9 giugno 2011

Dietro alle quinte

Se niente niente vi piace il cinema, fatevi un giro in questo sito. Ci sono delle fantastiche foto dietro alle quinte di alcuni film epocali.
Qui sotto, per esempio un autoritratto di Stanley Kubrik sul set di Shining, con Jack "Jack Torrance" Nicholson fuori fuoco:

2 giugno 2011

Comportarsi secondo natura

Poi si dice della poesia e gentilezza della natura:
Le formiche, in particolare, si può sostenere che siano gli animali più aggressivi e più bellicosi. Esse superano di gran lunga gli esseri umani, quanto a cattiveria organizzata; al confronto la nostra specie è gentile e mite. Il programma di politica estera delle formiche può essere riassunto così: aggressione ininterrotta, conquista territoriale e genocidio fino all'annientamento delle colonie limitrofe ogni qualvolta sia possibile. Se le formiche possedessero armi nucleari, probabilmente distruggerebbero il mondo nel giro di una settimana.

30 maggio 2011

Buone notizie

Rosicano, oh quanto rosicano...

Perfino una città come Milano diventa simpatica oggi.

27 maggio 2011

NBA Finals!

Mi spiace per il mio piccolo, che si è affezionato a Derrik Rose e ai suoi Chicago Bulls, ma come avevo ampiamente previsto (dall'alto della mia indiscutibile competenza…), i Miami Heats li hanno stritolati e si sono guadagnati il titolo di campioni dell'Eastern Conference e l'accesso alle finali NBA, contro i Dallas Mavericks che già avevano spazzato via i Lakers e poi i Thunder.
Ripubblico il mio bracket con tanto di previsione sul titolo finale.
Ancora una volta per dimostrare che "io ne so"[1]:

[1] Nota solo per chi è anche meno avveduto di me sul tema: questa è una finta sbruffonata, non mi prendete sul serio. Le previsioni che ho fatto (quelle in rosso nel bracket) erano talmente scontate (nel momento in cui le ho fatte) che ci sarebbe ben poco da vantarsi. Altra cosa sarebbe stato azzeccarle all'inizio dei playoff, ma io non ne sarei mai stato in grado.

26 maggio 2011

Ripensare le proprie abitudini

Ho iniziato a leggere questo libro qua:
È sconvolgente.
Oggi la pizza l'ho presa vegetariana.

24 maggio 2011

Il Piave mormorava

Oh, oggi è il 24 maggio!

Niente, solo un ricordo d'infanzia, quando il mio maestro di quinta elementare ci fece studiare a memoria una strana poesia.
Era un tizio a suo modo eccentrico, don Munari, un prete veneto, ex combattente alpino, ricchissimo di ricordi legati alla guerra che ci sciorinava praticamente sempre, usando i più edificanti come esempi di retta virtù.
Era bravo a raccontare, e parlare di guerra ai bambini significa affascinarli e rapirli, per quanto questo possa sembrare disdicevole.
Nei suoi intenti, i racconti delle sue notti in trincea, le marce forzate, le privazioni, dovevano rappresentare un grande esempio per i suoi allievi. Invece a noi piaceva l'aspetto truculento della vicenda. Elementare.
Il più coraggioso di noi una volta riuscì a fare la domanda che tutti, senza eccezioni, ci ponevamo: "Maestro, ma lei l'ha mai ucciso un nemico?". In fondo era un prete, la faccenda ci intrigava.
Non ci rispose. Silenzio.

Come dicevo, un giorno ci dettò e poi ci diede da studiare una poesia strana, lunga e dai termini molto desueti. Noi la studiammo, poi una volta ce la fece cantare. Tutta la classe in coro.
La poesia era questa:
Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l'esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
S'udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l'onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: "Non passa lo straniero!"

Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poiché il nemico irruppe a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.
S'udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l'onde.
Come un singhiozzo in quell'autunno nero
il Piave mormorò: "Ritorna lo straniero!"

E ritornò il nemico per l'orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
"No", disse il Piave, "no", dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l'onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: "Indietro va', o straniero!"

Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l'ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l'italico valore
le forche e l'armi dell'Impiccatore!
Sicure l'Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l'onde.
Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

21 maggio 2011

Predicozzo primaverile

Ci sono un paio di cose che nelle chiacchiere da bar o da dopocena ho sempre trovato insopportabilmente irritanti. Una è il malcelato e sciocco orgoglio con cui certe persone ti dicono "Io dico sempre quello che penso".
Non è vero, porca miseria! Chiunque prima di sciorinare una qualsiasi frase accende il cervello e valuta se e come sia il caso di dirla. Chiunque, sempre.
E chi dice "Io dico sempre quello che penso" lo fa solo per giustificare a posteriori un atto di maleducazione o di scarsa sensibilità verso i sentimenti altrui.

L'altra cosa è chi ti dice con un sorriso falsamente timido che vorrebbe coprire una falsa rassegnazione: "Io sono fatto così, non ci posso fare niente".
No! Non è che non ci PUOI fare niente, è che non VUOI, perché ti sembra troppo faticoso, o perché comunque pensi che tutto il mondo sia tenuto a sopportare, volente o nolente, ciò che tu sei, senza nemmeno potersi augurare che tu faccia qualcosa per migliorarti.

Sono un rompipalle, lo so. Ma ora ho trovato un supporto sorprendentemente concorde a queste mie intolleranze:
In generale, tra noialtri esseri umani vige una certa sopravvalutazione della sincerità. A un certo punto abbiamo incominciato a spacciare per ipocrisia la buona educazione con cui sceglievamo cosa dire e cosa no, e a legittimare ogni accondiscendenza nei confronti di noi stessi definendola spontaneità: «Io sono fatta così...», «Ah, io dico quello che penso». Oppure, con ingenua simulazione di autocritica: «Ah, io non posso farci niente, dico quello che penso» o «Io ho questo difetto, che dico sempre quello che penso».
Il problema è che è davvero un difetto, dire sempre quello che si pensa. Perché se uno pensa delle fesserie - e capita sovente - poi le deve dire, e magari era meglio di no. Perché se uno pensa delle cose cattive, o sgradevoli, forse è meglio che non le dica. Perché se uno pensa delle cose violente, o stupide, forse è meglio che le reprima. E questo ci porta - dalle parole ai fatti - a uno dei più catastrofici alibi costruiti dal genere umano per autoassolversi e mettere in vacanza la propria responsabilità su di sé.
Sii te stesso.
Già, bravi. Sii te stesso. E se uno è uno stronzo? «Sii te stesso», con tutta l'aura di grande dignità che si porta dietro, è una tra le peggiori predicazioni della storia. E sta dentro questo grande inganno autoassolutorio per cui l'impegno, l'applicazione, il lavoro di comprensione delle cose giuste e di quelle sbagliate, l'aspirazione a essere migliori, finiscono per essere disprezzati come artificiose ipocrisie, di fronte alla pretesa nobiltà del pigro e vile affidarsi alla propria natura.

Luca Sofri, Un grande paese, BUR
(ne parlerò)

18 maggio 2011

La Pioggia (pensando a Y.)

All'inizio, proprio all'inizio, quando i tuoi occhi sono grandi e luminosi e voraci, delle gocce non ti accorgi neanche.
Poi ogni goccia che ti cade vicino ti sconvolge e ti sbatte per terra.
Dopo iniziano a fare male, molto male a volte, ma tu rimani in piedi, devi stare dritto: sei diventato forte.
Poi la pioggia inesorabilmente aumenta, le gocce sono sempre più frequenti e il cielo diventa scuro.
Ci si abitua a tutto, dicono. Ma anche al diluvio?

16 maggio 2011

Affacciato sull'NBA

Che io continui a non capirci un granché continua ad essere un dato di fatto, ma nel frattempo ho azzeccato tutte e 4 le semifinaliste per il titolo NBA 2010-11.
Per chi ne sa ancora meno di me, elenco qualche cosa che ho capito da poco, soprattutto le cose diverse dalla nostra mentalità:
  • L'NBA, la National Basketball Association è composta da 30 squadre, che in realtà si chiamano franchigie e che sono una cosa un po' diversa da come intendiamo noi le squadre
  • Le franchigie infatti sono tipo delle aziende (ah, l'Amerika…) che possono fallire e sparire di botto. Non sono legate in maniera indissolubile ad una città, anche se il loro nome ne indica la collocazione geografica. I Los Angeles Lakers sono di Los Angeles, ma se i proprietari vedessero dei buoni motivi per trasferirsi a Chattanooga in Tennessee, diventerebbero i Chattanooga Lakers. Poi è chiaro che gli abitanti di una città si affezionano alle squadre locali, per cui questi spostamenti sarebbero dei traumi sportivi da gestire, ma in linea di massima si può fare e in effetti ogni tanto succede. Proprio i Lakers fino al 1960 erano i Minneapolis Lakers, poi si trasferirono a L.A.
  • L'ingresso di una nuova franchigia nella lega è frutto di trattative a me ignote. In ogni caso chi si propone deve dimostrare che il proprio inserimento significherà un beneficio (economico, of course) per la lega, portando tifosi, impianti, giocatori ecc.
  • Non esiste retrocessione. La lega è unica, anche se in qualche modo collegata con altre leghe inferiori, ma se arrivi ultimo in campionato ti becchi solo l'ira dei tifosi, non la serie B.
  • Nonostante il nome, l'NBA va oltre i confini nazionali USA e ammette anche squadre canadesi: al momento ci sono solo i Toronto Raptors, fino a poco tempo fa c'erano anche i Vancouver Grizzlies, ora trasferiti a Memphis.
  • La lega è divisa in due Conference, la Eastern e la Western. Durante la stagione regolare, ogni squadra gioca principalmente contro le altre squadre della propria Conference, ma gli incroci con l'altra sono frequenti.
  • In totale le partite giocate da ogni squadra durante la sola stagione regolare sono 82! Poi ci sono playoff. Prima c'è la pre-season. In mezzo c'è l'All Star Game, che è un weekend di puro spettacolo in cui si esibiscono i migliori giocatori della lega in sfide Est-Ovest, gare di schiacciate, dei tiri da 3 punti,...
  • Quando si parla delle partite, le squadre sono citate in ordine inverso rispetto a come facciamo noi: Boston-Chicago vuol dire che si gioca a Chicago, in casa dei Bulls. Difatti spesso si trova la @, che in questa accezione significa "at": Boston @ Chicago (I Boston Celtics vanno a Chicago).
  • Non essendoci pareggi, non ci sono punteggi per la vittoria o sconfitta. Semplicemente la classifica si fa contando quante vittorie ha ottenuto ogni squadra. I risultati di ogni squadra sono in genere messi tra parentesi dopo il nome. Per esempio, quest'anno i Chicago Bulls hanno vinto 60 partite e perse 22, per cui si trova frequentemente scritto Chicago Bulls (60-22).
  • A fine stagione le migliori 8 squadre di ogni Conference partecipano ai Play-Off. Questi sono rigorosamente divisi tra Western e Eastern conference. Non ci sono incroci prima della finale.
  • Gli scontri di playoff sono giocati al meglio di 7 partite. Chi ne vince 4 passa il turno.
  • Il sistema "al meglio di 7", la logica degli abbinamenti e lo schema in casa-fuori casa è stato oggetto di polemiche e revisioni nel corso dell'intera storia dell'NBA. Attualmente lo schema è il 2-2-1-1-1, cioè la squadra che aveva fatto più punti durante la stagione regolare gioca in casa le partite 1, 2, 5 e 7; quindi la squadra con il miglior piazzamento viene premiata con un maggior numero di gare in casa, compresa l'eventuale ultima sfida.
  • Le finali di Conference costituiscono le semifinali di lega. Chi vince il titolo di Conference si gioca il titolo NBA con l'altra vincitrice di Conference, sempre al meglio di 7.

Allora, secondo le mie ponderatissime ed autorevoli previsioni ho azzeccato tutte le finaliste di Conference, che sono:
A Est: Chicago Bulls vs. Miami Heats
A Ovest: Dallas Mavericks vs. Oklahoma Thunder

Invece la mia sparata "gli Heat gli fanno un mazzo così ai Bulls" inizia già a vacillare: in gara 1 i Bulls hanno strapazzato gli Heat 103-82.
Mio figlio, che ha già dimenticato i Lakers e tifa Bulls, a colazione ha fatto i salti di gioia:
"Grandi Buuulsss!"
"Piano, che versi il latte!"

Wanjiru

Quando ti appassioni a qualcosa ti appassioni pure ai personaggi stellari che quell'attività la praticano a livelli eccelsi.
Mi capita per ogni mia Bruciante Passione, e dato che l'attuale e più bruciante di tutti è la corsa, il mio amore si rivolge incondizionato verso i fantastici maratoneti che corrono i 42km a velocità che neppure la mia mente riesce a concepire, senza parlare delle gambe.
Ce n'era uno, fino a ieri, che prometteva di diventare Il Più Grande Di Tutti, si chiamava Samuel Wanjiri e aveva vinto la maratona Olimpica di Pechino 2008, una di quelle vittorie che ti lanciano senza dubbi nell'empireo dei Grandissimi dello Sport. Lui tra l'altro l'aveva fatto da giovanissimo, a 21 anni trionfando in una gara dove l'esperienza e la testa contano tanto quanto le gambe, forse ancora di più.
Ha detenuto il record mondiale sulla mezza maratona per diversi anni (la prima volta l'aveva battuto a 18 anni), palleggiandoselo con Sua Maestà Haile Gebrselassie, e dato che questa è la gara che corro anch'io(1), la mia ammirazione per lui raggiunge livelli sconfinati.
Sempre giovanissimo aveva già vinto alcune delle maratone più prestigiose del mondo: Pechino, Londra e Chicago due volte.
Sportivamente un fenomeno, un fuoriclasse destinato a cose grandissime.
E invece la vita, le cose più banali e ordinarie della vita, lo hanno sconfitto. Non si sa bene cosa sia successo, pare che la moglie l'abbia trovato a letto con un'altra, che l'abbia chiuso a chiave in camera. Poi lui è volato giù dal balcone, non è chiaro perché, se sia suicidio o cosa.
In fondo però non importa.
È stata una vicenda piccola e meschina a uccidere un uomo grandissimo, un piccolo atleta (poco più di un metro e sessanta per 52kg) capace di fare cose meravigliose. In uno sport poi, in cui la saggezza, la capacità di sopportare dolore e fatica, la voglia di soffrire per ore, lo rendono più adatto ad animi ponderati che a giovanili esuberanze. Uno sport che non ammette colpi di testa, gesti inconsulti.
E invece, ad ulteriore dimostrazione di quanto il nostro carattere sia sempre troppo sfaccettato e articolato per essere descritto semplicemente, è stato tutto ciò che non deve esistere nella corsa di resistenza a ucciderlo.
Mi piacerebbe crederci e potergli augurare "Buone corse, ovunque ti trovi", ma non è nel mio sentire. Mi limito a digli "Grazie Samuel, sei stato una grandissima testa calda, ma grandissimo davvero".

(1)Oddio, mi sembra ridicolo mettermi nello stesso post in cui parlo di certa gente.
Lo è. È ridicolo.

14 maggio 2011

Mi preoccupo?

Non sono residente a Torino, ma ci lavoro e ci passo molto del mio tempo, poi abito abbastanza vicino da conoscerne problemi e temi, per cui, anche se domenica non dovrò votare, ho fatto il gioco Voi Siete Qui di openpolis per verificare la mia vicinanza o lontananza con i candidati sindaci in città.
Sono finito praticamente in braccio a Fassino:

12 maggio 2011

EnBiEi

Del difficile ed esaltante mestiere di padre, una delle cose più belle è senz’altro la possibilità di guardare con occhi nuovi le cose vecchie. Ed è esaltante pure l’occasione di appassionarsi alle cose nuove, ma qui il terreno è più scivoloso, dato che si rischia facilmente di scadere nel giovanilismo,.
Come il 99% dei miei coetanei, lo sport che ho quasi esclusivamente praticato durante l’infanzia e l’adolescenza è stato il calcio, in ogni sua forma, dal correre dietro una lattina schiacciata al giocare su campi regolari in squadrette da oratorio.
I risultati di tanto impegno, per quanto mi riguarda, sono stati penosi e l’aggravante è che con questa monotematicità mi sono precluso non solo la pratica, ma pure la conoscenza di qualsiasi altro sport di squadra.
[esagero naturalmente, sono tanti gli sport che ho in qualche modo praticato, ma se metto vicine le ore dedicate al calcio a quelle dedicate a tutto il resto, il confronto è assolutamente impietosamente a favore del primo]
Mio figlio, il primogenito, pratica invece qualsiasi cosa che non sia il calcio, chiaramente entro vincoli di tempo e disponibilità. Nuota, scia, giocava a rugby (ora ha smesso), va in bici, pattina, ha fatto pure qualche garetta di corsa, ma il suo sport preferito è indubbiamente il basket, che gioca regolarmente nelle giovanili della squadra locale.
Temo che questioni di altezza gli tarperanno le ali in futuro, ma per ora è un piacere vederlo accanirsi con ogni sua forza per gettare la palla nel canestro in pantaloncini e canotta.
Pantaloncini e canotta sono gialli e viola, i colori dei Los Angeles Lakers. Il numero è il 24, quello di Kobe Bryant. E qui veniamo al punto.
Praticare uno sport significa appassionarsi per le gesta dei protagonisti ai livelli più alti, e quando si tratta di basket non c’è dubbio che la massima espressione di questo sport sia quella giocata dai giocatori USA, nell’NBA.
Nelle mie vesti di padre dunque mi ritrovo a fare da accompagnatore e facilitatore (non è facile qui in Italia seguire le vicende dell’NBA) di questa sua passione, finendo a mia volta per appassionarmi con lui.
La squadra (franchigia, si dice franchigia!) scelta come oggetto di tifo è appunto quella dei L.A. Lakers, una delle più titolate e campione della scorsa stagione, la cui stella è proprio Kobe “Black Mamba” Bryant (quello della foto), uno dei più forti giocatori di sempre. Il tifo da così lontano ci permette comunque di essere abbastanza flessibili, per cui, dopo la disastrosa eliminazione al secondo turno di playoff (0-4 contro i Dallas Mavericks), ci siamo orientati verso i Chicago Bulls, in cui milita l’astro nascente Derrik Rose (mentre la stella di Bryant è per motivi anagrafici in fase calante).
Via, morto un papa se ne fa un altro. Ma d’altronde nel calcio (che comunque seguiamo, non siamo marziani) già tifiamo per il Toro e di essere condannati alla sofferenza pure nel basket non ci va, quindi pigliamo la squadra più forte, coi giocatori più sensazionali e tifiamo per quella. Poi un giorno ci affezioneremo e saremo più fedeli, forse.
Però, per il mio piccolo ragazzo ho una brutta notizia: secondo me i Miami Heats gli fanno un mazzo così ai Bulls. Comunque per ora facciamo gli spettatori e va detto che seguire una partita di quelle, significa assistere ad uno spettacolo pazzesco, dove la gente fa delle cose che sembrano impossibili, a ritmi frenetici e intensità mostruosa (niente a che vedere col calcio, ci diciamo io e il mio compare dandoci di gomito).
Vabbè, le mie previsioni valgono poco più di niente, sto ancora cercando di capire le regole più sottili, per dire, ma ora metto qui il mio bracket, tanto per poter vantarmi, quando avrò azzeccato ogni pronostico, che io ne capisco.
Ah, la fase dei playoff è già piuttosto avanzata, quindi i giochi sono già piuttosto facili. In nero i risultati già acquisiti, in rosso quelli previsti.

Buoni propositi

Voglio tornare a scrivere sul blog.

25 dicembre 2010

Citazione natalizia

Sprechiamo la gioventù a conquistare la ricchezza e la ricchezza a conquistare la gioventù

Douglas Coupland

23 dicembre 2010

I tempi cambiano

Buon Natale a chiunque passi di qua.

22 dicembre 2010

Ciao Enzo

Sicuramente è il ricordo calcistico più bello di tutta la mia vita. Quel mondiale di quasi trent'anni fa è rimasto scolpito nella mia memoria in modo indelebile, molto più che qualsiasi altra partita o evento calcistico precedente o successivo.
Io avevo 12 anni allora. A quell'età il calcio era, come penso sia ancora, quasi un dovere, faceva parte del modo di vivere e anche di pensare di quasi qualsiasi coetaneo che io conoscessi. Figurine, partite improvvisate ovunque, inclusione in squadre serie, gare di rigori, giochiamo al torello, ultimo in porta, portiere volante, palloni di plastica, palloni di cuoio, scarpe devastate dal gioco e mamme furiose…
Per noi era IL GIOCO. Se due o tre ragazzini si trovavano insieme, si giocava a calcio. Fosse anche in casa, nel corridoio, o nel cortile. A scuola nell'intervallo erano d'obbligo partite tumultuose, 15 contro 15 in un cortile, si tornava in classe sudati come bestie.
Dove ho fatto le medie poi, proprio in quegli anni, c'era un grande cortile con 5 o 6 porte disegnate su un muro e le colonne del porticato sul lato opposto del cortile. Si giocava lì, ogni classe aveva le sue due porte e giocava la sua partita contemporaneamente alle altre classi che giocavano la loro tra le loro porte. Vista dall'alto doveva essere impressionante. Tremende pallonate in faccia e scontri spacca-denti tra giocatori di partite diverse erano all'ordine del giorno. Anzi, ne capitava una ogni minuto.
Perfino da soli si giocava. Perfino in classe. Ricordo che disegnavamo azioni di gioco con omini stilizzati e la traiettoria del pallone disegnata a trattini. Alla faccia di chi pensa che siano i tempi moderni ad avere creato questa overdose di calcio.
E poi quell'anno c'erano i mondiali.
Se ne parlava in tv e sui giornali, si faceva l'album, si parlava di quelle nazionali fortissime che arrivavano dal sudamerica, Zico e Maradona erano già leggende, noi impersonavamo i loro nomi quando giocavamo, io sono Socrates, io Rummenigge, io Falcão. Gli italiani prima del campionato non erano molto ambiti. Giusto Bruno Conti, che giocava come un brasiliano.

Poi venne veramente il mondiale, quel Mondiale. Anzi, il Mundial.
La storia è stranota: l'avvio difficile dei tre pareggi contro le squadrette Perù, Polonia e Camerun, la delusione, il silenzio stampa, il terribile girone di ferro contro Argentina e Brasile, le più forti di tutte (ricordo nitidamente un articolo di Sivori che diceva "Italia rassegnati, sono di un altro pianeta"), la vittoria inaspettata con l'Argentina, Gentile contro Maradona, la vittoria ancora meno pronosticabile contro il fantastico Brasile, Paolorossi tuttoattaccato, la tripletta, i gol-rapina, l'euforia (Sivori tiè!), la passeggiata con la Polonia in semifinale, ancora Paolorossi in doppietta, la finale, le città addobbate di tricolori come non le ho mai più viste, macchine dipinte di vernice verdebiancorossa. Mi chiedevo che ne avrebbero fatto di quella macchina se l'Italia quella sera non avesse vinto. Ora mi chiederei pure che se ne siano fatti di una macchina conciata così dopo i festeggiamenti della sera, ma ora sono più cinico. Allora mi sembrava solo un azzardo.

Io ero ad Alassio, in colonia coi Salesiani. Metti insieme 100 ragazzini di 10-13 anni tutti maschi e fagli respirare l'aria che si respirava in quel giorno. Era un'esaltazione totale, assoluta.
Non si parlava d'altro, non c'erano altri argomenti che il Mundial.
Vedemmo la finale nella sala comune. C'era la certezza di vincere, poi il rigore sbagliato da Cabrini a fine primo tempo sembrò preannunciare un terribile ritorno alla realtà. Poi Paolorossi, l'urlo di Tardelli, le braccia alzate di Altobelli, le mani sventolate da Pertini.
La vittoria.
Uscimmo fuori in cortile a urlare come forsennati, 100 ragazzini che sbraitavano peggio che invasati, abbracci, corse, urla, urla urla. Un'altra immagine: io che corro per il cortile e mi trovo faccia a faccia con uno con cui non è che corresse proprio particolare simpatia. Lui mi aspettava a braccia spalancate e bocca pure lei spalancata in un urlo di gioia. Ci siamo abbracciati urlando.

Ancora un anno dopo, ero in vacanza studio in Irlanda, c'era l'orgoglio di noi Italiani per essere i World-Champions. Se si faceva una partitella con coetanei di altre nazionalità, noi avevamo il dovere di mostrargli quanto fossero forti gli italiani a giocare a calcio e in effetti quella consapevolezza ci dava grinta, e vincevamo spesso.
Ci sentivamo davvero ammirati ed invidiati per quella coppa che la nostra Nazionale aveva vinto, eravamo convinti di incutere rispetto, qualcosa tipo "Sì, sono dei deficienti indisciplinati, ma sono Campioni del Mondo". Una roba così ci sembrava di leggere negli sguardi degli stranieri, che molto più probabilmente si fermavano alla prima metà della frase.

E ora uno degli artefici di quella storia esaltante se ne è andato.
Bearzot.

20 dicembre 2010

Rivelazioni

Riflessione un po' astratta e forse anche un po' scontata, ma che stamattina mi si è rivelata con particolare evidenza.
Più che l'assenza di problemi, a darti serenità è la consapevolezza di averli gestiti. Non dico risolti, quello sarebbe davvero ovvio, ma gestiti, contenuti, indirizzati verso una soluzione. Averli resi non più insormontabili. Ardui e impegnativi magari, ma superabili.
Sostituisce la speranza di non trovarsi di fronte a grane irrimediabili, con la tranquillità di essere in grado di non farsi sopraffare da esse.
Ed è un vantaggio non da poco: se non puoi sempre contare sul culo (di non avere grane), almeno sai che quando la sfiga ti rivolge il suo acuto sguardo (cit. Freak Antoni) almeno puoi pensare di cavartela comunque.

18 dicembre 2010

Alla faccia di Mendel

Io sono uno di quelli che alle lotterie non ha mai vinto niente di niente.
Non parlo di quelle milionarie (in euro) né di quelle miliardarie, ma pure di quelle paesane, di beneficenza, del circolo degli alpini, del bar Sport sotto casa.
Niente, mai vinto niente.
Tanto che ormai partecipo solo a quelle di beneficenza. Se devono essere soldi spesi senza ritorni, tanto vale che vadano utilizzati per qualche buon motivo.
E mia moglie idem.

Ieri sera invece siamo andati alla festa della squadra di volley di Carlotta. Presentazione delle squadre, discorso del presidente, musica, esibizione delle atlete e così via, le solite cose, compresa l'estrazione dei premi della lotteria sociale.
Beh, avevamo comprato (per i bambini) dieci biglietti. Abbiamo assistito con il solito atteggiamento disilluso lo sciorinarsi delle estrazioni a partire dal sedicesimo premio verso il primo.
Quando già finalmente iniziavo a pregustarmi la fine della serata e il ritorno a casa, è stato estratto il primo premio. E il biglietto era uno dei nostri!!!
Cioè, dei bambini.
Insomma, ho capito una cosa: il culo non è genetico.

Ecco qui sotto i fortunati vincitori abbracciati al loro premio: una fiammante Nintendo Wii già attrezzata di un paio di giochi. Le loro espressioni non danno neanche un decimo dell'idea della loro gioia:

15 ottobre 2010

Politica poco lungimirante

Copioincollo dal blog di Luca Sofri:
Sono a una riunione con le maestre della scuola elementare di mia figlia. Mi deprimo ogni minuto di più a sentire che quest’anno i tagli sul personale insegnante non permetteranno più uscite e visite esterne, costringeranno ad affollare le classi ogni volta che manca una maestra, impediranno di poter dedicare tempo e recuperi necessari ai bambini che ne hanno bisogno, e demoliranno il tempo pieno (“non è un tempo pieno, è una schifezza”, dice la maestra). E avanti così, e mi deprimo.
E poi mi arriva, negli aggiornamenti delle news sul telefono, questa:
“Roma, 11 ott. (Adnkronos) – ”Sono convinto che non destinare adeguati investimenti all’educazione e alla scuola sia una politica poco lungimirante, destinata a condannare un Paese all’impoverimento culturale, alla decadenza economica e sociale”. E’ quanto afferma il presidente della camera dei Deputati, Gianfranco Fini”
E vaffanculo, detto da padre

Mi associo, vaffanculo, anche da parte mia.

5 ottobre 2010

Il Nobel al Nobel

Qualche volta pare che i nomi che vengono designati a Stoccolma[*] siano frutto di non si sa bene quali imperscrutabili e cervellotiche elucubrazioni.
Questa volta invece, la notizia del nobel per la medicina è una di quelle che mi fanno un immenso piacere, segno di progressimo e capacità critica.
Non ne ho avuto bisogno e dico "per fortuna", ma da conoscenze dirette so bene che il vincitore di quest'anno, Robert G. Edwards è una di quelle persone che hanno contribuito a rendere il mondo più felice (o meno infelice, va).
Congratulazioni al premiato e ai premianti, dunque.
E la soddisfazione è ancora maggiore assistendo alle reazioni sdegnate dei soliti corvacci.

[*]In realtà il premio Nobel per la medicina viene assegnato da un comitato appartentente al Karolinska Institutet, che ha sede a Solna, vicino a Stoccolma