25 dicembre 2010

Citazione natalizia

Sprechiamo la gioventù a conquistare la ricchezza e la ricchezza a conquistare la gioventù

Douglas Coupland

23 dicembre 2010

I tempi cambiano

Buon Natale a chiunque passi di qua.

22 dicembre 2010

Ciao Enzo

Sicuramente è il ricordo calcistico più bello di tutta la mia vita. Quel mondiale di quasi trent'anni fa è rimasto scolpito nella mia memoria in modo indelebile, molto più che qualsiasi altra partita o evento calcistico precedente o successivo.
Io avevo 12 anni allora. A quell'età il calcio era, come penso sia ancora, quasi un dovere, faceva parte del modo di vivere e anche di pensare di quasi qualsiasi coetaneo che io conoscessi. Figurine, partite improvvisate ovunque, inclusione in squadre serie, gare di rigori, giochiamo al torello, ultimo in porta, portiere volante, palloni di plastica, palloni di cuoio, scarpe devastate dal gioco e mamme furiose…
Per noi era IL GIOCO. Se due o tre ragazzini si trovavano insieme, si giocava a calcio. Fosse anche in casa, nel corridoio, o nel cortile. A scuola nell'intervallo erano d'obbligo partite tumultuose, 15 contro 15 in un cortile, si tornava in classe sudati come bestie.
Dove ho fatto le medie poi, proprio in quegli anni, c'era un grande cortile con 5 o 6 porte disegnate su un muro e le colonne del porticato sul lato opposto del cortile. Si giocava lì, ogni classe aveva le sue due porte e giocava la sua partita contemporaneamente alle altre classi che giocavano la loro tra le loro porte. Vista dall'alto doveva essere impressionante. Tremende pallonate in faccia e scontri spacca-denti tra giocatori di partite diverse erano all'ordine del giorno. Anzi, ne capitava una ogni minuto.
Perfino da soli si giocava. Perfino in classe. Ricordo che disegnavamo azioni di gioco con omini stilizzati e la traiettoria del pallone disegnata a trattini. Alla faccia di chi pensa che siano i tempi moderni ad avere creato questa overdose di calcio.
E poi quell'anno c'erano i mondiali.
Se ne parlava in tv e sui giornali, si faceva l'album, si parlava di quelle nazionali fortissime che arrivavano dal sudamerica, Zico e Maradona erano già leggende, noi impersonavamo i loro nomi quando giocavamo, io sono Socrates, io Rummenigge, io Falcão. Gli italiani prima del campionato non erano molto ambiti. Giusto Bruno Conti, che giocava come un brasiliano.

Poi venne veramente il mondiale, quel Mondiale. Anzi, il Mundial.
La storia è stranota: l'avvio difficile dei tre pareggi contro le squadrette Perù, Polonia e Camerun, la delusione, il silenzio stampa, il terribile girone di ferro contro Argentina e Brasile, le più forti di tutte (ricordo nitidamente un articolo di Sivori che diceva "Italia rassegnati, sono di un altro pianeta"), la vittoria inaspettata con l'Argentina, Gentile contro Maradona, la vittoria ancora meno pronosticabile contro il fantastico Brasile, Paolorossi tuttoattaccato, la tripletta, i gol-rapina, l'euforia (Sivori tiè!), la passeggiata con la Polonia in semifinale, ancora Paolorossi in doppietta, la finale, le città addobbate di tricolori come non le ho mai più viste, macchine dipinte di vernice verdebiancorossa. Mi chiedevo che ne avrebbero fatto di quella macchina se l'Italia quella sera non avesse vinto. Ora mi chiederei pure che se ne siano fatti di una macchina conciata così dopo i festeggiamenti della sera, ma ora sono più cinico. Allora mi sembrava solo un azzardo.

Io ero ad Alassio, in colonia coi Salesiani. Metti insieme 100 ragazzini di 10-13 anni tutti maschi e fagli respirare l'aria che si respirava in quel giorno. Era un'esaltazione totale, assoluta.
Non si parlava d'altro, non c'erano altri argomenti che il Mundial.
Vedemmo la finale nella sala comune. C'era la certezza di vincere, poi il rigore sbagliato da Cabrini a fine primo tempo sembrò preannunciare un terribile ritorno alla realtà. Poi Paolorossi, l'urlo di Tardelli, le braccia alzate di Altobelli, le mani sventolate da Pertini.
La vittoria.
Uscimmo fuori in cortile a urlare come forsennati, 100 ragazzini che sbraitavano peggio che invasati, abbracci, corse, urla, urla urla. Un'altra immagine: io che corro per il cortile e mi trovo faccia a faccia con uno con cui non è che corresse proprio particolare simpatia. Lui mi aspettava a braccia spalancate e bocca pure lei spalancata in un urlo di gioia. Ci siamo abbracciati urlando.

Ancora un anno dopo, ero in vacanza studio in Irlanda, c'era l'orgoglio di noi Italiani per essere i World-Champions. Se si faceva una partitella con coetanei di altre nazionalità, noi avevamo il dovere di mostrargli quanto fossero forti gli italiani a giocare a calcio e in effetti quella consapevolezza ci dava grinta, e vincevamo spesso.
Ci sentivamo davvero ammirati ed invidiati per quella coppa che la nostra Nazionale aveva vinto, eravamo convinti di incutere rispetto, qualcosa tipo "Sì, sono dei deficienti indisciplinati, ma sono Campioni del Mondo". Una roba così ci sembrava di leggere negli sguardi degli stranieri, che molto più probabilmente si fermavano alla prima metà della frase.

E ora uno degli artefici di quella storia esaltante se ne è andato.
Bearzot.

20 dicembre 2010

Rivelazioni

Riflessione un po' astratta e forse anche un po' scontata, ma che stamattina mi si è rivelata con particolare evidenza.
Più che l'assenza di problemi, a darti serenità è la consapevolezza di averli gestiti. Non dico risolti, quello sarebbe davvero ovvio, ma gestiti, contenuti, indirizzati verso una soluzione. Averli resi non più insormontabili. Ardui e impegnativi magari, ma superabili.
Sostituisce la speranza di non trovarsi di fronte a grane irrimediabili, con la tranquillità di essere in grado di non farsi sopraffare da esse.
Ed è un vantaggio non da poco: se non puoi sempre contare sul culo (di non avere grane), almeno sai che quando la sfiga ti rivolge il suo acuto sguardo (cit. Freak Antoni) almeno puoi pensare di cavartela comunque.

18 dicembre 2010

Alla faccia di Mendel

Io sono uno di quelli che alle lotterie non ha mai vinto niente di niente.
Non parlo di quelle milionarie (in euro) né di quelle miliardarie, ma pure di quelle paesane, di beneficenza, del circolo degli alpini, del bar Sport sotto casa.
Niente, mai vinto niente.
Tanto che ormai partecipo solo a quelle di beneficenza. Se devono essere soldi spesi senza ritorni, tanto vale che vadano utilizzati per qualche buon motivo.
E mia moglie idem.

Ieri sera invece siamo andati alla festa della squadra di volley di Carlotta. Presentazione delle squadre, discorso del presidente, musica, esibizione delle atlete e così via, le solite cose, compresa l'estrazione dei premi della lotteria sociale.
Beh, avevamo comprato (per i bambini) dieci biglietti. Abbiamo assistito con il solito atteggiamento disilluso lo sciorinarsi delle estrazioni a partire dal sedicesimo premio verso il primo.
Quando già finalmente iniziavo a pregustarmi la fine della serata e il ritorno a casa, è stato estratto il primo premio. E il biglietto era uno dei nostri!!!
Cioè, dei bambini.
Insomma, ho capito una cosa: il culo non è genetico.

Ecco qui sotto i fortunati vincitori abbracciati al loro premio: una fiammante Nintendo Wii già attrezzata di un paio di giochi. Le loro espressioni non danno neanche un decimo dell'idea della loro gioia:

15 ottobre 2010

Politica poco lungimirante

Copioincollo dal blog di Luca Sofri:
Sono a una riunione con le maestre della scuola elementare di mia figlia. Mi deprimo ogni minuto di più a sentire che quest’anno i tagli sul personale insegnante non permetteranno più uscite e visite esterne, costringeranno ad affollare le classi ogni volta che manca una maestra, impediranno di poter dedicare tempo e recuperi necessari ai bambini che ne hanno bisogno, e demoliranno il tempo pieno (“non è un tempo pieno, è una schifezza”, dice la maestra). E avanti così, e mi deprimo.
E poi mi arriva, negli aggiornamenti delle news sul telefono, questa:
“Roma, 11 ott. (Adnkronos) – ”Sono convinto che non destinare adeguati investimenti all’educazione e alla scuola sia una politica poco lungimirante, destinata a condannare un Paese all’impoverimento culturale, alla decadenza economica e sociale”. E’ quanto afferma il presidente della camera dei Deputati, Gianfranco Fini”
E vaffanculo, detto da padre

Mi associo, vaffanculo, anche da parte mia.

5 ottobre 2010

Il Nobel al Nobel

Qualche volta pare che i nomi che vengono designati a Stoccolma[*] siano frutto di non si sa bene quali imperscrutabili e cervellotiche elucubrazioni.
Questa volta invece, la notizia del nobel per la medicina è una di quelle che mi fanno un immenso piacere, segno di progressimo e capacità critica.
Non ne ho avuto bisogno e dico "per fortuna", ma da conoscenze dirette so bene che il vincitore di quest'anno, Robert G. Edwards è una di quelle persone che hanno contribuito a rendere il mondo più felice (o meno infelice, va).
Congratulazioni al premiato e ai premianti, dunque.
E la soddisfazione è ancora maggiore assistendo alle reazioni sdegnate dei soliti corvacci.

[*]In realtà il premio Nobel per la medicina viene assegnato da un comitato appartentente al Karolinska Institutet, che ha sede a Solna, vicino a Stoccolma

30 settembre 2010

Quattro anni

Nel frattempo a Spotorno, sulla collina davanti alla casa delle vacanze, è bruciato un bosco. Ora le piante sono ricresciute e la vegetazione si è ripresa il suo spazio.
Nel frattempo i bambini che non hai fatto in tempo a conoscere stanno crescendo.
E noi stiamo invecchiando.
Perché ti sei fermato?

23 settembre 2010

Un consiglio

Un consiglio che mi sento di dover condividere con chiunque:

2 agosto 2010

Origliando

In libreria, vagando tra gli scaffali, mi trovo vicino a due tizi che stanno commentando un libro. Uno è seduto su una poltrona e sfoglia un libro di (mi sembra di aver capito) informatica. L’altro gli sta accanto, il libro in questione l’ha già evidentemente letto e lo sta descrivendo all’amico in dubbio se comprarlo o meno:
“È un buon libro per iniziare. Ti dà almeno idea dell’argomento e spiega i concetti base.
Poi ci sono anche diversi suggerimenti per risolvere qualche problema da soli, in autodafé”

Autodafé.

21 luglio 2010

Mummy, Daddy, wake up!

Questo è un video della BBC contro l'abitudine di inviare sms mentre si guida.
È terrificante perché è realistico.
Guardatelo, se avete il coraggio, poi non usiamo mai più il cellulare in auto.
Mai più.

Limitazioni

Sono convinto che le limitazioni siano fondamentali nell’espressione artistica. Hai cento pennelli possibili? Vade retro. Dammene tre. Via, va bene quattro.

Gipi, disegnatore, fumettista, ora anche piacevolissimo scrittore.

20 luglio 2010

D.F. Wallace - Tennis, tv, trigonometria, tornado

Quando mi imbatto in certe cose, come quelle di cui sto per parlare, mi viene puntualmente in mente una frase di una stralunata canzone dei Bluvertigo che diceva “Quello che so su alcuni argomenti viene dall'America”, frase che non calza proprio a pennello, ma che per me ultimamente è sempre più vera.
Il fatto è che, dopo essere riuscito a fare la tara ad alcuni atteggiamenti snobistitici del nostro continente, ho scoperto che gli americani sono molto più bravi di noi a raccontare le cose.
È fondamentalmente una questione di approccio. Se leggi un saggio scritto da un europeo, ti sembra che questo venga a dirti “Guarda che cose profonde che so, e guarda che considerazioni profonde ne riesco a fare”. Questo, al di là della vanità che sottintende e che a volte può anche essere del tutto giustificata, presenta un problema di fondo: se non sei già piuttosto competente sull’argomento, rischi di perdere il filo dei ragionamenti perché semplicemente ti mancano le basi. E a queste basi solitamente l’autore del saggio dedica poco spazio. “Sono banalità” sembra dirti, “non intendo dedicare tempo ed energia a raccontare queste ovvietà, ho premura di scendere in profondità per farti vedere che meraviglie ho scoperto”.
Solo che tu a scendere in profondità non sei ancora preparato, allora lo vedi scendere per conto suo sempre più lontano e sfocato, fino a perderlo di vista del tutto.
E allora il libro lo concludi per inerzia o lo chiudi per sempre.

Gli americani invece partono dal presupposto che il lettore non sappia neanche nuotare, altro che immersioni di profondità. Non si fanno neanche tanti scrupoli a trattarti da stupido o da ignorante, e questo di per sé potrebbe anche essere un po’ offensivo, soprattutto perché in genere se decidi di leggere un libro su un certo argomento, proprio da zero non parti. Insomma, almeno sai sguazzare.
Però, non sapendo:
- quanto bene sai nuotare
- a che profondità sai già immergerti
- e soprattutto da quanto tempo non lo fai
nel dubbio si parte da zero, ché un ripasso fa bene a tutti.
Così in genere le pagine iniziali sono un po’ noiose o superficiali, ma gli americani il loro pubblico non lo abbandonano mai, sanno tenerselo ben stretto, allora in genere i capitoli introduttivi sono zeppi di aneddoti, divagazioni divertenti o esempi curiosi, in modo che anche se proprio non si gratifica il lato più intellettuale del nostro cervello, almeno il divertimento è assicurato. E il libro rimane aperto.
L’approccio all’americana è quindi più vicino ad un “Ci sono cose bellissime che so e vorrei rendertene partecipe”, poi naturalmente ci sono ampie eccezioni e distinguo, da una parte e dall’altra, ma generalmente va a finire che è proprio così. E ne ho avuto esperienza in un sacco di ambiti, praticamente in ognuna delle mie brucianti passioni.

L’ultima conferma è stata leggendo questo libro di D.F. Wallace. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di articoli scritti negli anni ’90 su argomenti piuttosto diversi tra loro. In America (sempre l’America…) giornalisti e scrittori scrivono certi articoli per certe riviste, lunghi decine di pagine, alcuni sono meravigliosi, alcuni sono tradotti in italiano e si trovano ogni tanto da qualche parte, ma in genere occorre affrontare la fatica dell’inglese. Ma ne vale a pena.
Comunque, questo libro raccoglie alcuni articoli di questo tipo a firma di DFW e spaziano su temi diversissimi tra loro, dalla Fiera Statale dell’Illinois a una lunga analisi dell’opera di David Lynch, dal rapporto tra narrativa e televisione al tennis professionistico.
Proprio quest’ultimo articolo è quello che più ho apprezzato. Si tratta di una specie di resoconto dei Canadian Open focalizzato sul tennista Michael Joyce.
Io non avevo mai sentito parlare di Michael Joyce e questo mi aveva tenuto lontano dall’articolo per parecchio tempo, poi, probabilmente a causa di Wimbledon, il mio interesse per il tennis è salito di un pochino e questo è bastato a spingermi ad affrontare l’articolo-sul-tennista-sconosciuto.
Ed eccolo lì, lo scrittore americano che ti prende per mano e ti accompagna in profondità:
In realtà DFW non dà affatto per scontato che io sappia chi sia, come gioca, quali sono i risultati di Michael Joyce. Anzi, parte proprio dal presupposto che io non lo conosca (lo dichiara nel secondo o terzo paragrafo, dove non ero neanche arrivato). In un certo senso vuole che io non lo conosca in modo da potere parlare in modo generico di quei tennisti incredibilmente forti che però non arrivano alla fama mondiale, perché non raggiungono la top ten. Cioè Wallace ci descrive quanto sia forte un tennista top 100 (Floyd raggiunse il 64° posto) perché i top 10, e ancor di più i numeri 1 sono addirittura indescrivibili.
E tramite lui ci racconta del tennis professionistico, della vita di questi atleti fatta di continui viaggi tra un torneo e l’altro, degli sponsor appiccicati sulle magliette a un tanto a partita, dell’infanzia dedicata alla racchetta. E in mezzo ci mette pure aneddoti sui campioni,i loro tic sul servizio, il loro aspetto visti dal vivo. E poi racconta della sua esperienza tennistica giovanile e la paragona a quella di quelli che poi sono diventati tennisti, il tutto nel suo solito stile fatto di brillantezza, divagazioni, smisurate note a piè pagina, dettagli, descrizioni.
Gli altri articoli sono in alcuni casi altrettanto piacevoli, in altri un po’ meno, in un caso anche molto seriosi, perché il DFW non era un comico e di tanto in tanto ci teneva a ricordarlo.

Minimum Fax ha pubblicato diverse raccolte di questi articoli di DFW in alcuni libri, tra cui il più famoso è forse Una cosa divertente che non farò mai più (il cui titolo è ripreso nel sottotitolo di questo), ma pure gli altri che ogni tanto mi trovo a leggere sono dei veri gioielli di giornalismo.

Purtroppo la brillantezza con cui scriveva non trovava eguale corrispondenza nella vita e alla fine questo geniale scrittore ha scelto il suicidio a 46 privandoci della sua preziosissima descrizione del mondo. Questa intervista, firmata da un simile geniaccio, fa un po’ luce su come si sentiva l’uomo David Foster Wallace lontano da quello che appariva nei suoi scritti. La sua descrizione degli effetti dell’astinenza da tabacco è da brividi.

19 luglio 2010

Alcune cose che ho visto in vacanza

Ho visto segni di esasperazione:

Ho visto che i bambini, quelli piccoli, non sono cambiati di molto e le care vecchie giostre riscuotono ancora un bel successo:


Ho visto gente bravissima suonare e ballare:

Ho visto del discutibilissimo senso dell'umorismo piazzato a decorare i giardini del paese (se non si vedesse bene: è una statua di E.T. con fazzoletto e moccolo al naso, intitolata ETCÌ, battuta che per conto mio non sarebbe neppure degna della Setttimana Enigmistica):


Ho visto sbalorditive marche di sandali ai piedi dei bambini:

Ho visto tanta, tanta gente:


Ho visto che la "musica in piazza" ora la fa un tizio da solo accompagnato da basi mp3. "Tanto vale che metta su un disco" è stato il mio commento burbero:


Ho visto i duraturi effetti della speculazione edilizia degli anni '60 e '70:


Ho visto che guardare i fuochi d'artificio con i bambini è come guardarli per la prima volta:


Ho visto che il premio più diffuso ai banchi dei Luna Park sono i cellulari:


Ho visto che gli spettacoli degli artisti di strada sono bellissimi:


Ho visto il sudore sulla mia pelle dopo la corsa:

2 luglio 2010

Poveri oroscopi

Questa è davvero troppo bella e merita decisamente un risveglio pre-vacanziero del presente blog [nota: vado in vacanza 2 settimane, per cui l'attuale situazione di stasi di queste pagine si prolungherà ulteriormente. Prometto però fin d'ora, a me stesso più che altro, che al rientro riprenderò a scrivere con un po' più di frequenza].
Pare che gli oroscopi abbiano un problema, che non è mica quello di essere delle inutili e assurde cazzate, figuriamoci, ma quello di essere minati alla base dalla cospirazione di quegli irresponsabili e antiscientifici che sono i ginecologi.
Già, proprio loro, che disponendo le nascite dei bambini con taglio cesareo, alterano la data di nascita dei futuri lettori di oroscopi sballandone così l'altrimenti scientifica attendibilità.

Giuro, queste cose non sono state solo pensate da qualche svitato, sono state scritte su un quotidiano nazionale. E da un deputato della Repubblica Italiana, per di più.
Evito i soliti discorsi su quali sarebbero i doveri di quella gente, ma vi assicuro che l'idea di essere governati da tali simili imbecilli mi mette i brividi. Allucinante.
Qui l'articolo (clic per vederlo ingrandito, l'originale è qui):


Scovato su Medbunker, un blog il cui tenutario è un medico e a questo punto inizia a pensarsi onnipotente.

18 giugno 2010

Saramago 1922-2010

Ciao José, e grazie di tutto.

8 giugno 2010

Pronostici

Interrompo un periodo di inattività sul blog per parlare di calcio.
Uhm...
Vabbè. Pare che sia una cosa imprescindibile negli USA e in effetti può anche essere divertente.
Ho fatto il mio bracket per i mondiali di calcio, cioè ho compilato il tabellone dei risultati di tutto il torneo.
Questo è quello che ne è venuto fuori (cliccando si ingrandisce):

Staremo a vedere (anche perché il risultato finale non mi sconfiffera un granché, ma così mi dice la mia sfera di cristallo...).

8 maggio 2010

La mamma ai playoff NBA

"Fate un disegno per la festa della mamma", dice la maestra.
Lorenzo, gonfio d'affetto, tributa alla sua mamma il massimo onore: una schiacciante vittoria contro i L.A. Lakers:
La mamma, mentre conduce 98 a 54 contro i Lakers, è colta nell'atto di eseguire una portentosa schiacciata.
(I pedanti si astengano dal commentare la grafia di "Lakers" sul tabellone...)

22 aprile 2010

Tanti auguri

Mezza Maratona di Nizza - un resoconto


Prima della partenza, ben prima, ho cercato in rete un po’ di informazioni che descrivessero la gara, tanto per farmi un’idea di quel che mi aspettava. Non ho trovato un granché, quindi ora faccio un resoconto abbastanza dettagliato non solo per i miei soliti appassionatissimi lettori, ma anche per chi in futuro fosse alla ricerca come me di qualche dritta.

Partiamo dai numeri: quest’anno era l’edizione numero 19 e alla partenza c’erano 8.000 persone, così dicono gli organizzatori. Un bel po’ di gente, quindi. Si tenga presente che le gare in programma erano 4:
-la mezza maratona
-la 10km
-la Nicoise (5km non competitivi per sole donne a fini benefici)
-un’altra versione della Nicoise (2,5km di marcia per tutti, bambini compresi)
-la P’tits Champions (2km per i bambini)
quindi non tutti gli 8.000 erano sulla stessa linea di partenza, ma nella zona di partenza sì, compreso pubblico e genitori dei bambini, per cui uno si aspetta che il casino e i relativi disagi possano essere tanti, tipo code, ingorghi, assembramenti, mancanza di supporto eccetera.
Invece devo dire subito che lo sforzo organizzativo è stato notevole ed efficace, c’era veramente tantissima gente dell’organizzazione e tutto filava piuttosto liscio. L’unico momento di spiacevole attesa è stato alle code davanti ai WC chimici, ma si è trattato di meno di 10 minuti. Chi non è avvezzo alle corse sappia che quella del WC è un esigenza fondamentale: ci si alza presto, si arriva con largo anticipo alla partenza, si aspetta, si è cercato di fare una colazione ragionevole. Poco prima della gara è quindi pressoché obbligatorio usare il WC, davvero per tutti.
Quindi quel po’ di coda è inevitabile e questa è stata del tutto accettabile.

La corsa: io grazie ai miei mirabolanti risultati del 2009 ho avuto il privilegio di partire nella seconda griglia, quella dietro ai top runner. Ancora una spiegazione per chi non è avvezzo: nelle gare si cerca di fare partire davanti i più veloci, in modo che non vengano intralciati dai corridori più lenti nell’ingorgo della partenza. Ovviamente i top runner, cioè quelli che sono lì per giocarsi la vittoria, partono con un piede sulla linea di partenza, con solo il percorso di fronte a loro. Poi vengono costituite delle “gabbie” a cui hanno accesso i corridori secondo le loro potenzialità: se sei un corridore da 16km/h puoi stare davanti a chi corre ai 13km/h in modo da non trovartelo tra i piedi appena partito.
Per questo creano le gabbie che sono più o meno numerose a seconda dell’organizzazione (a volte non ci sono proprio, a volte ce n’è 3 o 4).
Per accedere a queste gabbie occorre avere corso nell’anno appena trascorso una gara sotto i tempi prefissati. A Nizza le griglie erano due: una per i corridori sotto l’ora e 17 (i top runner) e l’altra per quelli sotto l’ora e 25, poi tutti gli altri (la “masse”). Per le donne i tempi sono diversi (1h30 per la prima gabbia e 2ore per la seconda).
Come dicevo io sono entrato nella seconda griglia che significa che quando hanno levato le transenne (perché naturalmente le gabbie vengono aperte poco prima dello sparo), mi sono ritrovato vicinissimo alla linea di partenza, cosa che non mi era mai successa.
Allo sparo sono quindi partito agevolmente di corsa, senza problemi di ingorghi o tamponamenti, anzi, magari sono stato io ad essere di intralcio a qualcuno, ma non me ne sono accorto.

La prima parte del tracciato è molto bella. Si snoda per il centro di Nizza, con parecchie curve e alcuni lievi saliscendi che a me piacciono più che un percorso totalmente piatto. Trovo che diano varietà all’azione e quelle brevi discese sono dei veri toccasana per i polmoni.
I primi 10km si svolgono assieme alla gara dei 10km appunto, quindi mi sono trovato a correre assieme a gente che aveva come obbiettivo una distanza metà della mia. Delle lepri, insomma.
Questo, unito ad una buona condizione e alla piacevolezza del tracciato mi ha portato a passare i 10km con un gran tempo (per me) 38’38” che proiettati su tutto il percorso avrebbero significato 1h21’30”, ampiamente sotto il mio record.
E invece.
La seconda parte della gara è completamente diversa dalla prima: totalmente dritta e piatta, 5,5km sulla Promenade lungomare verso l’aeroporto e 5,6km al contrario sullo stesso tratto. Il percorso noiosissimo e (soprattutto) l’avere fatto un po’ troppo il fenomeno nella prima parte, mi ha portato a rallentare decisamente.
In conclusione ho tagliato il traguardo a 1h23’19”, che tutto sommato va bene. Ci tenevo a stare sotto l’ora e 24 (per i non avvezzi: 1h24 sulla mezza maratona significa una velocità media di 15km/h. Volevo starci sopra) e quindi ho ampiamente rispettato i propositi già abbastanza ottimistici rispetto all’allenamento un po’ scarso che avevo.
Però ammetto che rosico per come ho corso i primi 10km, mi sentivo davvero in gran forma. E rosico per i parecchi atleti che mi hanno superato tra il 15km e il ventesimo. Poi nell’ultimo ne ho ripresi un paio, ma sono magre consolazioni.
E più che altro mi spiace avere fatto così tanta fatica nella seconda metà della gara, mi è sembrato di non godermela più, di soffrire e basta.
Beh, la prossima volta sarò più saggio. Promesso.

Ancora una doverosa considerazione sul tracciato. Durante la prima parte, al 9km si incrociano i “ritardatari” al 5km, mentre durante la seconda parte si ha la possibilità di vedere i top-runner in azione: uno spettacolo della natura!
In conclusione: una bella corsa in una splendida cornice. La seconda parte del percorso non è dispiaciuta solo a me, è diffusamente detestata almeno a quel che ho sentito commentare, ma gestendola meglio di come ho fatto io probabilmente può rivelarsi ben più piacevole.
Ripeto che l’organizzazione è ottima.
Il pacco gara è miserello, solo una maglietta, ma di buona marca. Forse meglio che tanta paccottiglia che ti rifilano in genere.
All’arrivo, a chi arriva in fondo, viene consegnata pure una bella medaglia. So che per qualcuno è molto importante.

E infine faccio anch’io come Linus: pubblico foto a testimonianza dell’impresa: