complicazioni-fruibili) soprattutto grazie ad un semplicissimo trucco: le costruzioni vengono reiterate un numero talmente alto di volte che alla fine ci entrano in circolo e divengono perfino orecchiabili nonostante disparità e dissonanze.
La lunghezza dei brani è infine sempre entro i canonici confini del pop: tra i tre e i quattro minuti.
Questi sono grossomodo i principali ingredienti della ricetta. La differenza tra una buona idea e un capolavoro poi, si sa, la fanno i geni. E questi due lo sono, sicuramente.

1 commenti:

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