21 luglio 2010

Mummy, Daddy, wake up!

Questo è un video della BBC contro l'abitudine di inviare sms mentre si guida.
È terrificante perché è realistico.
Guardatelo, se avete il coraggio, poi non usiamo mai più il cellulare in auto.
Mai più.

Limitazioni

Sono convinto che le limitazioni siano fondamentali nell’espressione artistica. Hai cento pennelli possibili? Vade retro. Dammene tre. Via, va bene quattro.

Gipi, disegnatore, fumettista, ora anche piacevolissimo scrittore.

20 luglio 2010

D.F. Wallace - Tennis, tv, trigonometria, tornado

Quando mi imbatto in certe cose, come quelle di cui sto per parlare, mi viene puntualmente in mente una frase di una stralunata canzone dei Bluvertigo che diceva “Quello che so su alcuni argomenti viene dall'America”, frase che non calza proprio a pennello, ma che per me ultimamente è sempre più vera.
Il fatto è che, dopo essere riuscito a fare la tara ad alcuni atteggiamenti snobistitici del nostro continente, ho scoperto che gli americani sono molto più bravi di noi a raccontare le cose.
È fondamentalmente una questione di approccio. Se leggi un saggio scritto da un europeo, ti sembra che questo venga a dirti “Guarda che cose profonde che so, e guarda che considerazioni profonde ne riesco a fare”. Questo, al di là della vanità che sottintende e che a volte può anche essere del tutto giustificata, presenta un problema di fondo: se non sei già piuttosto competente sull’argomento, rischi di perdere il filo dei ragionamenti perché semplicemente ti mancano le basi. E a queste basi solitamente l’autore del saggio dedica poco spazio. “Sono banalità” sembra dirti, “non intendo dedicare tempo ed energia a raccontare queste ovvietà, ho premura di scendere in profondità per farti vedere che meraviglie ho scoperto”.
Solo che tu a scendere in profondità non sei ancora preparato, allora lo vedi scendere per conto suo sempre più lontano e sfocato, fino a perderlo di vista del tutto.
E allora il libro lo concludi per inerzia o lo chiudi per sempre.

Gli americani invece partono dal presupposto che il lettore non sappia neanche nuotare, altro che immersioni di profondità. Non si fanno neanche tanti scrupoli a trattarti da stupido o da ignorante, e questo di per sé potrebbe anche essere un po’ offensivo, soprattutto perché in genere se decidi di leggere un libro su un certo argomento, proprio da zero non parti. Insomma, almeno sai sguazzare.
Però, non sapendo:
- quanto bene sai nuotare
- a che profondità sai già immergerti
- e soprattutto da quanto tempo non lo fai
nel dubbio si parte da zero, ché un ripasso fa bene a tutti.
Così in genere le pagine iniziali sono un po’ noiose o superficiali, ma gli americani il loro pubblico non lo abbandonano mai, sanno tenerselo ben stretto, allora in genere i capitoli introduttivi sono zeppi di aneddoti, divagazioni divertenti o esempi curiosi, in modo che anche se proprio non si gratifica il lato più intellettuale del nostro cervello, almeno il divertimento è assicurato. E il libro rimane aperto.
L’approccio all’americana è quindi più vicino ad un “Ci sono cose bellissime che so e vorrei rendertene partecipe”, poi naturalmente ci sono ampie eccezioni e distinguo, da una parte e dall’altra, ma generalmente va a finire che è proprio così. E ne ho avuto esperienza in un sacco di ambiti, praticamente in ognuna delle mie brucianti passioni.

L’ultima conferma è stata leggendo questo libro di D.F. Wallace. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di articoli scritti negli anni ’90 su argomenti piuttosto diversi tra loro. In America (sempre l’America…) giornalisti e scrittori scrivono certi articoli per certe riviste, lunghi decine di pagine, alcuni sono meravigliosi, alcuni sono tradotti in italiano e si trovano ogni tanto da qualche parte, ma in genere occorre affrontare la fatica dell’inglese. Ma ne vale a pena.
Comunque, questo libro raccoglie alcuni articoli di questo tipo a firma di DFW e spaziano su temi diversissimi tra loro, dalla Fiera Statale dell’Illinois a una lunga analisi dell’opera di David Lynch, dal rapporto tra narrativa e televisione al tennis professionistico.
Proprio quest’ultimo articolo è quello che più ho apprezzato. Si tratta di una specie di resoconto dei Canadian Open focalizzato sul tennista Michael Joyce.
Io non avevo mai sentito parlare di Michael Joyce e questo mi aveva tenuto lontano dall’articolo per parecchio tempo, poi, probabilmente a causa di Wimbledon, il mio interesse per il tennis è salito di un pochino e questo è bastato a spingermi ad affrontare l’articolo-sul-tennista-sconosciuto.
Ed eccolo lì, lo scrittore americano che ti prende per mano e ti accompagna in profondità:
In realtà DFW non dà affatto per scontato che io sappia chi sia, come gioca, quali sono i risultati di Michael Joyce. Anzi, parte proprio dal presupposto che io non lo conosca (lo dichiara nel secondo o terzo paragrafo, dove non ero neanche arrivato). In un certo senso vuole che io non lo conosca in modo da potere parlare in modo generico di quei tennisti incredibilmente forti che però non arrivano alla fama mondiale, perché non raggiungono la top ten. Cioè Wallace ci descrive quanto sia forte un tennista top 100 (Floyd raggiunse il 64° posto) perché i top 10, e ancor di più i numeri 1 sono addirittura indescrivibili.
E tramite lui ci racconta del tennis professionistico, della vita di questi atleti fatta di continui viaggi tra un torneo e l’altro, degli sponsor appiccicati sulle magliette a un tanto a partita, dell’infanzia dedicata alla racchetta. E in mezzo ci mette pure aneddoti sui campioni,i loro tic sul servizio, il loro aspetto visti dal vivo. E poi racconta della sua esperienza tennistica giovanile e la paragona a quella di quelli che poi sono diventati tennisti, il tutto nel suo solito stile fatto di brillantezza, divagazioni, smisurate note a piè pagina, dettagli, descrizioni.
Gli altri articoli sono in alcuni casi altrettanto piacevoli, in altri un po’ meno, in un caso anche molto seriosi, perché il DFW non era un comico e di tanto in tanto ci teneva a ricordarlo.

Minimum Fax ha pubblicato diverse raccolte di questi articoli di DFW in alcuni libri, tra cui il più famoso è forse Una cosa divertente che non farò mai più (il cui titolo è ripreso nel sottotitolo di questo), ma pure gli altri che ogni tanto mi trovo a leggere sono dei veri gioielli di giornalismo.

Purtroppo la brillantezza con cui scriveva non trovava eguale corrispondenza nella vita e alla fine questo geniale scrittore ha scelto il suicidio a 46 privandoci della sua preziosissima descrizione del mondo. Questa intervista, firmata da un simile geniaccio, fa un po’ luce su come si sentiva l’uomo David Foster Wallace lontano da quello che appariva nei suoi scritti. La sua descrizione degli effetti dell’astinenza da tabacco è da brividi.

19 luglio 2010

Alcune cose che ho visto in vacanza

Ho visto segni di esasperazione:

Ho visto che i bambini, quelli piccoli, non sono cambiati di molto e le care vecchie giostre riscuotono ancora un bel successo:


Ho visto gente bravissima suonare e ballare:

Ho visto del discutibilissimo senso dell'umorismo piazzato a decorare i giardini del paese (se non si vedesse bene: è una statua di E.T. con fazzoletto e moccolo al naso, intitolata ETCÌ, battuta che per conto mio non sarebbe neppure degna della Setttimana Enigmistica):


Ho visto sbalorditive marche di sandali ai piedi dei bambini:

Ho visto tanta, tanta gente:


Ho visto che la "musica in piazza" ora la fa un tizio da solo accompagnato da basi mp3. "Tanto vale che metta su un disco" è stato il mio commento burbero:


Ho visto i duraturi effetti della speculazione edilizia degli anni '60 e '70:


Ho visto che guardare i fuochi d'artificio con i bambini è come guardarli per la prima volta:


Ho visto che il premio più diffuso ai banchi dei Luna Park sono i cellulari:


Ho visto che gli spettacoli degli artisti di strada sono bellissimi:


Ho visto il sudore sulla mia pelle dopo la corsa:

2 luglio 2010

Poveri oroscopi

Questa è davvero troppo bella e merita decisamente un risveglio pre-vacanziero del presente blog [nota: vado in vacanza 2 settimane, per cui l'attuale situazione di stasi di queste pagine si prolungherà ulteriormente. Prometto però fin d'ora, a me stesso più che altro, che al rientro riprenderò a scrivere con un po' più di frequenza].
Pare che gli oroscopi abbiano un problema, che non è mica quello di essere delle inutili e assurde cazzate, figuriamoci, ma quello di essere minati alla base dalla cospirazione di quegli irresponsabili e antiscientifici che sono i ginecologi.
Già, proprio loro, che disponendo le nascite dei bambini con taglio cesareo, alterano la data di nascita dei futuri lettori di oroscopi sballandone così l'altrimenti scientifica attendibilità.

Giuro, queste cose non sono state solo pensate da qualche svitato, sono state scritte su un quotidiano nazionale. E da un deputato della Repubblica Italiana, per di più.
Evito i soliti discorsi su quali sarebbero i doveri di quella gente, ma vi assicuro che l'idea di essere governati da tali simili imbecilli mi mette i brividi. Allucinante.
Qui l'articolo (clic per vederlo ingrandito, l'originale è qui):


Scovato su Medbunker, un blog il cui tenutario è un medico e a questo punto inizia a pensarsi onnipotente.

18 giugno 2010

Saramago 1922-2010

Ciao José, e grazie di tutto.

8 giugno 2010

Pronostici

Interrompo un periodo di inattività sul blog per parlare di calcio.
Uhm...
Vabbè. Pare che sia una cosa imprescindibile negli USA e in effetti può anche essere divertente.
Ho fatto il mio bracket per i mondiali di calcio, cioè ho compilato il tabellone dei risultati di tutto il torneo.
Questo è quello che ne è venuto fuori (cliccando si ingrandisce):

Staremo a vedere (anche perché il risultato finale non mi sconfiffera un granché, ma così mi dice la mia sfera di cristallo...).

8 maggio 2010

La mamma ai playoff NBA

"Fate un disegno per la festa della mamma", dice la maestra.
Lorenzo, gonfio d'affetto, tributa alla sua mamma il massimo onore: una schiacciante vittoria contro i L.A. Lakers:
La mamma, mentre conduce 98 a 54 contro i Lakers, è colta nell'atto di eseguire una portentosa schiacciata.
(I pedanti si astengano dal commentare la grafia di "Lakers" sul tabellone...)

22 aprile 2010

Tanti auguri

Mezza Maratona di Nizza - un resoconto


Prima della partenza, ben prima, ho cercato in rete un po’ di informazioni che descrivessero la gara, tanto per farmi un’idea di quel che mi aspettava. Non ho trovato un granché, quindi ora faccio un resoconto abbastanza dettagliato non solo per i miei soliti appassionatissimi lettori, ma anche per chi in futuro fosse alla ricerca come me di qualche dritta.

Partiamo dai numeri: quest’anno era l’edizione numero 19 e alla partenza c’erano 8.000 persone, così dicono gli organizzatori. Un bel po’ di gente, quindi. Si tenga presente che le gare in programma erano 4:
-la mezza maratona
-la 10km
-la Nicoise (5km non competitivi per sole donne a fini benefici)
-un’altra versione della Nicoise (2,5km di marcia per tutti, bambini compresi)
-la P’tits Champions (2km per i bambini)
quindi non tutti gli 8.000 erano sulla stessa linea di partenza, ma nella zona di partenza sì, compreso pubblico e genitori dei bambini, per cui uno si aspetta che il casino e i relativi disagi possano essere tanti, tipo code, ingorghi, assembramenti, mancanza di supporto eccetera.
Invece devo dire subito che lo sforzo organizzativo è stato notevole ed efficace, c’era veramente tantissima gente dell’organizzazione e tutto filava piuttosto liscio. L’unico momento di spiacevole attesa è stato alle code davanti ai WC chimici, ma si è trattato di meno di 10 minuti. Chi non è avvezzo alle corse sappia che quella del WC è un esigenza fondamentale: ci si alza presto, si arriva con largo anticipo alla partenza, si aspetta, si è cercato di fare una colazione ragionevole. Poco prima della gara è quindi pressoché obbligatorio usare il WC, davvero per tutti.
Quindi quel po’ di coda è inevitabile e questa è stata del tutto accettabile.

La corsa: io grazie ai miei mirabolanti risultati del 2009 ho avuto il privilegio di partire nella seconda griglia, quella dietro ai top runner. Ancora una spiegazione per chi non è avvezzo: nelle gare si cerca di fare partire davanti i più veloci, in modo che non vengano intralciati dai corridori più lenti nell’ingorgo della partenza. Ovviamente i top runner, cioè quelli che sono lì per giocarsi la vittoria, partono con un piede sulla linea di partenza, con solo il percorso di fronte a loro. Poi vengono costituite delle “gabbie” a cui hanno accesso i corridori secondo le loro potenzialità: se sei un corridore da 16km/h puoi stare davanti a chi corre ai 13km/h in modo da non trovartelo tra i piedi appena partito.
Per questo creano le gabbie che sono più o meno numerose a seconda dell’organizzazione (a volte non ci sono proprio, a volte ce n’è 3 o 4).
Per accedere a queste gabbie occorre avere corso nell’anno appena trascorso una gara sotto i tempi prefissati. A Nizza le griglie erano due: una per i corridori sotto l’ora e 17 (i top runner) e l’altra per quelli sotto l’ora e 25, poi tutti gli altri (la “masse”). Per le donne i tempi sono diversi (1h30 per la prima gabbia e 2ore per la seconda).
Come dicevo io sono entrato nella seconda griglia che significa che quando hanno levato le transenne (perché naturalmente le gabbie vengono aperte poco prima dello sparo), mi sono ritrovato vicinissimo alla linea di partenza, cosa che non mi era mai successa.
Allo sparo sono quindi partito agevolmente di corsa, senza problemi di ingorghi o tamponamenti, anzi, magari sono stato io ad essere di intralcio a qualcuno, ma non me ne sono accorto.

La prima parte del tracciato è molto bella. Si snoda per il centro di Nizza, con parecchie curve e alcuni lievi saliscendi che a me piacciono più che un percorso totalmente piatto. Trovo che diano varietà all’azione e quelle brevi discese sono dei veri toccasana per i polmoni.
I primi 10km si svolgono assieme alla gara dei 10km appunto, quindi mi sono trovato a correre assieme a gente che aveva come obbiettivo una distanza metà della mia. Delle lepri, insomma.
Questo, unito ad una buona condizione e alla piacevolezza del tracciato mi ha portato a passare i 10km con un gran tempo (per me) 38’38” che proiettati su tutto il percorso avrebbero significato 1h21’30”, ampiamente sotto il mio record.
E invece.
La seconda parte della gara è completamente diversa dalla prima: totalmente dritta e piatta, 5,5km sulla Promenade lungomare verso l’aeroporto e 5,6km al contrario sullo stesso tratto. Il percorso noiosissimo e (soprattutto) l’avere fatto un po’ troppo il fenomeno nella prima parte, mi ha portato a rallentare decisamente.
In conclusione ho tagliato il traguardo a 1h23’19”, che tutto sommato va bene. Ci tenevo a stare sotto l’ora e 24 (per i non avvezzi: 1h24 sulla mezza maratona significa una velocità media di 15km/h. Volevo starci sopra) e quindi ho ampiamente rispettato i propositi già abbastanza ottimistici rispetto all’allenamento un po’ scarso che avevo.
Però ammetto che rosico per come ho corso i primi 10km, mi sentivo davvero in gran forma. E rosico per i parecchi atleti che mi hanno superato tra il 15km e il ventesimo. Poi nell’ultimo ne ho ripresi un paio, ma sono magre consolazioni.
E più che altro mi spiace avere fatto così tanta fatica nella seconda metà della gara, mi è sembrato di non godermela più, di soffrire e basta.
Beh, la prossima volta sarò più saggio. Promesso.

Ancora una doverosa considerazione sul tracciato. Durante la prima parte, al 9km si incrociano i “ritardatari” al 5km, mentre durante la seconda parte si ha la possibilità di vedere i top-runner in azione: uno spettacolo della natura!
In conclusione: una bella corsa in una splendida cornice. La seconda parte del percorso non è dispiaciuta solo a me, è diffusamente detestata almeno a quel che ho sentito commentare, ma gestendola meglio di come ho fatto io probabilmente può rivelarsi ben più piacevole.
Ripeto che l’organizzazione è ottima.
Il pacco gara è miserello, solo una maglietta, ma di buona marca. Forse meglio che tanta paccottiglia che ti rifilano in genere.
All’arrivo, a chi arriva in fondo, viene consegnata pure una bella medaglia. So che per qualcuno è molto importante.

E infine faccio anch’io come Linus: pubblico foto a testimonianza dell’impresa:

16 aprile 2010

Prossimi passi

Domenica vado a fare questa cosa qua:
Mezza maratona in giro per Nizza. Per chi conosce la città, questo è il percorso:


E poi... Cafè de Turin:
Invidiatemi pure.

Raimondo

La sua comicità era sottilmente geniale, elegantissima e perfettamente tagliente. È davvero un peccato che non ci sia più.
Quello che più mi turba è questo stillicidio di persone appartenenti al mondo della mia gioventù che se ne sta andando. È nell'ordine delle cose, lo so, ma mi turba.
Intanto, ciao Raimondo.

Il miracolo della vita

Ne ho tre, quindi a questa cosa ci ho pensato molto intensamente già parecchie volte. Parlo di figli e parlo dello svilupparsi di un bambino a partire da un ovocita ed uno spermatozoo.
All'inizio è solo una cellula, una pallina piena di robette strane e complicate.
Alla fine è un essere umano con dita, occhi, muscoli, cervello, naso, fegato e cistifellea, ginocchia e lingua, tendini e tiroide e orecchie, chiappe e unghie.
Il processo più inconcepibilmente complicato a cui ci sia data la fortuna di assistere. E gira tutto da solo, come fosse, e lo è, la cosa più naturale del mondo.
Questa animazione mostra in quattro minuti tutti i nove mesi della gestazione, dal concepimento al parto. Guardatelo fino alla fine, il momento del parto è da accapponare la pelle.


12 aprile 2010

C.McCarthy - Suttree

Ammetto, confesso che questo libro l’ho finito a fatica e con la voglia che finisse in fretta, di passare ad altro.
E di aver pensato più volte di lasciarlo perdere.
Poi però non l’ho fatto e come con le grandi fatiche che si riescono a portare a termine, sono contento di averlo letto tutto e sono convinto che questa lettura mi abbia dato ben più di altri libri divorati in un baleno.
È un libro pesante questo, descrizioni lunghe e dettagliatissime e avvenimenti tanto realistici da apparire banali se non addirittura noiosi.
Come la vita.
È difficile pure dirne la trama, di questo libro. In sostanza si tratta di un periodo di alcuni anni della vita di tal Cornelius “Bud” Suttree, uomo disincantato e concreto che assieme a suoi pari vive alla giornata ai margini della società nei dintorni di Koxville. I suoi compari, amici o semplici compagni nel viaggio della vita, sono barboni, alcolizzati, svitati, accattoni, prostitute e tutto quanto vi sia di più umanamente tangibile nelle periferie delle città e delle esistenze in genere.
Ogni pagina di questo libro è dipinta con colori talmente vividi e dettagliati da trascinarti di forza in quelle esistenze misere ma intensissime, a fianco di un uomo dall’aspetto ruvido ma dalla volontà fragile e riprovevole, capace poi di enormi e disinteressati slanci di generosità e di adattamento indifferente alle situazioni peggiori, in balia dell’altalena della vita che con i suoi alti e bassi lo porta a destreggiarsi tra la miseria e il lusso pacchiano di chi si trova in tasca all’improvviso troppi soldi per essere in grado di conservarne appena per il pasto del giorno dopo.
Un uomo vero. Tramite il quale forse McCarthy ha l'ambizione di raccontarci l'Uomo.
O forse no. Come sempre questo autore non fornisce mai didascalie, non svela mai il proprio programma. Ti presenta la vita, interpretala tu.

Sinceramente un libro come questo lo consiglio di cuore, ma con un grosso avvertimento: è un mattone. Però si sa, non sono mai i percorsi troppo semplici e frequentati a portarci nei posti migliori. Affrontatelo, percorretelo tutto e raggiungete la cima. Voltarsi indietro a guardare il cammino percorso sarà un’esperienza impagabile.

30 marzo 2010

Saltar fuori

James Randi è stato (ed è tutt’ora, e ancora di più, vedi dopo) un mito della mia gioventù. Ero in quell’età in cui è abbastanza normale essere ancora affascinati dal paranormale, dai poteri della mente, dalla magia e da tutte quelle cose lì che ad avercele farebbe davvero comodo. Telecinesi e ipnotismo erano le mie favorite. La possibilità di prendermi una lattina di coca-cola dal frigo senza alzarmi dal divano o la capacità di far fare a qualcuno quel che volevo io (ero in età puberale, per cui ometto gli usi sconci che ne avrei fatto…), erano cose per cui avrei fatto volentieri un patto col diavolo.
Ci credevo. In un modo un po’ scettico e perplesso, però in fondo in fondo ci credevo, pensavo che tutto sommato fosse vera quella storia del 10% dei poteri del cervello e che a sviluppare bene anche solo parte di quel fantomatico 90% si sarebbero potuti avere poteri incredibili.
Non che fosse alla mia portata, ma che qualcuno ce l’avesse fatta non avevo motivo di dubitarne.

Poi mi sono letto “Viaggio nel mondo del paranormale” di Piero Angela e ho raggiunto l’illuminazione. Il libro smonta quasi tutte le credenze nel paranormale e dintorni con una precisione e una capacità di convincere straordinaria.
Credo che sia una mia attitudine mentale, ma ben lungi dall’essere deluso dal vedere crollare tutte le mie speranze di diventare un supereroe, mi sono entusiasmato nello scoprire che la realtà è molto più semplice e che i sedicenti uomini dai poteri straordinari sono nella stragrande maggioranza dei casi dei ciarlatani. E che chi ci crede è un pollo.
È difficile da spiegare e non vorrei essere preso per un sempliciotto dalla mente ristretta, ma secondo me, sapere che il mondo è come sembra che sia, è molto più bello di una versione in cui ci sono delle regole, ma queste regole vengono qua e là violate senza motivo apparente e senza riproducibilità. Sto naturalmente parlando di leggi naturali, fisica, chimica, biologia eccetera. Mi piace che ci siano delle regole universali e che solo grazie a queste si sviluppi tutta la meravigliosa diversità delle cose del mondo, senza trucchetti o eccezioni.
Vabbè, quel libro lì mi spiegò che i trucchi e le eccezioni alle regole del gioco non esistono, sono solo delle truffe. E questo mi piacque tantissimo. E mi spiegò pure che per smascherare queste truffe, gli indagatori più indicati non sono gli scienziati, anzi. Gli indagatori migliori sono gli illusionisti, i prestidigitatori. Perché i trucchetti che usano i sedicenti paragnosti non sono altro che trucchi alla Tony Binarelli, alla Silvan. E allora ci va uno del mestiere per smascherare il trucco. Altroché fisici o chimici.
Quel libro è scritto da Piero Angela e uno dei protagonisti principali è tal James Randi, un uomo che, prima prestidigitatore di un certo successo, ha poi dedicato la vita alle indagini sul paranormale, smascherandone di tutti i colori. È quello che ha smascherato Uri Geller, tra gli altri.
È quello che ha messo in palio un milione di dollari per chi fosse in grado di dimostrare di avere qualche potere paranormale. Quel milione di dollari è ancora lì, naturalmente.
È un mio mito dunque e da un sacco di tempo.
E ora lo è ancora di più: alla tenera età di 82 anni, ha fatto outing.
E anche questa è una di quelle cose che mi piace senza sapere bene perché.

19 marzo 2010

Scrittori ed ipocriti - Uno sfogo

Non so bene perché, ma a me Aldo Busi è sempre stato simpatico. È una cosa epidermica, senza motivazioni forti, più televisiva che letteraria: ho letto poco di quel che ha scritto.
Probabilmente è a causa della sua sfrontata e provocatoria indole, il suo essere sempre pronto ad andare oltre, ben al di là del comune “sopra le righe”, fatto però in un modo che, pur finendo inevitabilmente in caciara, perché i programmi televisivi si, alcuni programmi televisivi, si nutrono di caciara, ha sempre un fondo arguto, intelligente. Provocare per smascherare le ipocrisie, per mettere in imbarazzo i perbenisti, stanare i benpensanti agitandogli davanti al muso gli argomenti che più li eccitano.
A ben pensarci la mia simpatia nei suoi confronti risale a un secolo fa, quando Corrado Augias lo definiva, col suo fare sornione, “Il più grande scrittore italiano vivente” e lui ballava una specie di flamenco indossando scarpe rosse col tacco.
Poi francamente non l’ho più seguito se non casualmente. Leggo che ha partecipato ad Amici in qualità di giudice e questo potrebbe bastare a farmi cambiare idea su di lui, ma probabilmente l’ha fatto col suo modo di fare sfacciato e magari mi sarebbe piaciuto pure lì. Non so.
Quello che so, il motivo del post, è che è stato radiato da tutte le trasmissioni della RAI per avere offeso nientemeno che il Papa e Berlusconi. Il primo, che si scaglia contro gli omosessuali, lo ha accostato agli omofobi che altro non sarebbero, secondo lui, degli omosessuali repressi pericolosi per la società.
Del secondo, Berlusconi, si è permesso di dire che se non abbassa le tasse con le due aliquote del 23 e 33 percento, il suo governo non è servito a nulla.
Apriti cielo, naturalmente.
Quegli imbecilli servili dei dirigenti RAI non hanno perso tempo, e in considerazione di tali disdicevoli fatti, hanno deciso per la radiazione dal programma (L’Isola dei Famosi) e dagli altri programmi RAI.
Beh, io sono uno sfigato che paga il canone e ritengo che per esempio, sentire un ministro della Repubblica Italiana dire che quelli che vogliono che i crocifissi vengano tolti dalle scuole e dagli altri luoghi pubblici (io per esempio) “possono anche morire” ma loro della sentenza della Corte Europea se ne fregano e non li toglieranno mai, mi sembra molto più grave.
Tanto per dirne una.
Ce ne sono a montagne di schifezze del genere negli archivi RAI, io non ho voglia di ravanarci dentro perché mi girano le balle ogni volta, ma i protagonisti sono ancora tutti lì in prima serata.
Beh, io immagino che Aldo Busi possa fare anche a meno delle comparsate in TV, anche se sono certo che un qualche danno non potrà non venirgliene. E sono pure convinto che del “servizio pubblico” televisivo ormai rimanga davvero ben poco, vittima com’è ormai di pressioni, lottizzazione, ingerenze, cortigianerie e pochezza dilagante. Però io quei soldi dell’abbonamento li pago, non per scelta, ma per imposizione. La RAI la guardo pochissimo, ma ciononostante devo versare un obolo annuale a suo favore per finanziare simili schifezze e allora sogno i sogni più cruenti nei confronti di quella gente che è riuscita a ridurre in questo stato quello che potrebbe essere un mezzo ricchissimo.
In altre parole: vadano a cagare, una volta di più.

Per il resto, per quel che può servire, arrivi la mia massima solidarietà ad Aldo Busi. Ne approfitti per tornare ad essere “il più grande scrittore italiano vivente”.

Alice in Wonderland

Il cinema 3D è davvero il fenomeno del momento. È come andare sulle giostre, si viene catapultati per un paio d’ore in un mondo fantastico pieno di colori e cose strane, con la sensazione di esserne un po’ più parte di quando si guarda un film normale.
Cioè, quella cosa (entrare in un mondo di fantasia) capita anche con i normali film, solo che col 3D capita un po’ di più. Non è perfetto, comunque sei sempre spettatore passivo e quella cosa lì che vedi è chiaramente finta, ma è un ulteriore passo in avanti verso il realismo perfetto.
Un po’ come passare dal bianco-nero al colore o dalla televisione al cinema.
E così, dopo aver sperimentato Avatar, non ho potuto rifiutarmi di portare i pargoli a vedere Alice in wonderland. Io volevo andarci per il 3D, appunto, e per la regia di Tim Burton, loro per il 3D e per il cinema e per Walt Disney e per Alice e per i pop-corn e per gli occhialoni.
Beh alla fine tutti contenti, a parte per i pop-corn che non c’erano.
Il film è un buon compromesso tra l’immaginismo un po’ gotico di Tim Burton e le esigenze infantili di Walt Disney, per cui alla fine può andare bene per grandi e piccini con una piccola precedenza a questi ultimi. Almeno i miei 2 (6 e 8 anni) ne sono usciti entusiasti, mentre io dico un poco deciso “sì, carino”.
La storia è quella di una sorta di Alice nel paese delle meraviglie 2 – il ritorno, cioè un’Alice 20enne che vive ossessionata dal sogno (che in realtà è un ricordo quasi del tutto rimosso) della sua avventura infantile in un epoca vittoriana zeppa di convenzioni a cui lei molto malvolentieri si adatta. Fino al traboccare del vaso, costituito dalla proposta di nozze di un repellente lord pretendente a cui lei, secondo il parere di tutti, dovrebbe di buon grado acconsentire.
Alice questa volta non ce la fa, allora scappa dal pretendente inginocchiato e va a finire nel buco sotto l’albero dove era iniziata l’avventura da bambina e torna in quel mondo là, fatto di pozioni che la fanno rimpicciolire e ingrandire, sorrisi di gatti, brucaliffi, rose parlanti e soprattutto il cappellaio matto, che impersonato da Johnny Depp è quasi un protagonista del film.
In quel mondo si svolge tutta la parte veramente fantastica del film con la regina di cuori diventata una tiranna ancora più irascibile che ad un tempo (“tagliatele la testa!”) e Alice che chiaramente si schiera dalla parte dei buoni nel tentativo di spodestarla.
Ripeto, per i bambini è entusiasmante, come un cartone, ma ancora più bello, perché probabilmente è ancora più facile entusiasmarsi per l’eroina se questa è reale e non disegnata e se tutto è fatto bene, come riescono a fare i draghi volanti nel cinema attuale, allora non devi neanche più fare una gran sospensione dell’incredulità. Ti siedi, inforchi gli occhiali e sei sulla giostra.
Qui sotto l’immagine dei miei 2 pargoli poco prima che spegnessero le luci in sala. Già questo vale buona parte del prezzo del biglietto:

Idee regalo

Effettivamente è un po’ che latito da queste lande.
Il fatto è che quel che sto scrivendo riguarda sostanzialmente musica, allora lo pubblico sull’altro blog.
Segnalo solo che, oltre alle solite cose da maniaco della musica sconosciuta, ho iniziato a suggerire qualche disco che dovrebbe piacere un po’ a tutti. Il principio guida è quello della “regalabilità”, cioè dischi che si potrebbero regalare a persone di cui si sospettano buoni gusti musicali senza pretendere che condividano le proprie perversioni. Dischi gradevoli nel senso più ordinario del termine.
Poi nel concetto di regalabilità vale pure il discorso che chi riceve l’omaggio non ce l’abbia già, per cui forse non sono proprio conosciutissimi, se no tanto vale.
Ovviamente il regalo può valere anche per se stessi.
Per ora ho parlato di:

1 marzo 2010

Piccoli sportivi crescono

Ieri sono finite le Olimpiadi invernali e ancora ho nelle orecchie i discorsi e le polemiche per gli scarsi risultati degli atleti italiani (per chi non le avesse seguite: una sola medaglia d’oro contro le 5 di Torino 2006) che non sarebbero poi tanto preoccupanti se non seguissero di qualche mese la figuraccia dei mondiali di atletica di Berlino dove di medaglia non ne abbiamo raccattata neanche una.
Si parla di cultura sportiva, si parla di strutture, si parla di scuola, si parla di scarsa propensione alla fatica. Si parla pure di Facebook (Alberto Tomba: “oggi i ragazzi… tutto il tempo su facebook… io non vedevo l’ora di uscire…”).
I discorsi sono tutti veri e probabilmente individuano alcune reali cause dello scarso successo dei nostri colori in ambito sportivo, ma ho come l’impressione che siano focalizzati un po’ troppo sugli atleti e troppo poco sulle strutture che stanno loro alle spalle. Dietro ad un atleta che taglia per primo il traguardo in una competizione mondiale c’è una struttura enorme, fatta di tecnici, di strumenti, di dirigenti, di impianti sportivi, di competenze e a mio avviso il vero nodo della questione è proprio da quelle parti e inizio a temere che sia dovuto allo stato di marciume che sta rivelandosi in ogni struttura italiana, da quelle politiche a quelle imprenditoriali, a quelle organizzative,… dove ogni dinamica è regolarmente impostata sul clientelismo, sulla raccomandazione, sulla bustarella, sul favore o sulla puttana di turno.
E in un sistema dove non si premiano i reali meriti, ma solo le convenienze clientelari, non riesci a creare dei veri vincitori. Nello sport soprattutto, dove la competizione è tutto e alla fine barare è troppo difficile, almeno fuori dai nostri confini.
Invece tutto il mondo dello sport continua a puntare il dito al di fuori di sé, alla scuola che non valorizza l’ora di ginnastica, ai giovani che non praticano sport al di fuori del calcio.

Beh, ieri ho portato Carlotta al suo primo raduno di mini-volley, la prima uscita al di fuori dei suoi “allenamenti” (per chi non la conosce: ha 6 anni, per questo metto le virgolette). Durante questo raduno (concentramento lo chiamano) ha potuto giocare con sue coetanee di altre squadre.
Il tutto si è svolto in una palestra e lo spettacolo a cui ho assistito mi fa proprio pensare che i discorsi sui giovani che non praticano sport siano delle gran balle.
Innanzitutto l’incontro non era solo per le seienni, ma a tutte le categorie del minivolley, che va fino ai dieci anni, più o meno. Le squadre coinvolte erano sei o sette, ognuna con almeno 15 bambini, per un totale di più di cento atleti.
Il campo (una palestra) è stato diviso in 9 piccoli campi di dimensioni differenti a seconda dell’età dei giocatori e poi sono stati organizzati 9 tornei di 4 squadre che si svolgevano ognuno su un campo diverso.
Per ogni torneo c’era un arbitro, cioè un ragazzino o ragazzina di età appena maggiore (14-15) anni che seguiva le partite con fare professionalissimo.
Ogni squadra aveva il suo allenatore, altro ragazzo o ragazza un poco più grande che seguiva il gioco dei bambini (per quelli più piccoli, che giocano una cosa che si chiama “palla rilanciata”, l’impegno è costante: devono continuamente spostarli per il campo per fargli tenere la posizione, spiegargli continuamente cosa fare, coordinare le rotazioni…).
Poi alcuni coordinatori che si occupavano di organizzare i turni degli incontri e seguire i bambini nelle loro necessità, difficoltà, paure, esigenze (“devo andare a fare la pipì” è una frase più che ricorrente).
Poi il “capo della baracca”, una ragazza di meno di trent’anni che coordinava il tutto.
Tutto questo si è svolto in una palestra in provincia, spontaneamente e con grande entusiasmo da parte di tutti, compresissimi nei loro ruoli. Io assistevo allo spettacolo dall’alto e vi assicuro che vedere un tal movimento di palloni, bambini che giocano, tutti con le loro divise, capelli raccolti, impegno, gioie e delusioni per più di due ore, è stata un’esperienza da aprire il cuore, veramente bellissimo.
Purtroppo non ho fatto foto, per cui non riesco a fare vedere com’era esattamente il colpo d’occhio. Comunque immaginate una cosa del genere vista dall’alto e con ancora più partecipanti:

Tra una partita e l’altra cercavo di vedere la cosa con occhi un po’ più distaccati di quelli del papà e riflettevo che se avessi visto una cosa del genere in Germania o Scandinavia, sarei tornato pieno di ammirazione a raccontare quanto sia profondamente radicata e ben organizzata la cultura sportiva in quei paesi meravigliosi. E poi sì che vincono medaglie a bizzeffe, loro!
E la scorsa settimana Lorenzo aveva partecipato ad una cosa del tutto analoga, sia come organizzazione che come entusiasmo, incentrata sul basket.

Tutto questo solo per raccontare un po’ di fatti miei, ma soprattutto per smentire il fatto che in Italia non ci sia cultura sportiva giovanile. Questa c’è eccome, e c’è con tutto l’entusiasmo tipico sia dei bambini che dei loro giovani genitori. Quello che manca è poi la capacità dei soloni dello sport italiano di raccogliere questo preziosissimo “materiale umano” e di farne degli atleti come si deve.
Tanto per non dare sempre la colpa agli atleti, insomma.

Altroché Indignazione

Ho già detto che considero Philip Roth uno dei più grandi scrittori viventi, e che meriterebbe una consacrazione ancora maggiore di quella che già gli viene tributata.
La stima e quel genere di affetto che si può provare per uno scrittore non mi porterebbe comunque a condividere necessariamente le sue opinioni politiche, religiose, economiche o sportive. A giudicarle notevoli e a leggerle magari con interesse sì, ma a condividerle necessariamente non direi proprio.
Così è stato con un certo stupore che avevo letto di una sua dichiarazione fatta durante un’intervista ad un giornalista di Libero (Libero!! Philip Roth intervistato da Libero mi pareva già una notizia curiosa) in cui si dichiarava completamente deluso da Barack Obama.
Così diceva:
«Obama? Una grandissima delusione Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica.

(Intervista di Tommaso De Benedetti su Libero il 22/11/2009)

Mi sembrava un giudizio piuttosto tranciante, ma sai, gli scrittori sono persone particolari, a volte scorbutiche, spesso stizzose come primedonne. E poi è noto che Obama abbia più consensi all’estero (in Europa in particolare) che negli U.S.A. E poi l’America è lontana, non abbiamo la giusta percezione delle cose, per cui può anche darsi.
Insomma, per quel che possa valere la mia opinione su Obama, potevo recepire l’opinione di Philip Roth come un punto di vista illuminante, interessante appunto.
Poi viene fuori che è una balla, Philip Roth non ha mai detto quelle cose. Non ha neanche rilasciato quell’intervista:
Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.
Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.

Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore.

(intervista a Philip Roth di Paolo Zanuttini pubblicata sul Venerdi’ di Repubblica il 26/02/2010)

E allora una piccola cosa che poteva essere interessante si rivela l’ulteriore schifosa dimostrazione di come stia funzionando l’informazione dalle nostre parti. Non c’è più alcuna vergogna, pur di tirare acqua al proprio mulino (per un percorso abbastanza tortuoso poi: Obama=Partito Democratico U.S.A.=Più di sinistra che di destra=Sgradito al Centro-Destra italiano) si commette qualsiasi falsità, si viola ogni principio di correttezza.
Disgustoso.
Salvo poi accorgersi che a questo disgustoso "peggio" non c’è limite:


PS: la pagina di Libero in cui compariva l'intervista è stata rimossa. Peccato (per loro) che ne rimanga traccia nella cache di Google (io me ne sono pure fatto una copia, sai mai).