2 luglio 2008

Periodo di stanca

È un periodo che sto un po' trascurando il mio bloggettino. Impegni, testa distratta, poco tempo e un pizzico di pigrizia ne sono le cause a contorno, ma più che altro sono ancora fiero di aderire al motto "se non hai niente da dire, sta pure zitto". E in effetti non è che in questo momento abbia chissà cosa da comunicare.
Però per non lasciare del tutto immobile il blog (quando ci penso mi vengono sempre in mente i bellissimi cespugli rotolanti dei deserti americani. Ho anche scoperto che si chiamano salsola tumbleweed) scrivo qualche riga in merito a ciò che sta passando nel mio lettore cd in questi giorni.
Syd Barrett - The madcap laughs
Album meraviglioso, parto di una mente al limite del baratro psicotico. In quel momento era ancora di qua, poi precipitò. Lampante dimostrazione di quanto la tecnica e le iper produzioni non contino un tubo, la musica bella viene da menti ispirate, tutto il resto sono orpelli.
Evangelista - Hello, Voyager
Altro straordinario esempio di artista maudit. Ne ho scritto un post dedicato, ma ancora non si allontana dal mio lettore.
Miles Davis - Ascenseur Pour L'echafaud
Ogni volta che ascolto Miles Davis alle prese con cose così, non riesco a fare a meno di chiedermi "Ma quanta classe aveva 'sto tipo?". Immenso, bellissimo.
Hercules and Love Affair - s/t
Per rilassare i nervi a ritmo unza-unza. Bello però eh, mica roba tamarra (beh, non proprio, dai).
Mozart - String quartets K. 465 "Dissonance", K. 458 "The Hunt" & K. 421
Ebbene sì, ogni tanto ascolto pure queste cose. Bellezza allo stato più puro, perfetto. Ogni altro mio commento sarebbe irriguardoso.
Burial - s/t
Il primo lavoro del best album 2007. Bellissimo pure questo, un po' meno di Untrue, ma ascoltarlo era comunque doveroso.
Eddie Vedder - Into the wild OST
Il film è meglio, ma comunque l'album non è male. Va molto forte in famiglia.

27 giugno 2008

Evangelista - Hello, Voyager

“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” diceva il sommo De Andrè. E questa frase, oltre all’originale Via del Campo, sembra adattarsi alla perfezione alla vita della signora Bozulich.
Carla Bozulich è infatti una di quelle donne con un passato denso e profondo, ma non nel senso intellettuale, proprio nel senso di una vita vissuta duramente, affrontando tante di quelle esperienze (droga, violenza, degrado, prostituzione…) che o ti schiantano o fanno di te un sopravvissuto, e poi, forse, un saggio.
E poi la signora Bozulich ha scoperto di avere una voce interessante e di sapere pure cantare, e così, la sua anima ferita e malconcia, ha potuto riversarsi attraverso la sua bocca per dare vita a dischi bellissimi e, manco a dirlo, intensissimi.
Prima partecipa a diversi gruppi, tra New York, Los Angeles e il Canada, poi infine nel 2006 debutta con un disco solista a suo nome, Evangelista, grandioso.
Poi quest’anno, adotta per sé e il suo gruppo, lo stesso nome del disco precedente, e così esce Hello, Voyager, degli Evangelista, appunto.
Dovere scegliere il più bello dei due è impresa ardua, ma raramente nel mondo della musica avevo sentito cantare e suonare e arrangiare musica in maniera così intensa e passionale. Attenzione però: passione vera, sofferta, lacerata, sanguinante, non roba da Sanremo, cuore/amore.
Alcuni brani sono pure orecchiabili, ma altri sono rumorosi, disordinati sofferti e sofferenti, ma sempre magnifici.
Carla Bozulich è definitivamente la mia attuale e insuperabile icona dark, ma dark veramente, non una stucchevole maschera con rossetto nero e mascara pesante.
(foto di Federico Tixi)

20 giugno 2008

The Shaggs, un mito più grande di loro

C’è stato un periodo nella mia vita in cui mi affrettavo a definire “geniale” qualsiasi manifestazione fuori dagli schemi, anche e soprattutto se queste rasentavano o superavano del tutto i confini della follia.
Poi sono cresciuto, sono diventato un po’ meno facile d’entusiasmo e un po’ più cinico, e ho preferito utilizzare il termine “genio” con molta, molta più parsimonia.
Eppure oggi, ho avuto modo di rivivere quei momenti di divertitissima ammirazione ascoltando il disco che probabilmente si può definire “il peggiore di tutta la storia della musica”. Si tratta di un disco dal titolo pomposetto, Philosophy of the World, registrato nell’ormai lontanissimo 1969 dalle tre sorelle Wiggin con il nome di The Shaggs, le arruffate (guardate la foto della copertina per capire il perché di questo moniker), e poi trasmesso qualche volta da qualche radio locale, prima di finire nel dimenticatoio.
Si dice che a produrre il disco fosse stato il padre delle tre sorelle, una sorta di padre-padrone che, nel tentativo di sollevarsi da una situazione economica risicata, non solo si inventò produttore discografico, ma pure decise di punto in bianco che le sue tre figliole erano delle musiciste, pur non avendo loro mai preso in mano uno strumento (forse con l’eccezione di quella che avrebbe suonato la batteria).
Il risultato è davvero sciagurato, e come poteva essere altrimenti? 12 canzoni una più brutta dell’altra e suonate da tre incompetenti che strimpellano ognuna per conto suo, cantandoci sopra strofette banali, stonate e sgraziate. La chitarra è scordata e suonata su una o al massimo due corde, la batteria tutto sommato è suonata con un minimo di capacità (proprio minimo eh), ma assolutamente fuori ritmo, senza senso. Il basso compare solo in un pezzo, ed è un disastro come la chitarra. Insomma, una cosa talmente brutta da essere perfino divertente.
Eppure, nonostante questo disastro, le Shaggs hanno acquisito una fama eccezionale, abbastanza di nicchia, ma comunque del tutto sproporzionata rispetto ai loro meriti. E come hanno fatto? Beh, semplice: è bastato che il meraviglioso Frank Zappa abbia dichiarato in una intervista del ’76 che quello delle Shaggs era “uno dei miei tre dischi preferiti di sempre”.
Apriti cielo! Da quel momento in poi le copie superstiti del loro disco sono state ricercate come il Graal, e quando finalmente se ne trovò una copia originale, fu immediatamente mandata in ristampa ad alimentare un mito sotterraneo che dura tutt’ora, ci sono diversi siti su di loro, pure un fan club. Provate a cercarlo su eMule, ne troverete diverse copie anche in mp3 (come quella che mi sono sciroppato io).
Si sa che Zappa aveva in dosi smisurate il gusto per la provocazione, e non ci sarà mai dato sapere se la sua dichiarazione fosse scherzosa o se veramente lui inserisse quel disco nella sua personale top 3, ma fatto sta che da quel momento in poi le Shaggs vennnero rivalutate anche da critici o musicisti peraltro seri. Ad esempio Terry Adams degli N.R.B.Q. arrivò perfino a paragonarle al primo Ornette Coleman, e un giornalista dell’LA weekly arrivò a dire (non con tutti i torti) che “Se dovessimo giudicare sulle basi della sua onestà, originalità e impatto si tratterebbe del più grande album mai registrato nella storia universale della musica”.
Insomma, capolavoro o grande album non direi, ma che sia qualcosa di veramente originale e, a modo suo, divertentissimo, non c’è dubbio.

18 giugno 2008

Ciao Mario

Mario Rigoni Stern l'ho conosciuto (letterariamente parlando) intorno ai miei vent'anni, sprofondandomi nei suoi due capolavori, Il sergente nella neve e Ritorno sul Don.
Poi di lui ho letto ancora poco, ma ogni tanto scovavo un suo articolo su Repubblica e lo seguivo volentieri nelle sue appassionate descrizioni delle sue montagne.
Ho amato tantissimo la sua scrittura piana, senza fronzoli, dritta al risultato. Se non fosse una banalità per un uomo con la barba, che ha fatto la guerra (e come!), che viveva solitario in montagna, che dispensava i suoi scritti con il contagocce, la definiresti una scrittura saggia.
E ora se ne è andato, in modo discreto, come al solito. Ha chiesto che la notizia della sua morte venisse data dopo i funerali, in modo che i suoi amici e familiari non venissero disturbati da quel mondo che lui gentilmente schivava.
Buona camminata, Mario.

Chiudo con l'incipit del Sergente, uno di quegli inizi che ti fanno chiudere il libro appena iniziato per qualche minuto, giusto il tempo di gustarti il sapore delle parole appena lette:

Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde.

17 giugno 2008

testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore

Nei miei momenti di pacata ragionevolezza arrivo perfino a pensare che l'anticlericalismo, come la maggior parte degli anti-, sia un atteggiamento fondamentalmente sbagliato perché viziato dal classico "fare di tutta l'erba un fascio".
E poi però, leggendo qua e là, vieni a scoprire che certi comportamenti di cui le gerarchie religiose vengono a volte accusati ancora oggi, quali la chiusura mentale, la prepotenza ideologica, la persecuzione di chi osa pensarla diversamente da loro, non siano poi tanto facilmente liquidabili con un "ma va, quella è roba del passato", ma che sono invece consuetudini praticate ancora ai giorni nostri e anche e soprattutto ad alti livelli della gerarchia.
Succede infatti che una studiosa di cose storiche, Gaetana Mazza, abbia scritto un libro che racconta fatti accaduti in qualche luogo d'Italia tra il '600 e il '700, e che in questo libro si finisca inevitabilmente a parlare di Inquisizione, e che questo lo si faccia mettendo alla luce storie di persone vere, con volti, vite, speranze, paure, pregi e difetti.
Succede poi che, vai a capire perché, magari solo per ingenua riconoscenza (gli archivi dell'Inquisizione resi pubblici dallo scorso papa sono fonte di valore immenso per gli storici, e non solo per i processi in sé, ma anche, come in questo caso, per conoscere la vita reale di quelle epoche), la studiosa invii una copia già stampata ma non ancora distribuita al vescovo della cui diocesi aveva utilizzato gli archivi.
Bene, questo vescovo, dopo aver letto il lavoro, intima all'autrice di mandare al macero il primo volume e di sottoporre ad una commissione ad hoc il secondo, al fine di correggerlo secondo le sue decisioni. La motivazione è che si tratta di "testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore". Proprio così, pensa un po'.
E la cosa assolutamente scandalosa è che la legislazione italiana, in base alle norme concordatarie gli consente di farlo, trattandosi di ricerche sugli archivi ecclesiastici (che tra l'altro ricevono finanziamenti statali, i miei soldi, insomma).
In questo specifico caso si spera (come conclude l'articolo in cui viene raccontata questa storia) che il vescovo sia stato, come si dice, più papista del papa, e abbia voluto eccedere in zelo contrariamente alle disposizioni di trasparenza date dallo stesso papa quando era ancora cardinale.
Resta però il fatto che dalle nostre parti gli esponenti di una struttura religiosa hanno la pretesa, e, cosa ancora peggiore, l'effettivo potere, di decidere cosa nel mondo è possibile scrivere e leggere. In questo caso si tratta della chiesa cattolica, ma pensiamo cosa sarebbe successo se a farlo fossero, tanto per fare un esempio, i mussulmani.

13 giugno 2008

Nuovo oggetto del desiderio

Voglio, fortissimamente voglio, i cerchioni PimpStar. Devo solo capire se c'è la misura per la mia macchina e poi con 12.000$ me li porto a casa:


Esistono veramente eh. E li vendono qua.

12 giugno 2008

Joan As Policewoman - To Survive

10 belle canzoni, niente più, niente meno.
Joan Wasser, aka Joan la poliziotta, ha riversato in questo album tutta la grazia ed il buongusto di cui ogni tanto abbiamo bisogno quando ascoltiamo musica. Le sue sono semplicemente canzoni, spesso accompagnate solo dal suo pianoforte, magari con un po’ di batteria, ma suonata con le spazzole. Vecchia maniera, insomma.
In altri pezzi l’accompagnamento è più complesso, ma mai oltre i canoni dell’accompagnamento, appunto. Perché qui la musica supporta la voce, non prende direzioni laterali o ardite, sta lì a supportare il cantato di Joan. Come nelle canzoni, insomma.
La sua voce poi è splendida, calda il giusto, pulita il giusto, senza mai strafare, senza mai dare sfoggio di sé. Sta lì a cantare melodie semplici, ma nient’affatto banali. Anzi, quasi sempre, l’apertura dei pezzi sembra promettere la solita canzoncina ordinaria, ma poi ogni volta, tutte le volte!, la melodia devia un po’ da quello che ti aspetti e allora ti ritrovi a seguirla affascinato.
La canzone centrale dell’album poi, Start of my heart, è un vero gioiello, di quelli da ascoltare e riascoltare fino all’esaurimento.
All’ultimo brano partecipa pure uno splendido Rufus Wainwright, e come suo solito (ma questa è stata una scelta precisa di Joan, per accoglierlo nel suo elemento) le atmosfere si fanno più pompose, operistiche, per un finale con i fuochi d’artificio.

Procuratevelo.

Heavy Metal rules (the babies)

Da un po' di tempo a questa parte (qualche mese), il mio primogenito seienne si è appassionato a quello che lui chiama "il rock duro". Nelle sporadiche sessioni di ascolto, soprattutto in macchina, lui spinge sempre a che si ascolti qualcosa che abbia la maggiore energia possibile. Normalmente queste sue richieste si scontrano però con l'opposizione di sua sorella, che, sia per indole che per l'età minore, preferisce cose più tranquille: "a me piace il pianoforte", dice.
A causa di alcuni impegni estivi che li tengono separati, mi sono ultimamente ritrovato diverse volte da solo in macchina con lui, e allora la sua voglia di schitarrate e doppie grancasse non trova più freni e io devo solo sbizzarrirmi con la scelta dei brani da fargli sentire.
In ordine sparso e con qualche sicura dimenticanza, le ultime proposte sono state:
- Led Zeppelin - Immigrant song
- The Cult - Nirvana, Rain e The Phoenix
- Rage Against The Machine - Bombtrack
- Soundgarden - Rusty cage
(lo so: questa selezione denuncia chiaramente la mia età, ma ultimamente non è che mi sia tenuto molto aggiornato su questo genere)
Ieri sera poi, su input di mia moglie, abbiamo messo sullo stereo i Metallica con Master Of Puppets e lui, al colmo dell'entusiasmo, ha preso ad agitarsi come un tarantolato sul divano.

Da tutto ciò scaturiscono fondamentalmente due considerazioni:
1. il mio primogenito è un esagitato
2. la musica hard rock o heavy metal, nonostante pose machiste o atteggiamenti trasgressivi, rimane fondamentalmente, almeno in alcune sue accezioni più stereotipate, un genere infantile.

9 giugno 2008

Ian Mc Ewan – Sabato

Ian Mc Ewan è uno scrittore capace di scrivere in modo pressoché perfetto. Non una sbavatura, non un periodo zoppicante, non una frase che necessiti rilettura, sempre lucido e limpido come una lama d'acciaio. È uno di quelli che pensi che saprebbe scrivere alla grande anche descrivendo la situazione più banale possibile.
In questo caso, per esempio, descrive con una precisione incredibile una giornata (un Sabato, appunto) di un certo Henry Perowne, dal momento del suo risveglio, prima riga della prima pagina, al suo addormentarsi quasi ventiquattr'ore dopo, ultima riga dell'ultima pagina. Nel mezzo la sua vita scorre in modo quasi ordinario, lineare, a parte le inevitabili e numerose digressioni che riportano gli antefatti e permettono di inquadrare nel modo più preciso possibile l'esistenza del protagonista e dei suoi familiari.
A dire il vero la giornata di H. Perowne a causa di un paio di notevoli incidenti è tutt'altro che ordinaria, anzi è una di quelle che una persona si ricorda per sempre nella vita. Il McEwan però non sbraca mai, non è proprio nelle sue corde, e questi accadimenti sono certamente straordinari, ma sempre entro i limiti della ragionevole plausibilità, un po' come il mio incidente in moto dell'86, memorabile (eccome!) per me, ma niente su cui sia il caso di scrivere un libro.
E in effetti confesso che il sospetto che questa volta McEwan avesse fatto un esercizio di stile (tipo "Il candidato dimostri che è possibile scrivere un libro intero raccontando l'ordinarietà della vita reale") e che questo esercizio fosse un po' fine a se stesso, mi ha assalito diverse volte durante la lettura e altrettante volte ho pensato che come andasse a finire quella giornata, potessi anche evitare di saperlo, abbandonando libro e tribolazioni per passare ad argomenti più intriganti.
Invece, un po' per testardaggine e un po' per dovere nei confronti di un autore che considero tra i migliori dei nostri tempi, sono arrivato fino alla fine e devo ammettere di avere poi chiuso il libro convinto di avere ben impiegato tempo e fatica. McEwan alla fin fine riesce a dimostrare che per descrivere i più reconditi recessi dell'animo umano, non è necessario inserire i protagonisti in situazioni estreme e irreali, ma è sufficiente osservarli con grandissima attenzione mentre si arrabattano tra le già non poche difficoltà della vita ordinaria.

Infine, il lato negativo, che però, non essendo farina del mio sacco, trovo doveroso innanzitutto citarne la fonte (Nick Hornby in Una vita da lettore), e poi devo ammettere che se non lo avessi letto da lui, probabilmente non ci avrei neanche fatto caso: l'ambientazione è troppo smaccatamente borghese, stimato neurochirurgo, valente avvocatessa, suocero poeta di successo, figlia poetessa (già pubblicata) pure lei, figlio apprezzato chitarrista... Non che ci sia niente di male in questo, però, nota Hornby, è una sorta di scorciatoia, quella di raccontare i pensieri di persone colte e intelligenti la cui fine eloquenza è troppo sospettosamente di pari livello di quella dell'autore. In altre parole, troppo facile per uno scrittore descrivere i pensieri di persone simili a lui. Provi un po' a descrivere la psicologia dei tifosi di calcio!

Allora, raga, come ci chiamiamo?

Chiunque in vita sua abbia anche solo tentato di creare una band musicale, ha dovuto affrontare la spinosa questione del nome del gruppo, e sa bene quale carica di implicazioni abbia tale processo, fondamentalmente perché si mettono in ballo valori che a volte vanno ben al di là delle intenzioni semiserie che hanno dato origine alla band.
Nel senso che, magari, il gruppetto è nato in maniera cazzona, tra amici che strimpellano qualche strumento e hanno voglia di fare un po' di casino, ma poi quando si tratta di scegliere il nome del gruppo ci si pone inevitabilmente di fronte ad un futuro improbabile, ma non impossibile, di notorietà. E allora si cerca di dare un po' di serietà al battesimo della band, pur sempre però cercando di non apparire troppo presuntuosi, di non prendersi sul serio, e questo stare in bilico tra il "guarda che qui stiamo solo a divertirci" e il "però non possiamo proprio presentarci con un nome da deficienti" crea a volte degli impasse insuperabili. Tanto insuperabili che un gruppo di rispettabilissime persone che conosco direttamente, aveva chiamato il gruppo "Dillotuprima" perché quella risultava essere l'unica frase che era scaturita dalla riunione battesimale.

Tutto questo l'ho pensato mentre mi chiedevo: ma come cacchio gli è saltato in mente agli Elbow (trad.: Gomito) di chiamarsi così?
E poi dicono che Le Luci della Centrale Elettrica sia un nome eccentrico.

5 giugno 2008

Elbow - The Seldom Seen Kid

Gli Elbow sono un gruppo inglese (di Manchester, per la precisione) semisconosciuto, ma che può già vantare 4 bei dischi, l'ultimo dei quali, Il ragazzo visto di rado, è uscito dalle nostre parti un paio di mesi fa. Si tratta di 11 brani in bilico tra talmente tanti stili diversi da rendere difficilmente definibile il loro genere. Grossomodo stiamo parlando di una cosa che sta in mezzo a pop e rock, ma con inserti folk, blues, drone, soul, progressive,... che danno a questo disco un'aria originale senza uscire troppo da consuetudini tradizionali. E se questa dichiarazione può apparire paradossale è perché a volte paradossale è proprio la musica che si ascolta con questi tizi. Tipo: che ci fa un basso techno in un brano folk? Eppure ci sta alla grande, ed esattamente questo che rende eccezionale questo disco: la capacità di mischiare elementi tanto eterogenei da sembrare stridenti con il buon gusto dei grandi chef.
Consiglio vivamente l'ascolto, o perlomeno un giro sul loro sito, magnifico anch'esso.

30 maggio 2008

A braghe calate

Ieri sera, al Tg1 il Vincenzo Mollica intervistava Francesco De Gregori in occasione dell'uscita del suo nuovo album. Come al solito le lodi del marchettaro "giornalista" sono state sperticate, "uno dei dischi più importanti e belli della sua carriera", ha detto. Ma si sa, il Mollica tesse lodi per tutti, quindi non si può avere la più pallida idea di quanto sia effettivamente bello ciò di cui parla.
Nel corso del mini spot, Mollica ha chiesto poi conto a De Gregori di una sua intervista in cui ha dichiarato che Berlusconi merita fiducia nello sforzo che sta compiendo per riformare l'Italia. La sua risposta è stata che lui, pur rimanendo di sinistra non sente di avere un tale vincolo di appartenenza da impedirgli di dire che gli va o non gli va qualcosa. E più che altro che, constatando che Berlusconi ha vinto le elezioni con larga maggioranza, non si sente di augurarsi che governi male e porti alla rovina il paese, ma che invece non può che augurarsi che si ponga al servizio del paese, che governi bene e che possa essere riconosciuto come un bravo governante.

Bene, bravo. E ci mancherebbe, non è che si faccia un gran esercizio di elasticità mentale a sperare che le cose vadano bene invece che male. Pure Massimo Catalano approverebbe.

Però.
Però mi viene da pensare che il buon Francesco, a cui piace gigioneggiare nel fare l'artista libero da logiche commerciali, non sia poi così ingenuo da non sapere che una sua affermazione del genere, per quanto ovvia e banale, non possa non avere una grossa risonanza sui media. E che pure questa sua dichiarazione non possa non essere interpretata come una sorta di apertura ad una parte politica che fino ad ora era in qualche modo considerata avversa (sempre in termini politici, non personali, ovvio).

Al di là di un forte (e legittimo, perdonami Francesco) sospetto di "mossa commerciale" fatta a ridosso dell'uscita del suo nuovo disco, questo atteggiamento mi pare l'ennesima calata di braghe di fronte ai risultati elettorali del 13-14 aprile scorso. Voglio dire, ultimamente mi capita spesso di sentire gente che presumevo avesse delle forti convinzioni e dei solidi ideali, arrendersi senza vergogna di fronte alla solita constatazione che "gli italiani hanno scelto così e ogni altra posizione è fuori dalla realtà".
Il popolo in una democrazie è sovrano. Vero, anzi sacrosanto.
Però il popolo, si sa, è pure bove. Cioè, potete dirmi quello che volete, ma che proprio debba essere seguito in ogni suo isterismo o capriccio, non mi pare il caso.
Anzi, io resto tutto sommato dell'opinione che chi del paese ha responsabilità di governo (e "governare" significa "condurre") abbia il dovere di non essere così succube alla sua volontà quanto stanno facendo non solo quelli che hanno vinto le elezioni, che forse ne avrebbero pure il dovere, ma pure quelli che le elezioni le hanno perse.
Insomma, ero convinto che una certa classe dirigente che comprende sia i dirigenti propriamente detti che quella quota di persone che dovrebbero costituire l'anima pensante del paese, gli intellettuali, dovesse essere considerata l'eccellenza, e che avesse la funzione di ammonire noi, il popolo, che certe nostre intemperanze non sono accettabili e che l'atteggiamento giusto dovrebbe essere un altro.
E invece tutti, chi per convenienza, chi per ottusità, si stanno adeguando al refrain di "non avete capito i problemi della gente" che sta giustificando ogni tendenza populista che ormai sembra essere diventato l'unico metro di giudizio nelle azioni intraprese o da intraprendere.

E mi fa un po' di tristezza vedere che pure una persona come De Gregori, che motivo non ne avrebbe, si stia piegando a questa tendenza con la stessa arrendevolezza che sta manifestando tutta quella che una volta in Italia si chiamava Sinistra e che ora ha talmente paura del proprio insuccesso da non rendersi conto che non sempre, anzi quasi mai, la ragione sta nei grandi numeri.

Come vanno le cose qua

Stamattina, venendo al lavoro, mi sono preso la briga di scattare tre foto al Po in piena (che al di là dei disastri che può comportare, è sempre uno spettacolo suggestivo). I murazzi sono allagati, ma l'acqua scorre ancora abbondantemente sotto le arcate dei ponti.

29 maggio 2008

Sigur Rós nudisti aggratis

Pure i Sigur Rós cavalcano l'onda della promozione tramite regali. In pratica anche loro mettono a disposizione per il download il primo brano del nuovo album.
In più si può anche vedere il video di questo pezzo. Carino, pieno di gente che saltella e gioca nuda per i boschi.
Nuda nuda, eh, come mamma li fece (a parte qualche scarpetta, indispensabili anche per gli aspiranti elfi che desiderano zompettare tra spine e sassi).
Qui si trova tutto, sia il video che la possibilità di ottenere il singolo.

28 maggio 2008

Nervi a posto, gente!

Ho la bruttissima impressione che si stia prendendo una terribile deriva:

Una madre ha denunciato, stamani, alla polizia il rapimento del proprio figlioletto di 3 anni, mentre si trovava all'interno del negozio di brocante 'Salvagente', di zona san Martino a Sanremo, mobilitando la polizia, anche se poco tempo dopo si e' scoperto che il piccolo stava bene e si era soltanto nascosto dentro un armadio.

Preoccupata alla vista di alcune persone sospette, che sembravano nomadi e non vedendo piu' il bambino, la donna si e' subito messa a gridare aiuto, richiamando l'attenzione della proprietaria che ha cosi' chiamato il 113.

Sul posto e' intervenuta una pattuglia della polizia. Alla fine, si e' scoperto che il piccolo si era nascosto dentro un armadio, forse perche' consapevole del guaio che aveva combinato, aveva paura di 'prendersele' dal genitore. Gli agenti, tra l'altro, avevano gia' iniziato a perlustrare un vicino torrente alla ricerca di eventuali campi nomadi.

L'articolo originale è qui.

23 maggio 2008

I Rom nella cattolicissima Italia

Faccio un po' di copia-incolla.
Prima questa vignetta qua...



... che immediatamente contraddico riportando l'articolo di un sacerdote di quelli che sanno vivere veramente i messaggi del tizio inchiodato qui sopra, Don Luigi Ciotti:




[Don Luigi Ciotti • 17.05.08] Pubblichiamo il commento di don Luigi Ciotti alla foto pubblicata sullo sgombero dei rom di Ponticelli. Articolo apparso su «l'Unità» del 16 maggio 2008. «Cara signora, ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l'altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie...».

Cara signora, ho visto questa mattina, sulle prime pagine di molti quotidiani, una foto che La ritrae. Accovacciata su un furgoncino aperto, scassato, uno scialle attorno alla testa. Dietro di Lei si intravedono due bambine, una più grande, con gli occhi sbarrati, spaventati, e l'altra, piccola, che ha invece gli occhi chiusi: immagino le sue due figlie. Accanto a Lei la figura di un uomo, di spalle: suo marito, presumo. Nel suo volto, signora, si legge un'espressione di imbarazzo misto a rassegnazione. Vi stanno portando via da Ponticelli, zona orientale di Napoli, dove il campo in cui abitavate è stato incendiato. Sul retro di quel furgoncino male in arnese - reti da materasso a fare da sponda - una scritta: «ferrovecchi».

Le scrivo, cara signora, per chiederLe scusa. Conosco il suo popolo, le sue storie. Proprio di recente, nei dintorni di Torino, ho incontrato una vostra comunità: quanta sofferenza, ma anche quanta umanità e dignità in quei volti. Nel nostro paese si parla tanto, da anni ormai, di sicurezza. É un'esigenza sacrosanta, la sicurezza. Il bisogno di sicurezza ce lo abbiamo tutti, è trasversale, appartiene a ogni essere umano, a ogni comunità, a ogni popolo. É il bisogno di sentirci rispettati, protetti, amati. Il bisogno di vivere in pace, di incontrare disponibilità e collaborazione nel nostro prossimo. Per tutelare questo bisogno ogni comunità, anche la vostra, ha deciso di dotarsi di una serie di regole. Ha stabilito dei patti di convivenza, deciso quello che era lecito fare e quello che non era lecito, perché danneggiava questo bene comune nel quale ognuno poteva riconoscersi. Chi trasgrediva la regola veniva punito, a volte con la perdita della libertà. Ma anche quella punizione, la peggiore per un uomo - essendo la libertà il bene più prezioso, e voi da popolo nomade lo sapete bene - doveva servire per reintegrare nella comunità, per riaccogliere. Il segno della civiltà è anche quello di una giustizia che punisce il trasgressore non per vendicarsi ma per accompagnarlo, attraverso la pena, a un cambiamento, a una crescita, a una presa di coscienza.

Da molto tempo questa concezione della sicurezza sta franando. Sta franando di fronte alle paure della gente. Paure provocate dall'insicurezza economica - che riguarda un numero sempre maggiore di persone - e dalla presenza nelle nostre città di volti e storie che l'insicurezza economica la vivono già tragicamente come povertà e sradicamento, e che hanno dovuto lasciare i loro paesi proprio nella speranza di una vita migliore.

Cercherò, cara signora, di spiegarmi con un'immagine. É come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati "di troppo", e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili. La logica del capro espiatorio - alimentata anche da un uso irresponsabile di parole e immagini, da un'informazione a volte pronta a fomentare odi e paure - funziona così. Ci si accanisce su chi sta sotto di noi, su chi è più indifeso, senza capire che questa è una logica suicida che potrebbe trasformare noi stessi un giorno in vittime.

Vivo con grande preoccupazione questo stato di cose. La storia ci ha insegnato che dalla legittima persecuzione del reato si può facilmente passare, se viene meno la giustizia e la razionalità, alla criminalizzazione del popolo, della condizione esistenziale, dell'idea: ebrei, omosessuali, nomadi, dissidenti politici l'hanno provato sulla loro pelle.

Lo ripeto, non si tratta di "giustificare" il crimine, ma di avere il coraggio di riconoscere che chi vive ai margini, senza opportunità, è più incline a commettere reati rispetto a chi invece è integrato. E di non dimenticare quelle forme molto diffuse d'illegalità che non suscitano uguale allarme sociale perché "depenalizzate" nelle coscienze di chi le pratica, frutto di un individualismo insofferente ormai a regole e limiti di sorta.

Infine di fare attenzione a tutti gli interessi in gioco: la lotta al crimine, quando scivola nella demagogia e nella semplificazione, in certi territori può trovare sostenitori perfino in esponenti della criminalità organizzata, che distolgono così l'attenzione delle forze dell'ordine e continuano più indisturbati nei loro affari.

Vorrei però anche darLe un segno di speranza. Mi creda, sono tante le persone che ogni giorno, nel "sociale", nella politica, nella amministrazione delle città, si sporcano le mani. Tanti i gruppi e le associazioni che con fatica e determinazione cercano di dimostrare che un'altra sicurezza è possibile. Che dove si costruisce accoglienza, dove le persone si sentono riconosciute, per ciò stesso vogliono assumersi doveri e responsabilità, vogliono partecipare da cittadini alla vita comune.

La legalità, che è necessaria, deve fondarsi sulla prossimità e sulla giustizia sociale. Chiedere agli altri di rispettare una legge senza averli messi prima in condizione di diventare cittadini, è prendere in giro gli altri e noi stessi. E il ventilato proposito di istituire un "reato d'immigrazione clandestina" nasce proprio da questo mix di cinismo e ipocrisia: invece di limitare la clandestinità la aumenterà, aumentando di conseguenza sofferenza, tendenza a delinquere, paure.

Un'ultima cosa vorrei dirLe, cara signora. Mi auguro che questa foto che La ritrae insieme ai Suoi cari possa scuotere almeno un po' le nostre coscienze. Servire a guardarci dentro e chiederci se davvero questa è la direzione in cui vogliamo andare. Stimolare quei sentimenti di attenzione, sollecitudine, immedesimazione, che molti italiani, mi creda - anche per essere stati figli e nipoti di migranti - continuano a nutrire.

La abbraccio, dovunque Lei sia in questo momento, con Suo marito e le Sue bambine. E mi permetto di dirLe che lo faccio anche a nome dei tanti che credono e s'impegnano per un mondo più giusto e più umano.

Luigi Ciotti
presidente del Gruppo Abele e di «Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie»



(l'originale qua)

22 maggio 2008

Brian Eno & David Byrne - My Life In The Bush Of Ghosts

My Life In The Bush Of Ghosts ovvero: quando due geni si incontrano (e l'aria che tira tra loro è ottima).
L'ho sempre un po' temuto questo disco; se ne parla tanto in giro, viene definito un capolavoro, ma di genere sperimentale e piuttosto cerebrale, per cui confesso che pensavo di dovermi trovare in chissà quale stato di grazia per potere affrontare un tale mattone.
E invece mi sbagliavo, e di grosso pure.
L'approccio è sperimentale, vero, ma il buon gusto dei due personaggi è talmente alto che non ci sono mai passaggi sgradevoli o intellettualisticamente ostici.
L'idea di fondo è questa: la nostra esistenza (si noti che stiamo parlando del 1980) è bombardata da suoni e voci provenienti dalle fonti più disparate, non solo tv e radio, ma pure altoparlanti ai supermercati, negli ascensori, dall'impianto del vicino... e queste voci a loro volta declamano i messaggi più disparati, dalla pubblicità alle prediche religiose, agli annunci catastrofici, alle richieste di aiuto... Così alla fine, volenti o nolenti, ci troviamo al centro di queste voci tra di loro incoerenti e sconnesse, ma di cui più o meno direttamente siamo proprio noi i destinatari designati.
La coppia Eno&Byrne dunque realizza un disco in cui questi messaggi, sotto forma di registrazioni realizzate coi metodi più disparati (dai più sofisticati ai microfonini per strada), vengono posti al centro di tutti i brani, quasi appoggiati sopra le trame musicali che costituiscono l'ossatura dei pezzi. E qui sta la sorpresa: al di là di tanta concettualità la musica è assolutamente accattivante e godibile. Una sorta di funk ipertecnico eseguito da signori musicisti (gente come Bill Laswell, Robert Fripp, Busta Jones) che imbastiscono trame complicate e mai banali sempre restando nei territori del fruibile. E questa non è una contraddizione (complicazioni-fruibili) soprattutto grazie ad un semplicissimo trucco: le costruzioni vengono reiterate un numero talmente alto di volte che alla fine ci entrano in circolo e divengono perfino orecchiabili nonostante disparità e dissonanze.
La lunghezza dei brani è infine sempre entro i canonici confini del pop: tra i tre e i quattro minuti.
Questi sono grossomodo i principali ingredienti della ricetta. La differenza tra una buona idea e un capolavoro poi, si sa, la fanno i geni. E questi due lo sono, sicuramente.

12 maggio 2008

Bob Jabukovic - Una religione del tutto nuova

Un romanzo agile e leggero senza essere frivolo. In poche parole racconta cosa succede quando uno scrittore, considerato uno dei più grandi scrittori viventi (se non il più grande) decide di svolgere la sua attività in modo quasi ossessivamente segreto, nascosto alla curiosità di media e lettori, senza che di lui trapeli una sola informazione o immagine che non sia il contenuto dei suoi osannati libri. Questo breve romanzo (o lungo racconto…) racconta alcuni avvenimenti che si svolgono durante la stesura e poi la pubblicazione del suo attesissimo prossimo libro, “Una religione del tutto nuova”, appunto.

Oltre alla storia in sé, c’è poi una velenosa critica dei meccanismi più spudoratamente commerciali che si azionano intorno a quella che dovrebbe essere un’attività alta e culturalmente irreprensibile come la pubblicazione di un’opera letteraria e di cui, tutto sommato, siamo vittime tutti noi lettori, per quanto cerchiamo di sentirci più smaliziati o avveduti nel modo in cui spendiamo certi soldi.

Per quanto mi riguarda, per esempio, questo libro l’ho scoperto nella sezione “Narratori Underground” di una libreria. Già di per sé questa categoria lascia un po’ il tempo che trova. Il mondo editoriale è una di quelle piramidi con la base smisuratamente larga, a fronte di qualche dozzina di autori da milioni di copie la stragrande maggioranza ritiene un successone il raggiungimento delle migliaia (una o due). Per cui l’accezione Underground, che dovrebbe denotare una nicchia nascosta e dagli esigui volumi, in realtà descrive il 99,99% degli autori, e allora… alla faccia della nicchia. Però, al di là di questo, mi premeva sottolineare che io stesso, nell’acquisto di questo libro, sono stato facilmente attratto da una semplice etichetta che ha solleticato la mia simpatia (per gli sfigati destinati all’insuccesso commerciale) e la mia attenzione. La quarta di copertina ha poi fatto il resto.

Insomma, alla fine anche qui siamo in un modo o nell’altro vittime del marketing. Diciamo che dopo questo libro ne sono almeno un po’ più consapevole.

6 maggio 2008

NIN: Musica aggratis, e che musica

Che Trent Reznor non fosse del tutto normale (in senso buono, s'intende) se ne avevano già ben fondati sospetti. Tutta la carriera dei suoi Nine Inch Nails ne è una conferma.
Poi è entrato in conflitto con la Universal (la sua ex casa discografica) e invece di cambiare semplicemente casa, come fanno, a suon di battaglie legali milionarie, tutti gli altri musicisti del mondo, ha deciso di fare per conto suo.
Prima ha pubblicato un quadruplo album strumentale dei NIN (Ghosts I-IV) dandone l'anteprima gratuita sul suo sito, e ora ha messo a disposizione gratuitamente il nuovo album classico. Lo si può scaricare aggratis da questo sito semplicemente fornendo un indirizzo e-mail.
Sull'analoga iniziativa dei Radiohead, si era discusso parecchio sulla qualità degli mp3 forniti (erano dei 192kbs, il minimo indispensabile per un buon ascolto. Troppo poco, dicevano i puristi dell'Hi-Fi). Il buon Trent invece mette a disposizione ben quattro formati diversi, di cui uno di qualità addirittura superiore a quella del CD. Per tutti i gusti insomma.
Perché lo fa?
Perché ha fatto un ragionamento semplicissimo:
  • La musica si scarica gratuitamente comunque, non c'è protezione che tenga.
  • I guadagni diretti per il musicista legati alla vendita dei CD sono ridicoli.
  • Comunque il CD verrà prodotto, distribuito e venduto, per cui i cosiddetti feticisti del supporto fisico (quelli che, nonostante eMule, il disco lo vogliono avere) saranno accontentati, con conseguente soddisfazione economica (per quanto irrisoria, si diceva sopra) dell'autore. E sono pronto a scommettere che le vendite non caleranno poi di molto, in fondo l'alternativa tra download gratuito e acquisto ce l'abbiamo già per tutti i CD.
  • La pubblicità che deriva da questa iniziativa è enorme e gratuita.
  • Tutta questa manovra molto probabilmente si tradurrà in una serie di pienoni ai suoi concerti. E lì sì che i musicisti guadagnano davvero.
Insomma, mentre le case discografiche continuano a piangere le lacrime dei coccodrilli, chi ha davvero talento sta già cavalcando l'onda alla grande. Chapeau!

PS. Il disco non l'ho ancora sentito, l'ho appena scaricato. Ma a questo punto che servono le recensioni? Basta scaricarlo e ascoltarselo, no?

5 maggio 2008

J. S. Foer - Molto forte, incredibilmente vicino

Ogni tanto nella vita capitano delle coincidenze, o come le mie in questo caso, dei temi ricorrenti. E' un certo periodo infatti che mi ritrovo ad avere a che fare con l'Undici Settembre. Innazitutto mi è capitato di vedere World Trade Center di Oliver Stone, che, in una sorta di sineddoche cinematografica, rivive gli avvenimenti di quei giorni a New York attraverso l'esperienza di due pompieri coinvolti nel crollo delle torri.
Poi, spinto dall'interesse risvegliato dal film, mi sono sciroppato un po' di documentazione su quegli eventi e soprattutto sulle smentite delle versioni "complottiste" che girano da un po' di tempo a questa parte. Il sito che ne dimostra la totale infondatezza (delle teorie complottiste) è questo qua.
Infine, ho letto questo libro.
In poche parole racconta le vicende di un bambino che ha perso il suo papà nel crollo delle torri. Tra le sue cose rimastegli trova una chiave in una busta con su scritta la parola Black. Oskar, così si chiama il bambino, parte dunque alla ricerca della serratura a cui corrisponda la chiave, contattando tutti i Mr. o Mrs. Black che trova sull'elenco.
Intrecciata a questa storia se ne sviluppano altre, soprattutto quella dei suoi nonni che nella loro gioventù subirono il terribile bombardamento di Dresda, in un ricorrere degli eventi e del dolore davvero toccante.
E' scritto in modo piuttosto complicato, sicuramente non lineare, ma nonostante una certa fatica a seguirne il filo, mi sono trovato totalmente rapito per tutte le sue più di trecento pagine che sono corse via come un romanzo d'avventura.
Le vicende sono tutte narrate in prima persona, attraverso pensieri o lettere, e, cosa rara e difficile in un libro rivolto agli adulti, l'autore riesce comunque a mantenere infantile il protagonista, pur dotandolo di un'intelligenza vivacissima. E allora sono sogni ad occhi aperti, capricci, paure, testardaggini, slanci d'enorme affetto e di puerile cattiveria.
Non sono certamente aggiornato sulla letteratura di quelle parti, ma ho come l'impressione che Johnatan Safran Foer sia (o stia diventando) un grande scrittore americano.