16 maggio 2011

Affacciato sull'NBA

Che io continui a non capirci un granché continua ad essere un dato di fatto, ma nel frattempo ho azzeccato tutte e 4 le semifinaliste per il titolo NBA 2010-11.
Per chi ne sa ancora meno di me, elenco qualche cosa che ho capito da poco, soprattutto le cose diverse dalla nostra mentalità:
  • L'NBA, la National Basketball Association è composta da 30 squadre, che in realtà si chiamano franchigie e che sono una cosa un po' diversa da come intendiamo noi le squadre
  • Le franchigie infatti sono tipo delle aziende (ah, l'Amerika…) che possono fallire e sparire di botto. Non sono legate in maniera indissolubile ad una città, anche se il loro nome ne indica la collocazione geografica. I Los Angeles Lakers sono di Los Angeles, ma se i proprietari vedessero dei buoni motivi per trasferirsi a Chattanooga in Tennessee, diventerebbero i Chattanooga Lakers. Poi è chiaro che gli abitanti di una città si affezionano alle squadre locali, per cui questi spostamenti sarebbero dei traumi sportivi da gestire, ma in linea di massima si può fare e in effetti ogni tanto succede. Proprio i Lakers fino al 1960 erano i Minneapolis Lakers, poi si trasferirono a L.A.
  • L'ingresso di una nuova franchigia nella lega è frutto di trattative a me ignote. In ogni caso chi si propone deve dimostrare che il proprio inserimento significherà un beneficio (economico, of course) per la lega, portando tifosi, impianti, giocatori ecc.
  • Non esiste retrocessione. La lega è unica, anche se in qualche modo collegata con altre leghe inferiori, ma se arrivi ultimo in campionato ti becchi solo l'ira dei tifosi, non la serie B.
  • Nonostante il nome, l'NBA va oltre i confini nazionali USA e ammette anche squadre canadesi: al momento ci sono solo i Toronto Raptors, fino a poco tempo fa c'erano anche i Vancouver Grizzlies, ora trasferiti a Memphis.
  • La lega è divisa in due Conference, la Eastern e la Western. Durante la stagione regolare, ogni squadra gioca principalmente contro le altre squadre della propria Conference, ma gli incroci con l'altra sono frequenti.
  • In totale le partite giocate da ogni squadra durante la sola stagione regolare sono 82! Poi ci sono playoff. Prima c'è la pre-season. In mezzo c'è l'All Star Game, che è un weekend di puro spettacolo in cui si esibiscono i migliori giocatori della lega in sfide Est-Ovest, gare di schiacciate, dei tiri da 3 punti,...
  • Quando si parla delle partite, le squadre sono citate in ordine inverso rispetto a come facciamo noi: Boston-Chicago vuol dire che si gioca a Chicago, in casa dei Bulls. Difatti spesso si trova la @, che in questa accezione significa "at": Boston @ Chicago (I Boston Celtics vanno a Chicago).
  • Non essendoci pareggi, non ci sono punteggi per la vittoria o sconfitta. Semplicemente la classifica si fa contando quante vittorie ha ottenuto ogni squadra. I risultati di ogni squadra sono in genere messi tra parentesi dopo il nome. Per esempio, quest'anno i Chicago Bulls hanno vinto 60 partite e perse 22, per cui si trova frequentemente scritto Chicago Bulls (60-22).
  • A fine stagione le migliori 8 squadre di ogni Conference partecipano ai Play-Off. Questi sono rigorosamente divisi tra Western e Eastern conference. Non ci sono incroci prima della finale.
  • Gli scontri di playoff sono giocati al meglio di 7 partite. Chi ne vince 4 passa il turno.
  • Il sistema "al meglio di 7", la logica degli abbinamenti e lo schema in casa-fuori casa è stato oggetto di polemiche e revisioni nel corso dell'intera storia dell'NBA. Attualmente lo schema è il 2-2-1-1-1, cioè la squadra che aveva fatto più punti durante la stagione regolare gioca in casa le partite 1, 2, 5 e 7; quindi la squadra con il miglior piazzamento viene premiata con un maggior numero di gare in casa, compresa l'eventuale ultima sfida.
  • Le finali di Conference costituiscono le semifinali di lega. Chi vince il titolo di Conference si gioca il titolo NBA con l'altra vincitrice di Conference, sempre al meglio di 7.

Allora, secondo le mie ponderatissime ed autorevoli previsioni ho azzeccato tutte le finaliste di Conference, che sono:
A Est: Chicago Bulls vs. Miami Heats
A Ovest: Dallas Mavericks vs. Oklahoma Thunder

Invece la mia sparata "gli Heat gli fanno un mazzo così ai Bulls" inizia già a vacillare: in gara 1 i Bulls hanno strapazzato gli Heat 103-82.
Mio figlio, che ha già dimenticato i Lakers e tifa Bulls, a colazione ha fatto i salti di gioia:
"Grandi Buuulsss!"
"Piano, che versi il latte!"

Wanjiru

Quando ti appassioni a qualcosa ti appassioni pure ai personaggi stellari che quell'attività la praticano a livelli eccelsi.
Mi capita per ogni mia Bruciante Passione, e dato che l'attuale e più bruciante di tutti è la corsa, il mio amore si rivolge incondizionato verso i fantastici maratoneti che corrono i 42km a velocità che neppure la mia mente riesce a concepire, senza parlare delle gambe.
Ce n'era uno, fino a ieri, che prometteva di diventare Il Più Grande Di Tutti, si chiamava Samuel Wanjiri e aveva vinto la maratona Olimpica di Pechino 2008, una di quelle vittorie che ti lanciano senza dubbi nell'empireo dei Grandissimi dello Sport. Lui tra l'altro l'aveva fatto da giovanissimo, a 21 anni trionfando in una gara dove l'esperienza e la testa contano tanto quanto le gambe, forse ancora di più.
Ha detenuto il record mondiale sulla mezza maratona per diversi anni (la prima volta l'aveva battuto a 18 anni), palleggiandoselo con Sua Maestà Haile Gebrselassie, e dato che questa è la gara che corro anch'io(1), la mia ammirazione per lui raggiunge livelli sconfinati.
Sempre giovanissimo aveva già vinto alcune delle maratone più prestigiose del mondo: Pechino, Londra e Chicago due volte.
Sportivamente un fenomeno, un fuoriclasse destinato a cose grandissime.
E invece la vita, le cose più banali e ordinarie della vita, lo hanno sconfitto. Non si sa bene cosa sia successo, pare che la moglie l'abbia trovato a letto con un'altra, che l'abbia chiuso a chiave in camera. Poi lui è volato giù dal balcone, non è chiaro perché, se sia suicidio o cosa.
In fondo però non importa.
È stata una vicenda piccola e meschina a uccidere un uomo grandissimo, un piccolo atleta (poco più di un metro e sessanta per 52kg) capace di fare cose meravigliose. In uno sport poi, in cui la saggezza, la capacità di sopportare dolore e fatica, la voglia di soffrire per ore, lo rendono più adatto ad animi ponderati che a giovanili esuberanze. Uno sport che non ammette colpi di testa, gesti inconsulti.
E invece, ad ulteriore dimostrazione di quanto il nostro carattere sia sempre troppo sfaccettato e articolato per essere descritto semplicemente, è stato tutto ciò che non deve esistere nella corsa di resistenza a ucciderlo.
Mi piacerebbe crederci e potergli augurare "Buone corse, ovunque ti trovi", ma non è nel mio sentire. Mi limito a digli "Grazie Samuel, sei stato una grandissima testa calda, ma grandissimo davvero".

(1)Oddio, mi sembra ridicolo mettermi nello stesso post in cui parlo di certa gente.
Lo è. È ridicolo.

14 maggio 2011

Mi preoccupo?

Non sono residente a Torino, ma ci lavoro e ci passo molto del mio tempo, poi abito abbastanza vicino da conoscerne problemi e temi, per cui, anche se domenica non dovrò votare, ho fatto il gioco Voi Siete Qui di openpolis per verificare la mia vicinanza o lontananza con i candidati sindaci in città.
Sono finito praticamente in braccio a Fassino:

12 maggio 2011

EnBiEi

Del difficile ed esaltante mestiere di padre, una delle cose più belle è senz’altro la possibilità di guardare con occhi nuovi le cose vecchie. Ed è esaltante pure l’occasione di appassionarsi alle cose nuove, ma qui il terreno è più scivoloso, dato che si rischia facilmente di scadere nel giovanilismo,.
Come il 99% dei miei coetanei, lo sport che ho quasi esclusivamente praticato durante l’infanzia e l’adolescenza è stato il calcio, in ogni sua forma, dal correre dietro una lattina schiacciata al giocare su campi regolari in squadrette da oratorio.
I risultati di tanto impegno, per quanto mi riguarda, sono stati penosi e l’aggravante è che con questa monotematicità mi sono precluso non solo la pratica, ma pure la conoscenza di qualsiasi altro sport di squadra.
[esagero naturalmente, sono tanti gli sport che ho in qualche modo praticato, ma se metto vicine le ore dedicate al calcio a quelle dedicate a tutto il resto, il confronto è assolutamente impietosamente a favore del primo]
Mio figlio, il primogenito, pratica invece qualsiasi cosa che non sia il calcio, chiaramente entro vincoli di tempo e disponibilità. Nuota, scia, giocava a rugby (ora ha smesso), va in bici, pattina, ha fatto pure qualche garetta di corsa, ma il suo sport preferito è indubbiamente il basket, che gioca regolarmente nelle giovanili della squadra locale.
Temo che questioni di altezza gli tarperanno le ali in futuro, ma per ora è un piacere vederlo accanirsi con ogni sua forza per gettare la palla nel canestro in pantaloncini e canotta.
Pantaloncini e canotta sono gialli e viola, i colori dei Los Angeles Lakers. Il numero è il 24, quello di Kobe Bryant. E qui veniamo al punto.
Praticare uno sport significa appassionarsi per le gesta dei protagonisti ai livelli più alti, e quando si tratta di basket non c’è dubbio che la massima espressione di questo sport sia quella giocata dai giocatori USA, nell’NBA.
Nelle mie vesti di padre dunque mi ritrovo a fare da accompagnatore e facilitatore (non è facile qui in Italia seguire le vicende dell’NBA) di questa sua passione, finendo a mia volta per appassionarmi con lui.
La squadra (franchigia, si dice franchigia!) scelta come oggetto di tifo è appunto quella dei L.A. Lakers, una delle più titolate e campione della scorsa stagione, la cui stella è proprio Kobe “Black Mamba” Bryant (quello della foto), uno dei più forti giocatori di sempre. Il tifo da così lontano ci permette comunque di essere abbastanza flessibili, per cui, dopo la disastrosa eliminazione al secondo turno di playoff (0-4 contro i Dallas Mavericks), ci siamo orientati verso i Chicago Bulls, in cui milita l’astro nascente Derrik Rose (mentre la stella di Bryant è per motivi anagrafici in fase calante).
Via, morto un papa se ne fa un altro. Ma d’altronde nel calcio (che comunque seguiamo, non siamo marziani) già tifiamo per il Toro e di essere condannati alla sofferenza pure nel basket non ci va, quindi pigliamo la squadra più forte, coi giocatori più sensazionali e tifiamo per quella. Poi un giorno ci affezioneremo e saremo più fedeli, forse.
Però, per il mio piccolo ragazzo ho una brutta notizia: secondo me i Miami Heats gli fanno un mazzo così ai Bulls. Comunque per ora facciamo gli spettatori e va detto che seguire una partita di quelle, significa assistere ad uno spettacolo pazzesco, dove la gente fa delle cose che sembrano impossibili, a ritmi frenetici e intensità mostruosa (niente a che vedere col calcio, ci diciamo io e il mio compare dandoci di gomito).
Vabbè, le mie previsioni valgono poco più di niente, sto ancora cercando di capire le regole più sottili, per dire, ma ora metto qui il mio bracket, tanto per poter vantarmi, quando avrò azzeccato ogni pronostico, che io ne capisco.
Ah, la fase dei playoff è già piuttosto avanzata, quindi i giochi sono già piuttosto facili. In nero i risultati già acquisiti, in rosso quelli previsti.

Buoni propositi

Voglio tornare a scrivere sul blog.

25 dicembre 2010

Citazione natalizia

Sprechiamo la gioventù a conquistare la ricchezza e la ricchezza a conquistare la gioventù

Douglas Coupland

23 dicembre 2010

I tempi cambiano

Buon Natale a chiunque passi di qua.

22 dicembre 2010

Ciao Enzo

Sicuramente è il ricordo calcistico più bello di tutta la mia vita. Quel mondiale di quasi trent'anni fa è rimasto scolpito nella mia memoria in modo indelebile, molto più che qualsiasi altra partita o evento calcistico precedente o successivo.
Io avevo 12 anni allora. A quell'età il calcio era, come penso sia ancora, quasi un dovere, faceva parte del modo di vivere e anche di pensare di quasi qualsiasi coetaneo che io conoscessi. Figurine, partite improvvisate ovunque, inclusione in squadre serie, gare di rigori, giochiamo al torello, ultimo in porta, portiere volante, palloni di plastica, palloni di cuoio, scarpe devastate dal gioco e mamme furiose…
Per noi era IL GIOCO. Se due o tre ragazzini si trovavano insieme, si giocava a calcio. Fosse anche in casa, nel corridoio, o nel cortile. A scuola nell'intervallo erano d'obbligo partite tumultuose, 15 contro 15 in un cortile, si tornava in classe sudati come bestie.
Dove ho fatto le medie poi, proprio in quegli anni, c'era un grande cortile con 5 o 6 porte disegnate su un muro e le colonne del porticato sul lato opposto del cortile. Si giocava lì, ogni classe aveva le sue due porte e giocava la sua partita contemporaneamente alle altre classi che giocavano la loro tra le loro porte. Vista dall'alto doveva essere impressionante. Tremende pallonate in faccia e scontri spacca-denti tra giocatori di partite diverse erano all'ordine del giorno. Anzi, ne capitava una ogni minuto.
Perfino da soli si giocava. Perfino in classe. Ricordo che disegnavamo azioni di gioco con omini stilizzati e la traiettoria del pallone disegnata a trattini. Alla faccia di chi pensa che siano i tempi moderni ad avere creato questa overdose di calcio.
E poi quell'anno c'erano i mondiali.
Se ne parlava in tv e sui giornali, si faceva l'album, si parlava di quelle nazionali fortissime che arrivavano dal sudamerica, Zico e Maradona erano già leggende, noi impersonavamo i loro nomi quando giocavamo, io sono Socrates, io Rummenigge, io Falcão. Gli italiani prima del campionato non erano molto ambiti. Giusto Bruno Conti, che giocava come un brasiliano.

Poi venne veramente il mondiale, quel Mondiale. Anzi, il Mundial.
La storia è stranota: l'avvio difficile dei tre pareggi contro le squadrette Perù, Polonia e Camerun, la delusione, il silenzio stampa, il terribile girone di ferro contro Argentina e Brasile, le più forti di tutte (ricordo nitidamente un articolo di Sivori che diceva "Italia rassegnati, sono di un altro pianeta"), la vittoria inaspettata con l'Argentina, Gentile contro Maradona, la vittoria ancora meno pronosticabile contro il fantastico Brasile, Paolorossi tuttoattaccato, la tripletta, i gol-rapina, l'euforia (Sivori tiè!), la passeggiata con la Polonia in semifinale, ancora Paolorossi in doppietta, la finale, le città addobbate di tricolori come non le ho mai più viste, macchine dipinte di vernice verdebiancorossa. Mi chiedevo che ne avrebbero fatto di quella macchina se l'Italia quella sera non avesse vinto. Ora mi chiederei pure che se ne siano fatti di una macchina conciata così dopo i festeggiamenti della sera, ma ora sono più cinico. Allora mi sembrava solo un azzardo.

Io ero ad Alassio, in colonia coi Salesiani. Metti insieme 100 ragazzini di 10-13 anni tutti maschi e fagli respirare l'aria che si respirava in quel giorno. Era un'esaltazione totale, assoluta.
Non si parlava d'altro, non c'erano altri argomenti che il Mundial.
Vedemmo la finale nella sala comune. C'era la certezza di vincere, poi il rigore sbagliato da Cabrini a fine primo tempo sembrò preannunciare un terribile ritorno alla realtà. Poi Paolorossi, l'urlo di Tardelli, le braccia alzate di Altobelli, le mani sventolate da Pertini.
La vittoria.
Uscimmo fuori in cortile a urlare come forsennati, 100 ragazzini che sbraitavano peggio che invasati, abbracci, corse, urla, urla urla. Un'altra immagine: io che corro per il cortile e mi trovo faccia a faccia con uno con cui non è che corresse proprio particolare simpatia. Lui mi aspettava a braccia spalancate e bocca pure lei spalancata in un urlo di gioia. Ci siamo abbracciati urlando.

Ancora un anno dopo, ero in vacanza studio in Irlanda, c'era l'orgoglio di noi Italiani per essere i World-Champions. Se si faceva una partitella con coetanei di altre nazionalità, noi avevamo il dovere di mostrargli quanto fossero forti gli italiani a giocare a calcio e in effetti quella consapevolezza ci dava grinta, e vincevamo spesso.
Ci sentivamo davvero ammirati ed invidiati per quella coppa che la nostra Nazionale aveva vinto, eravamo convinti di incutere rispetto, qualcosa tipo "Sì, sono dei deficienti indisciplinati, ma sono Campioni del Mondo". Una roba così ci sembrava di leggere negli sguardi degli stranieri, che molto più probabilmente si fermavano alla prima metà della frase.

E ora uno degli artefici di quella storia esaltante se ne è andato.
Bearzot.

20 dicembre 2010

Rivelazioni

Riflessione un po' astratta e forse anche un po' scontata, ma che stamattina mi si è rivelata con particolare evidenza.
Più che l'assenza di problemi, a darti serenità è la consapevolezza di averli gestiti. Non dico risolti, quello sarebbe davvero ovvio, ma gestiti, contenuti, indirizzati verso una soluzione. Averli resi non più insormontabili. Ardui e impegnativi magari, ma superabili.
Sostituisce la speranza di non trovarsi di fronte a grane irrimediabili, con la tranquillità di essere in grado di non farsi sopraffare da esse.
Ed è un vantaggio non da poco: se non puoi sempre contare sul culo (di non avere grane), almeno sai che quando la sfiga ti rivolge il suo acuto sguardo (cit. Freak Antoni) almeno puoi pensare di cavartela comunque.

18 dicembre 2010

Alla faccia di Mendel

Io sono uno di quelli che alle lotterie non ha mai vinto niente di niente.
Non parlo di quelle milionarie (in euro) né di quelle miliardarie, ma pure di quelle paesane, di beneficenza, del circolo degli alpini, del bar Sport sotto casa.
Niente, mai vinto niente.
Tanto che ormai partecipo solo a quelle di beneficenza. Se devono essere soldi spesi senza ritorni, tanto vale che vadano utilizzati per qualche buon motivo.
E mia moglie idem.

Ieri sera invece siamo andati alla festa della squadra di volley di Carlotta. Presentazione delle squadre, discorso del presidente, musica, esibizione delle atlete e così via, le solite cose, compresa l'estrazione dei premi della lotteria sociale.
Beh, avevamo comprato (per i bambini) dieci biglietti. Abbiamo assistito con il solito atteggiamento disilluso lo sciorinarsi delle estrazioni a partire dal sedicesimo premio verso il primo.
Quando già finalmente iniziavo a pregustarmi la fine della serata e il ritorno a casa, è stato estratto il primo premio. E il biglietto era uno dei nostri!!!
Cioè, dei bambini.
Insomma, ho capito una cosa: il culo non è genetico.

Ecco qui sotto i fortunati vincitori abbracciati al loro premio: una fiammante Nintendo Wii già attrezzata di un paio di giochi. Le loro espressioni non danno neanche un decimo dell'idea della loro gioia:

15 ottobre 2010

Politica poco lungimirante

Copioincollo dal blog di Luca Sofri:
Sono a una riunione con le maestre della scuola elementare di mia figlia. Mi deprimo ogni minuto di più a sentire che quest’anno i tagli sul personale insegnante non permetteranno più uscite e visite esterne, costringeranno ad affollare le classi ogni volta che manca una maestra, impediranno di poter dedicare tempo e recuperi necessari ai bambini che ne hanno bisogno, e demoliranno il tempo pieno (“non è un tempo pieno, è una schifezza”, dice la maestra). E avanti così, e mi deprimo.
E poi mi arriva, negli aggiornamenti delle news sul telefono, questa:
“Roma, 11 ott. (Adnkronos) – ”Sono convinto che non destinare adeguati investimenti all’educazione e alla scuola sia una politica poco lungimirante, destinata a condannare un Paese all’impoverimento culturale, alla decadenza economica e sociale”. E’ quanto afferma il presidente della camera dei Deputati, Gianfranco Fini”
E vaffanculo, detto da padre

Mi associo, vaffanculo, anche da parte mia.

5 ottobre 2010

Il Nobel al Nobel

Qualche volta pare che i nomi che vengono designati a Stoccolma[*] siano frutto di non si sa bene quali imperscrutabili e cervellotiche elucubrazioni.
Questa volta invece, la notizia del nobel per la medicina è una di quelle che mi fanno un immenso piacere, segno di progressimo e capacità critica.
Non ne ho avuto bisogno e dico "per fortuna", ma da conoscenze dirette so bene che il vincitore di quest'anno, Robert G. Edwards è una di quelle persone che hanno contribuito a rendere il mondo più felice (o meno infelice, va).
Congratulazioni al premiato e ai premianti, dunque.
E la soddisfazione è ancora maggiore assistendo alle reazioni sdegnate dei soliti corvacci.

[*]In realtà il premio Nobel per la medicina viene assegnato da un comitato appartentente al Karolinska Institutet, che ha sede a Solna, vicino a Stoccolma

30 settembre 2010

Quattro anni

Nel frattempo a Spotorno, sulla collina davanti alla casa delle vacanze, è bruciato un bosco. Ora le piante sono ricresciute e la vegetazione si è ripresa il suo spazio.
Nel frattempo i bambini che non hai fatto in tempo a conoscere stanno crescendo.
E noi stiamo invecchiando.
Perché ti sei fermato?

23 settembre 2010

Un consiglio

Un consiglio che mi sento di dover condividere con chiunque:

2 agosto 2010

Origliando

In libreria, vagando tra gli scaffali, mi trovo vicino a due tizi che stanno commentando un libro. Uno è seduto su una poltrona e sfoglia un libro di (mi sembra di aver capito) informatica. L’altro gli sta accanto, il libro in questione l’ha già evidentemente letto e lo sta descrivendo all’amico in dubbio se comprarlo o meno:
“È un buon libro per iniziare. Ti dà almeno idea dell’argomento e spiega i concetti base.
Poi ci sono anche diversi suggerimenti per risolvere qualche problema da soli, in autodafé

Autodafé.

21 luglio 2010

Mummy, Daddy, wake up!

Questo è un video della BBC contro l'abitudine di inviare sms mentre si guida.
È terrificante perché è realistico.
Guardatelo, se avete il coraggio, poi non usiamo mai più il cellulare in auto.
Mai più.

Limitazioni

Sono convinto che le limitazioni siano fondamentali nell’espressione artistica. Hai cento pennelli possibili? Vade retro. Dammene tre. Via, va bene quattro.

Gipi, disegnatore, fumettista, ora anche piacevolissimo scrittore.

20 luglio 2010

D.F. Wallace - Tennis, tv, trigonometria, tornado

Quando mi imbatto in certe cose, come quelle di cui sto per parlare, mi viene puntualmente in mente una frase di una stralunata canzone dei Bluvertigo che diceva “Quello che so su alcuni argomenti viene dall'America”, frase che non calza proprio a pennello, ma che per me ultimamente è sempre più vera.
Il fatto è che, dopo essere riuscito a fare la tara ad alcuni atteggiamenti snobistitici del nostro continente, ho scoperto che gli americani sono molto più bravi di noi a raccontare le cose.
È fondamentalmente una questione di approccio. Se leggi un saggio scritto da un europeo, ti sembra che questo venga a dirti “Guarda che cose profonde che so, e guarda che considerazioni profonde ne riesco a fare”. Questo, al di là della vanità che sottintende e che a volte può anche essere del tutto giustificata, presenta un problema di fondo: se non sei già piuttosto competente sull’argomento, rischi di perdere il filo dei ragionamenti perché semplicemente ti mancano le basi. E a queste basi solitamente l’autore del saggio dedica poco spazio. “Sono banalità” sembra dirti, “non intendo dedicare tempo ed energia a raccontare queste ovvietà, ho premura di scendere in profondità per farti vedere che meraviglie ho scoperto”.
Solo che tu a scendere in profondità non sei ancora preparato, allora lo vedi scendere per conto suo sempre più lontano e sfocato, fino a perderlo di vista del tutto.
E allora il libro lo concludi per inerzia o lo chiudi per sempre.

Gli americani invece partono dal presupposto che il lettore non sappia neanche nuotare, altro che immersioni di profondità. Non si fanno neanche tanti scrupoli a trattarti da stupido o da ignorante, e questo di per sé potrebbe anche essere un po’ offensivo, soprattutto perché in genere se decidi di leggere un libro su un certo argomento, proprio da zero non parti. Insomma, almeno sai sguazzare.
Però, non sapendo:
- quanto bene sai nuotare
- a che profondità sai già immergerti
- e soprattutto da quanto tempo non lo fai
nel dubbio si parte da zero, ché un ripasso fa bene a tutti.
Così in genere le pagine iniziali sono un po’ noiose o superficiali, ma gli americani il loro pubblico non lo abbandonano mai, sanno tenerselo ben stretto, allora in genere i capitoli introduttivi sono zeppi di aneddoti, divagazioni divertenti o esempi curiosi, in modo che anche se proprio non si gratifica il lato più intellettuale del nostro cervello, almeno il divertimento è assicurato. E il libro rimane aperto.
L’approccio all’americana è quindi più vicino ad un “Ci sono cose bellissime che so e vorrei rendertene partecipe”, poi naturalmente ci sono ampie eccezioni e distinguo, da una parte e dall’altra, ma generalmente va a finire che è proprio così. E ne ho avuto esperienza in un sacco di ambiti, praticamente in ognuna delle mie brucianti passioni.

L’ultima conferma è stata leggendo questo libro di D.F. Wallace. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di articoli scritti negli anni ’90 su argomenti piuttosto diversi tra loro. In America (sempre l’America…) giornalisti e scrittori scrivono certi articoli per certe riviste, lunghi decine di pagine, alcuni sono meravigliosi, alcuni sono tradotti in italiano e si trovano ogni tanto da qualche parte, ma in genere occorre affrontare la fatica dell’inglese. Ma ne vale a pena.
Comunque, questo libro raccoglie alcuni articoli di questo tipo a firma di DFW e spaziano su temi diversissimi tra loro, dalla Fiera Statale dell’Illinois a una lunga analisi dell’opera di David Lynch, dal rapporto tra narrativa e televisione al tennis professionistico.
Proprio quest’ultimo articolo è quello che più ho apprezzato. Si tratta di una specie di resoconto dei Canadian Open focalizzato sul tennista Michael Joyce.
Io non avevo mai sentito parlare di Michael Joyce e questo mi aveva tenuto lontano dall’articolo per parecchio tempo, poi, probabilmente a causa di Wimbledon, il mio interesse per il tennis è salito di un pochino e questo è bastato a spingermi ad affrontare l’articolo-sul-tennista-sconosciuto.
Ed eccolo lì, lo scrittore americano che ti prende per mano e ti accompagna in profondità:
In realtà DFW non dà affatto per scontato che io sappia chi sia, come gioca, quali sono i risultati di Michael Joyce. Anzi, parte proprio dal presupposto che io non lo conosca (lo dichiara nel secondo o terzo paragrafo, dove non ero neanche arrivato). In un certo senso vuole che io non lo conosca in modo da potere parlare in modo generico di quei tennisti incredibilmente forti che però non arrivano alla fama mondiale, perché non raggiungono la top ten. Cioè Wallace ci descrive quanto sia forte un tennista top 100 (Floyd raggiunse il 64° posto) perché i top 10, e ancor di più i numeri 1 sono addirittura indescrivibili.
E tramite lui ci racconta del tennis professionistico, della vita di questi atleti fatta di continui viaggi tra un torneo e l’altro, degli sponsor appiccicati sulle magliette a un tanto a partita, dell’infanzia dedicata alla racchetta. E in mezzo ci mette pure aneddoti sui campioni,i loro tic sul servizio, il loro aspetto visti dal vivo. E poi racconta della sua esperienza tennistica giovanile e la paragona a quella di quelli che poi sono diventati tennisti, il tutto nel suo solito stile fatto di brillantezza, divagazioni, smisurate note a piè pagina, dettagli, descrizioni.
Gli altri articoli sono in alcuni casi altrettanto piacevoli, in altri un po’ meno, in un caso anche molto seriosi, perché il DFW non era un comico e di tanto in tanto ci teneva a ricordarlo.

Minimum Fax ha pubblicato diverse raccolte di questi articoli di DFW in alcuni libri, tra cui il più famoso è forse Una cosa divertente che non farò mai più (il cui titolo è ripreso nel sottotitolo di questo), ma pure gli altri che ogni tanto mi trovo a leggere sono dei veri gioielli di giornalismo.

Purtroppo la brillantezza con cui scriveva non trovava eguale corrispondenza nella vita e alla fine questo geniale scrittore ha scelto il suicidio a 46 privandoci della sua preziosissima descrizione del mondo. Questa intervista, firmata da un simile geniaccio, fa un po’ luce su come si sentiva l’uomo David Foster Wallace lontano da quello che appariva nei suoi scritti. La sua descrizione degli effetti dell’astinenza da tabacco è da brividi.

19 luglio 2010

Alcune cose che ho visto in vacanza

Ho visto segni di esasperazione:

Ho visto che i bambini, quelli piccoli, non sono cambiati di molto e le care vecchie giostre riscuotono ancora un bel successo:


Ho visto gente bravissima suonare e ballare:

Ho visto del discutibilissimo senso dell'umorismo piazzato a decorare i giardini del paese (se non si vedesse bene: è una statua di E.T. con fazzoletto e moccolo al naso, intitolata ETCÌ, battuta che per conto mio non sarebbe neppure degna della Setttimana Enigmistica):


Ho visto sbalorditive marche di sandali ai piedi dei bambini:

Ho visto tanta, tanta gente:


Ho visto che la "musica in piazza" ora la fa un tizio da solo accompagnato da basi mp3. "Tanto vale che metta su un disco" è stato il mio commento burbero:


Ho visto i duraturi effetti della speculazione edilizia degli anni '60 e '70:


Ho visto che guardare i fuochi d'artificio con i bambini è come guardarli per la prima volta:


Ho visto che il premio più diffuso ai banchi dei Luna Park sono i cellulari:


Ho visto che gli spettacoli degli artisti di strada sono bellissimi:


Ho visto il sudore sulla mia pelle dopo la corsa:

2 luglio 2010

Poveri oroscopi

Questa è davvero troppo bella e merita decisamente un risveglio pre-vacanziero del presente blog [nota: vado in vacanza 2 settimane, per cui l'attuale situazione di stasi di queste pagine si prolungherà ulteriormente. Prometto però fin d'ora, a me stesso più che altro, che al rientro riprenderò a scrivere con un po' più di frequenza].
Pare che gli oroscopi abbiano un problema, che non è mica quello di essere delle inutili e assurde cazzate, figuriamoci, ma quello di essere minati alla base dalla cospirazione di quegli irresponsabili e antiscientifici che sono i ginecologi.
Già, proprio loro, che disponendo le nascite dei bambini con taglio cesareo, alterano la data di nascita dei futuri lettori di oroscopi sballandone così l'altrimenti scientifica attendibilità.

Giuro, queste cose non sono state solo pensate da qualche svitato, sono state scritte su un quotidiano nazionale. E da un deputato della Repubblica Italiana, per di più.
Evito i soliti discorsi su quali sarebbero i doveri di quella gente, ma vi assicuro che l'idea di essere governati da tali simili imbecilli mi mette i brividi. Allucinante.
Qui l'articolo (clic per vederlo ingrandito, l'originale è qui):


Scovato su Medbunker, un blog il cui tenutario è un medico e a questo punto inizia a pensarsi onnipotente.