26 giugno 2009

Coordinate estive 3 - Il luogo

È lo stesso dell'anno scorso. Quest'anno relax totale, neanche il brivido della destinazione sconosciuta:

24 giugno 2009

Coordinate estive 2 - Ascolti

Quest’anno ho deciso di fare le cose in grande. Non un disco dell’estate come l’anno scorso, ma tutta una band e la sua discografia.
La band in questione si chiama June of 44, l’ho scoperta sul sito della mia rivista preferita e dopo una breve indagine ho compreso di essermi imbattuto in uno di quei casi di completa affinità con i miei gusti e di sufficiente oscurità delle loro vicende da rendermeli del tutto affascinanti.
Mi sono procurato i loro primi due album ed ho completamente confermato le mie aspettative.
I June of 44 sono una band che è stata attiva negli anni dal 1994 al ’99 durante i quali ha prodotto 6 tra album ed EP. Dovunque andiate a cercare informazioni su di loro, li troverete definiti come “un supergruppo”, cioè una band costituita con la crema dei altri gruppi di già ben consolidato successo.
Chiariamo, per gente come questa il termine "successo" è piuttosto relativo: vi dicono niente nomi come Rodan, Lungfish, Codeine, Rex e Hoover?
No?
Beh, questi sono i gruppi di origine dei quattro componenti della band.
A me suonavano familiari solo i Codeine, ma diciamo che il messaggio che passa è che fin dal primo album questo è un gruppo tutt’altro che acerbo, e si sente.
Già, ma che si sente?
Post-rock.
Il post-rock dovrebbe essere quella cosa che è venuta dopo il rock (tautologico, no?) e che ne rappresenta non tanto l’evoluzione quanto la decomposizione post-mortem. Perché il rock è morto e sepolto, si sa, e se non si vuole finire con l'essere grotteschi nel tentare di mantenerlo artificiosamente in vita, allora è molto meglio sfibrarlo, dilaniarlo, disgregarlo e baloccarsi ancora un po' con la sua materia. Decomporlo, appunto.
In pratica quella dei June of 44 è una musica fatta con strumenti e sonorità tipiche del rock più classico (chitarre elettriche, basso, batteria, voce), ma elaborato completamente fuori dai consueti canoni. L’aspetto strumentale è predominante (la musica non è banale accompagnamento del cantato), i ritmi sono definiti ma mutevoli all’interno dello stesso brano, le sensazioni sono dilatate, le concessioni all’orecchio sono poche, anche se la deriva verso la dissonanza non è mai gratuita, gli sbalzi d’umore dal cupo al rabbioso al disteso, improvvisi e frequenti.
Come al solito queste descrizioni lasciano il tempo che trovano, ma pure dare dei riferimenti somiglianti non è facile, data la non grande diffusione del genere. A volerli proprio dare, per chi li conosce citerei inevitabilmente degli Slint più sanguigni, dei Codeine meno letargici, dei Fugazi meno scanditi, pure i nostrani e rimpianti Massimo Volume, ma molto meno ordinati.
Insomma, dategli una chance e provate ad ascoltarli almeno su Youtube. Poi magari non li digerite e finisce lì.
Oppure ne rimanete ammaliati come me, e allora vi si apre un mondo. Una stagione intera, almeno.

23 giugno 2009

Coordinate estive 1 - Letture

È quasi ora di vacanze per me&family. Di seguito quello che mi sono organizzato in previsione dei lunghi momenti d’ozio (see…) che potrò dedicare al principale di tutti i miei hobby, la lettura.

Martin Pollack – Assassinio del padre
Questo è il libro dell’estate. Ne ho sentito dire un gran bene e l’ho comprato già più di un mese fa, poi l’ho giudiziosamente riposto in libreria in attesa di poterlo riaprire sotto l’ombrellone.
Tratta di un reale caso giudiziario che nel 1928 ha visto coinvolto quello che sarebbe diventato uno dei più famosi fotografi del mondo (avete presente i duchi di Windsor che saltano? Ecco, è lui l’autore). Pare che sia una vicenda avvincente e interessante.
Io come cerco di fare sempre prima di leggere un libro, ignoro quasi del tutto la trama, e pure in questo caso non so dire molto di più.
Già prevedo alcune battute in famiglia a riguardo del titolo…
Ne dirò.



Amélie Nothomb - Mercurio
Poi, visto che sono molto ottimista in merito al tempo che avrò a disposizione per leggere e che il libro sopra è abbastanza breve, me ne sono procurato un altro. Pure di questo me ne hanno detto bene, e pure di questo so davvero poco, se non che dovrebbe essere una vicenda piuttosto torbida e morbosa. Non molto estivo dunque, ma piuttosto breve e dunque facilmente gestibile.



Richard Feynman - QED
Infine, visto che almeno d'estate non voglio porre limiti all'ottimismo, e che pure il secondo libro è una lettura veloce, mi porto dietro questo saggio che sicuramente non completerò prima del rientro ad una zona decentemente dotata di librerie. È un libro divulgativo (ma mica poi tanto) sull’Elettrodinamica Quantistica. Questo sicuramente non è libro da spiaggia, ma tratta un tema che durante i miei studi ho solo visto di sfuggita e che desidero in qualche modo sbirciare, anche se da lontano e con leggerezza accessibile. Poi è di Feynman, uno dei miei idoli di gioventù.

Questo è tutto ed è già fin troppo. E già immagino la reazione nel mettere tre libri tre in valigia “Tu sei ottimista, troppo ottimista, caro mio”.

19 giugno 2009

Roberto Gatto - The Music Next Door

Dopo il concerto di sabato scorso ho raddrizzato le antenne nei confronti del jazz italiano e sono venuto a sapere di questo disco, che non mi è ancora chiaro se sia del 2008 o del 2009 (trovo commenti solo a partire dal 2009, ma sul cd c’è scritto 2008, ed è stato effettivamente registrato la scorsa estate. Sarà semplicemente un ritardo di pubblicazione).
Ne ho sentito parlare bene, l’ho accattato e ora ve lo consiglio vivamente.
Roberto Gatto è un batterista e costituisce un raro esempio di batterista-band leader e compositore (esempio raro, ma dagli illustrissimi precedenti, Max Roach e Art Blakey su tutti), molto molto apprezzato sia qui da noi che all’estero.
Per l’occasione ha riunito intorno a sé 4 bravissimi compari: Paolo Fresu alla tromba e flicorno, Stefano Bollani al piano e rhodes, Daniele Tittarelli ai sax e Rosario Bonaccorso al basso e ha registrato un disco bellissimo di cose sue e di cover (nel senso jazzistico) di brani fuori dall’usuale repertorio del jazz.
Infatti degli 11 brani che compongono l’album, 6 sono a firma sua e gli altri 5 sono pescati qua e la dal pop e pure dall’opera. La band si cimenta infatti con un pezzo di Elvis Costello (You Left Me in the Dark), uno di Ennio Morricone (A Fistful of Dynamite, cioè il tema di Giù la testa), uno di Mina (cioè non di Mina, ma a suo tempo interpretato da lei, quindi come se fosse: Le tue mani), l’aria di Vesti la Giubba (Doninzetti, Riiidiii pagliaaaccioooo…) e infine addirittura un pezzo degli Chic (At last I am free).
Nelle note di copertina Gatto si accosta ad alcuni Grandi (Miles Davis, Sonny Rollins, Duke Ellington) che come lui attinsero dal repertorio pop per reinterpretare i brani in chiave jazz, analogamente a quanto si faceva un tempo con i grandi successi di Brodway (così sosteneva Miles Davis a giustificazione dei suoi sbandamenti verso Time after time di Cindy Lauper o Human nature di Michael Jackson).
Personalmente trovo che sia sempre un po’ rischioso, se non presuntuoso, accostarsi -per iscritto poi- a simili mostri sacri, ma in questo caso Gatto si pone al loro fianco solo per l’attitudine non tanto per i risultati. Che poi a ben vedere quelli di Miles Davis furono abbastanza raccapriccianti.
E comunque il risultato di questo disco è davvero buono, variegato negli stili interpretati e splendidamente suonato da tutti i protagonisti e soprattutto, nonostante si dica che il leader abbia lasciato piena libertà agli altri strumentisti, si avverte nettamente una decisa conduzione ed equilibrata orchestrazione che evita ogni momento di calo di tensione o di mancato coordinamento.
Ora, sull’onda di una delle mie solite effimere e brucianti passioni, mi sto indirizzando con grande interesse verso il jazz italiano che a quanto si dice sembra essere ancora uno dei più vivaci del mondo.
Su questo tema ho però un’unica rimostranza: perché i cd di jazz nostrano costano così tanto? Io immagino che sia per il loro essere più frequentemente delle novità rispetto a quanto si può trovare negli altri scaffali dei negozi, però, accidenti, stare sempre a ridosso dei 20 euri, anche nel caso di album che incominciano ad avere già qualche annetto di polvere che si accumula, è davvero un grosso freno per chi, come me, si sentirebbe anche intenzionato ad osare qualche nuova scoperta.

18 giugno 2009

il marEtoneta

C’è un tizio che si sta facendo tutta l’Italia di corsa.
È partito domenica da Reggio Calabria e arriverà il 30 agosto a Trieste facendosi tutta la costa est della penisola, più lo Ionio.
È già la seconda volta che lo fa, l’anno scorso si era fatto la costa Ovest, da Ventimiglia a Reggio Calabria, quest’anno in pratica chiude il giro delle coste.
Perché lo fa? “Per dimostrare che sport e ambiente hanno qualcosa in comune. Per scoprire qual è il vero stato delle coste italiane, ritrovare bellezze dimenticate, località e spiagge più e meno famose.”, spiega nel sito. Sport ed ecologia, dunque.
È un impresa lodevole, ammirevole e per quanto mi riguarda pure invidiabile: girare tutta l’Italia di corsa, facendo dai 15 ai 20 km al giorno, sapendo che cosa vuol dire correre, in quale strana dimensione ci si trova mentre il proprio corpo macina strada, farlo col panorama che cambia continuamente, con la libertà del vagabondo e la determinazione del professionista, deve essere un’avventura davvero bella.
Poi, nota a margine di tipo personale: il tizio in questione, Giuseppe Tamburino, è mio stretto compaesano (o era, forse non abita più lì), ma più che altro si allena sullo stesso percorso su cui corricchio io e con diverse persone che vedo regolarmente sgambettare da quelle parti.
Qui sotto c’è la foto ricordo della Tappa zero, una sorta di arrivederci a settembre scattata con i suoi compagni di allenamento. Il protagonista è quello al centro con la canotta bianco-azzurra, gli altri sono tutta gente che mi sfreccia accanto (in sorpasso…) durante le mie escursioni. Il luogo è precisamente quello da cui partono le mie corse.
E quindi, pure da parte mia: buon viaggio, Giuseppe.

16 giugno 2009

Devo cambiare telefonino...

...o almeno portarmi dietro una macchina fotografica, perché quella che ha integrata fa schifo.
Lo schifo qua sotto voleva essere un immagine a illustrazione del resoconto del concerto di sabato:
(da sinistra: Paolo Fresu, Attilio Zanchi, Tino Tracanna, Ettore Fioravanti.
Fidatevi, sono loro.)

15 giugno 2009

Sotto le stelle del Jazz, un resoconto

Come annunciato sono andato a vedere il concerto del sabato sera del Pino Jazz Fest, una rassegna di concerti jazz che si svolgono all’aperto nella piazza principale di Pino, paesino sulla collina torinese che non sarebbe fuori luogo definire ridente (è stato perfino definito “La Beverly Hills di Torino”, visto il reddito medio di chi abita da quelle parti).
Questa rassegna, da qualche anno in qua ospita alcuni dei più famosi (non solo in Italia) jazzisti nostrani, trasformando quella che era una coraggiosa scelta artistica, incentrata soprattutto sul jazz delle origini (il nome di New Orleans ancora fa capolino da qualche parte nella denominazione della rassegna), in una manifestazione di grande richiamo per gli amanti del genere.
Tutto ciò si traduce semplicemente nel fatto che, arrivando io all’ultimo momento, ho faticato da bestia a trovare un posto legale dove mollare la macchina.
E poi che nella piazza tutti i posti migliori erano già abbondantemente esauriti e io, dibattuto nell’alternativa tra comodità e buona acustica, ho optato per la seconda e mi sono sciroppato buona parte del concerto in piedi.
Ecco: con queste due timide rimostranze – parcheggio e posti a sedere – ho concluso gli aspetti negativi della serata, perché tutto il resto è stato davvero molto bello.
Mentre ero in coda per la birra d’ordinanza è iniziato il concerto dei 3quietmen, un trio torinese che propone una rivisitazione in chiave jazz molto moderno di alcuni brani del Mikrocosmos di Béla Bartók. Li ho trovati davvero molto bravi e suggestivi, nonostante fosse la prima volta in assoluto che li sentivo e che i primi due pezzi li abbia potuto ascoltare nella non proprio perfetta situazione di coda-per-la-birra.
Poi, dopo essermi piazzato al mio posto vicino-palco-ma-impietosamente-in-piedi, me li sono goduti a pieno e ho potuto lasciarmi trascinare in derive jazz di intensità notevolissima e struttura davvero gradevole.
Per dire quanto mi sono piaciuti, se non fossi uscito di casa con pochi spiccioli in tasca, avrei comprato seduta stante il loro cd.
Per dire che bella scoperta che ho fatto.

Poi sono entrate le star: prima il quintetto di Paolo Fresu che ha suonato per più di un ora filata, e poi a loro si è aggiunto Gianmaria Testa, italico vanto che spesso si trova a suonare in compagnia di alcuni membri del quintetto.
La prima parte del concerto per me è stata strepitosa, veramente. Fresu e i suoi quattro amici suonano insieme da ben 25 anni (cosa che credo sia un record nel cangiante mondo del jazz) e la cosa si sente in modo impressionante. Un suono coeso come pochi, interplay perfetto, in alcuni momenti fin troppo, per i miei personali e forse più sanguigni gusti, intesa mirabile tra i 5 musicisti.
Sarà per il nome, sarà per il fatto di essere leader, ma Fresu l’ho trovato davvero grande, per personalità e impatto una spanna sopra tutti. Gli altri sono bravi, e pure tanto, ma lui è davvero un grande.
Hanno suonato senza risparmiarsi 6 brani del loro repertorio, 5 di loro composizione, partoriti durante la loro pluridecennale carriera e uno non loro (Fresu ne ha detto il titolo, ha detto “…lo avrete senz’altro riconosciuto…”, see, come no. ‘gnurant!) ed ascoltarli è stato davvero un piacere per nulla diminuito dalla mia scomoda posizione.
Poi sul palco è salito Gianmaria Testa, e qui lo dico, a costo di prendermi qualche improperio: non è che mi sia piaciuto un granché…
Insomma, bravo è bravo, simpatico e pure divertente nel suo finto understatement, ma, puramente a livello musicale, il livello è sceso parecchio rispetto quanto si era sentito fino ad un attimo prima.
Fresu & Co. si sono posti nel ruolo di accompagnatori e, mi si perdoni, non è che la musica da chansonnier di Testa sia poi tutta ‘sta sofisticatezza. Bei testi, atmosfera coinvolgente, bella voce calda, ma poi sono le classiche arie da chanson, appunto.
E si sente che il quintetto che a questo punto sta alle sue spalle si trova a manovrare in spazi ben più ristretti rispetto a prima. Deve cambiare registro.
Poi magari in ogni canzone si prende un po’ di spazio per dare sfogo alle proprie attitudini, ma la base purtroppo è quella che è, e si sente.
Come al solito io cerco di fare un passo indietro e rilevare quanto sia personalissimo questo mio punto di vista, e che la gente che mi stava intorno lo apprezzava veramente e penso pure a ragion veduta, ma dato che i gusti non si disputano, qui sciorino i miei.
Comunque l’occasione che ho avuto, ad un passo da casa, di godere di tanta bella musica, talmente bella da permettermi di fare le pulci ad un indubitabile artista, è una di quelle cose che penso che riuscirò a portarmi dietro per molto tempo.
Me la sono portata dentro nel tragitto alla ricerca della macchina, sulla strada per casa e ancora adesso (giuro) avverto le forti emozioni per alcuni momenti mozzafiato di quel raro spettacolo.
Potere della musica.

13 giugno 2009

Stasera, sotto le stelle del jazz

Stasera a Pino Torinese dovrebbe succedere una cosa bellissima:
Le premesse ci sono tutte.
Io vado a vederlo.
Vi dirò.

12 giugno 2009

Ciao Hugh

È morto Hugh Hopper.

9 giugno 2009

Mulatu Astatke and The Heliocentrics - Inspiration Information

Questa è una cosa di cui ignoravo del tutto l'esistenza, ma in fondo penso di essere in una compagnia abbastanza nutrita.
Mulatu Astatke è il sessantaseienne massimo esponente di una cosa che si chiama Ethio-Jazz, cioè di jazz che viene dall'Etiopia. L'Etiopia è in Africa e il Jazz trova in Africa le sue radici più profonde, e questo dovrebbe in qualche modo chiudere un cerchio.
Gli altri sono gli Heliocentrics, un collettivo inglese guidato dal batterista Malcom Catto che bazzica dalle parti di DJ Shadow, Madlib e di altra avanguardia iper-figa.
Capita che i secondi siano in qualche modo fans del primo e che l'etichetta STRUT si stia dilettando da un po' di tempo a questa parte a fare entrare in contatto tra loro esponenti di concezioni musicali il più possibile eterogenee.
E come in una ricetta particolarmente felice, si è fatto il botto.
Mulatu e alcuni suoi collaboratori (etiopi di stanza a Londra) hanno registrato musica secondo il loro stile, che poi sarebbe un jazz ovviamente infarcito di influenze e sonorità afro, ma lontanissimo dalla world-music di Peter Gabriel & Co. (con rispetto parlando). Anzi il genere è quanto di più occidentale si possa pensare (in senso jazz, quindi per il cerchio di cui si diceva sopra, una capriola con ritorno in piedi), con influenze free, Duke Ellington (con cui Mulatu ha avuto il piacere di collaborare ai tempi), Sun-Ra...
Poi gli Heliocentrics hanno raccolto il testimone e hanno sapientenmente rielaborato il materiale ricevuto, donandogli sfumature psych, funk, ambient, rock,...
Per quanto mi riguarda il risultato è straordinario, una di quelle cose bellissime che fortunatamente continuano a capitare anche ai nostri giorni.
Mi rendo conto che lo sto dicendo già un po' troppo spesso, ma questo è davvero un album che segnerà a lungo queto 2009 già piuttosto ricco.
Per me, ex ignorante, una scoperta in più. Stupefacente peraltro.

8 giugno 2009

Tieni a mente Tienanmen!

04.06.1989 - 04.06.2009
(sono un po' in ritardo, lo so)
Solitamente in questi casi si dice "Per non dimenticare".
Io in ogni caso non me lo dimenticherò mai. Avevo 19 anni compiuti da poco e mi affacciavo all'età adulta. Ero cioè in quella fase della vita in cui si pensa che i sogni dell'infanzia e dell'adolescenza stiano finalmente per realizzarsi.Ricordo che mi sentivo particolarmente vicino a quei miei coetanei dall'altra parte del pianeta che manifestavano gioiosamente, vivevano quasi una festa, praticamente la celebrazione di un desiderio bellissimo e naturale - la democrazia, la libertà - che sembrava ovvio dovesse concretizzarsi anche in Cina da lì a poco. Sogni che si realizzano, appunto.
E noi, sbarbati ragazzini d'occidente, tifavamo per loro, gioivamo con loro.
Il risveglio di quel giorno in cui ci dissero che i carri armati erano entrati in piazza a massacrare quei nostri (e in fondo anche loro) coetanei, fu uno schiaffo dolorosissimo, ricordo che piansi, incredulo e incapace di comprendere.
C'era un simbolo di quella manifestazione quando era ancora una festa, ed era una replica della Statua della Libertà, un misto tra un gioco e una voglia di America che doveva essere ben presente tra i ragazzi in quella piazza.Un simbolo che credo abbia contribuito non poco ad irritare i sanguinari dirigenti del PCC che decisero che quelle manifestazioni andavano interrotte, terminate.
Eccola qui, la statua (la chiamavano La Dea Della Democrazia), in mezzo alla folla di quei miei coetanei ancora festosi:
E qui trovate anche altre immagini di quei giorni, prima, durante e dopo la repressione.
Tieni a mente Tienanmen!

3 giugno 2009

Quella sensazione che tutto sia perfetto

Mi è capitata l'altro ieri, lunedì.
Eravamo al mare. Sveglia prima delle sette con Lorenzo, veloce colazione, poi via, lui in in bici e io a correre a piedi sul lungomare.
L'aria fresca, il mare levigato e splendente per i raggi bassi del sole, poca gente per strada. Mi sentivo bene,correvo svelto e senza fatica. Il mio splendido primogenito dietro o di fianco a me, qualche parola ogni tanto, per il resto sembravamo tutti e due intenti a cogliere la bellezza perfetta di quel momento.
Ci attendeva una bella giornata in compagnia di amici.
A casa, in famiglia, una splendida notizia.
Alla fine ho fatto pure un gran tempo sui 10 km.
Insomma, uno di quei momenti perfetti che vorrei scolpire per sempre nella memoria.
Il blog in fondo serve anche a questo.
E qui, banalità delle banalità, a mo' di colonna sonora ci metto il buon vecchio Lou e il suo giorno perfetto:

26 maggio 2009

Soap&Skin - Lovetune for Vacuum

Ci sono diverse buone ragioni per trovare interessante questo album.
Innanzitutto la foto della copertina: è un ritratto dell'artista, e a me una che si presenta così fa venir voglia di sapere che musica fa. Ma questa è una considerazione personale.
Poi perché è austriaca, e da quella terra, dopo i Grandi classici (Mozart, Haydn, Shubert, gli Strauß, Shömberg,...) e Zawinul, musicalmente non è che ci sia arrivato un granché degno di nota[1] e per questo un po' di curiosità a sapere che capita da quelle parti io ce l'ho.
E infine perché ha 19 anni appena compiuti (quindi album composto registrato e pubblicato ancora nei 18)!.
Cioè, la ragazzina, invece di smanettare telefonini a velocità supersonica o a filare i suoi coetanei, ha lavorato sodo nella produzione di un album bellissimo, dimostrando una serietà ed una capacità non comuni.
Non stiamo parlando infatti della belle ragazzine lanciate sui palchi e negli studi televisivi da megaproduzioni artistiche, ma di un classico esempio di fai-da-te abbastanza tipico nel panorama indie, e che quindi difficilmente coinvolge artisti così giovani.
Il genere è quel che deriva da piano (che la signorina suona dall'età di sei anni e che qui utilizza in modo dolcissimo ed elegante)+laptop+voce effettata, dai toni un po' lugubri in certi momenti, in fondo in linea con quello spleen esistenziale tipico delle adolescenti troppo mature.
Il buon gusto e la capacità di scrivere poi non le difettano di sicuro, e neppure un certo coraggio ad uscire dagli schemi più semplici e ovvi, senza mai però trabordare in ingenui eccessi causati da voglia di strafare. Tutto ciò ha dato origine ad un lavoro, al di là dei (futili) motivi che dicevo all'inizio, interessantissimo e piacevole da ascoltare.
Finisco riportando alcuni versi di una delle più belle canzoni dell'album, Spiracle, tanto per dare un'idea del personaggio:
When I was a child I toyed with dirt and I fought
as a child, I killed the slugs I bored with a bough
in their spiracle
when I was a child, pears pushed
me hard in my head
in my neck, in my chest, in my waist, in my butt
E poi, visto che mi affascina, aggiungo qui sotto un'altra sua foto, che sembrerebbe tratta dalla stessa sessione della copertina:
PS Rileggendo prima di pubblicare mi rendo conto di avere forse un po' esagerato con certi avverbi e aggettivi. In effetti, messo così, sembra che abbia descritto un capolavoro.
È che in testa rimane costantemente presente il rapporto qualità/età che altera un po' il giudizio obbiettivo.
Allora diciamo così: è un album che, pur non essendo perfetto, non solo promette molto, ma già realizza decisamente bene gli intenti di ottime idee compositive.

[1] Sì, vabbè, Falco. Capirai...

22 maggio 2009

Niobe - Blackbird's Echo

Un disco che definirlo "interessante" non è il solito eufemismo per dire che non ci piace (tipo quando lo si dice di una ragazza, assieme a "simpatica" o "è un tipo").
È invece un lavoro variegato e perciò indefiniblie, frutto del lavoro di Niobe (moniker di tal Yvonne Cornelius) che è riuscita a mettere insieme 12 brani che sono dei veri collage di suoni strambi e inusuali, fusi assieme a musica suonata in maniera più tradizionale (chè pure qualche accenno jazz, ma tranquilli: il disco in genere è tutt'altro che jazz), il tutto variamente tenuto inseme dall'educatissima voce di Yvonne, che a sua volta sembra composta da sfumature che vanno da Billie Holiday a Sade, da Laurie Anderson alla nostra Giorgia, a Suzanne Vega... insomma a tutto quanto c'è di bello nel cantar femminile.
Le sfumature degli arrangiamenti vanno dall'elettronica al folk sussurrato, dall'orchestrale al vintage anni '80, dal rumoristico al minimalista, dal percussivo al jazz libero, al carillon.
Alla fine comunque questo è un disco di non difficile ascolto, nonostante la sua ecletticità risulta tutto sommato abbastanza digeribile. Non proprio da party sulla spiaggia, ma comunque ascoltabile senza troppo impegno, ma con la soddisfazione che si prova nell'affrontare qualcosa di inusuale, di mai sentito.
Un piccolo gioiello da ascoltare con la soddisfazione di avere fatto una bella e rara scoperta.

21 maggio 2009

Patrick Wolf - The Bachelor

Personalmente ho un rapporto quasi affettivo con questo ragazzo.
Si era infatti nel 2005,  da poco avevo scoperto l'esistenza di quell'universo parallelo della musica detto indie, e una delle prime rivelazioni era stato il suo secondo album, Wind in the Wires uscito nel febbraio di quell'anno.
Il suo ascolto mi convinse di una serie di cose a riguardo di questo mondo: era popolato di giovani ragazzi (Patrick Wolf doveva ancora compiere 22 anni allora) pieni di talento, capaci di prodursi un album praticamente da soli, suonando quasi tutti gli strumenti e registrando brani liberi dalle coercizioni dell'industria discografica e liberi dai vincoli di pubblicità, passaggi radio e promozioni a Top of the Pops.
Poi ho scoperto che questo universo parallelo, essendo un intero universo, contiene anche tutti gli opposti a questo modello e pure altre varianti che non avrei mai immaginato (e che magari non immagino tutt'ora). E allora vai con tizi over-70, produzioni complesse, orchestre, composizioni furbette scala-classifiche e così via, ma intanto Patrick mi è rimasto nel cuore.
Nel 2007 ha pubblicato un nuovo album, The Magic Position, che mi è piaciuto un po' di meno, un po' più facile (leggi: banale), meno incisivo, sicuramente non memorabile. Quasi un tentativo (in parte riuscito, a quanto pare) di affacciarsi alle classifiche, nel tutto sommato legittimo tentativo di monetizzare un po' di quel talento di cui è dotato.
In questi giorni è infine uscito il nuovo album, The Bachelor, inizialmente concepito come un doppio, poi diviso in due uscite distinte (la prossima parte dovrebbe vedere la luce nel 2010 e si sa già che si intitolerà The Concqueror) e per quanto mi riguarda siamo tornati ad alti livelli.
Più maturo, chiaro, più complesso, più articolato, più impegnativo e un po' meno accessibile del bel Wind in the Wires, ma complessivamente di nuovo a confermare l'impronta geniale del suo autore, questo disco, in bilico tra pop, canzone d'autore e composizione orchestrale, è una delle cose più belle uscite in questa prima metà d'anno. Perfetto da ascoltare con occhiali da sole e vestiti leggeri nell'anticipo di estate di questi giorni.
Procuratevelo, datemi retta.

18 maggio 2009

Anarchy nel varesotto

Questa è davvero fantastica.
A Cunardo, in provincia di Varese, un ragazzino (immagino io) ha scritto su un muro il testo di Anarchy in the U.K., forse la canzone più famosa dei Sex Pistols.
Apriti cielo!
Leggete qua, qua, qua e qua le reazioni della popolazione locale. C'è proprio tutto: la preoccupazione per i nostri bambini, i gatti morti, il disagio di fondo, la setta degli incappucciati, le Bestie di Satana,...
Ora, io dico: può anche darsi che il parroco, il sindaco, alcune mamme e pure "una signora che vive in via Vaccarossi, a due passi dalle scuole" non sappiano chi erano i Sex Pistols e tantomeno che siano al corrente di quanto quel gruppo di ragazzotti coi capelli sparati alla fine non fossero molto di più che la deriva commerciale di un fenomeno (il punk) ben più ampio e radicato di quanto loro non rappresentassero.
Ma porca miseria, nemmeno un giornalista che le sappia 'ste cose? Non uno che alla fine sia saltato su a dire: "Ma benedetti ragazzi, datevi una calmata, è solo il testo di una canzone!"

E io che a 15 anni trascrivevo i testi dei Cure sul diario...

14 maggio 2009

W.Marsalis - Come il jazz può cambiarti la vita

Che il jazz possa davvero cambiarti la vita è forse un po’ eccessivo. Probabilmente (anzi sicuramente) l’ha fatto all’autore (per chi non lo sapesse: uno dei massimi esponenti del jazz contemporaneo) e a tutti quelli di cui parla in questo libro.
La spiegazione è abbastanza semplice: il jazz per sua stessa natura porta ad esprimersi assieme ad altre persone, a loro volta intente ad esprimersi al loro meglio, improvvisando su un canovaccio armonico e supportandosi l’un l’altro in modo che il risultato di quella complicata interazione sia un insieme comunque coordinato, ma libero di prendere pieghe inaspettate per chi suona e per chi ascolta.
Inoltre il jazz è indubbiamente il massimo contributo degli Stati Uniti alla Storia della Musica. Suonarlo ed ascoltarlo vuol dire immergersi completamente non solo nell’arte, ma pure nella storia sociale di quel paese e nell’attitudine, che ne è pure uno dei punti di forza, a non piangersi addosso, ma a dare sfogo ai propri sentimenti, ancorché tristi o frustrati o depressi in un canto (suono) liberatorio capace di ridare entusiasmo a chi lo produce e a chi lo ascolta.

Questo è il punto di vista di un uomo che ha vissuto di jazz da sempre (suo padre e buona parte della sua famiglia sono stimati jazzisti) –sebbene ammetta più volte di averlo snobbato in gioventù perché poco cool– e ascoltare la sua entusiastica descrizione di questo mondo è un buon modo, per chi già ama il jazz, di addentrarsi un po’ di più nella non accademica filosofia che lo sostiene.

Parlando di questo libro comunque mi sento in dovere di riportare un paio di obiezioni che mi sono sorte leggendolo.
Innanzitutto, come dicevo all’inizio, il fatto che il jazz possa veramente cambiarti la vita è probabilmente vero, ma solo se sei un musicista e lo suoni realmente. Voglio dire, tutti quei giochi di interplay, di traino ritmico, di appoggio armonico, di ascolto reciproco, li puoi vivere veramente solo se sei tu a farli. Marsalis sostiene che un buon effetto lo possano avere anche su chi ascolta, ma temo che sia un eccesso di entusiasmo. È magnifico, sublime, ascoltare il prodotto di certi gruppi ben affiatati, lo so bene, ma essere parte di essi deve essere un’esperienza molto, molto più fondamentale. Effettivamente capace di cambiare il tuo modo di vedere le cose.
E in secondo luogo è vero che quella cultura (quella Americana) è trainante nel mondo occidentale, ma non al punto, per noi italici almeno, da poterci identificare completamente con essa. Anche in questo caso assaporare il gusto del frutto migliore di quei terreni è inebriante, ma ad esserci vissuti dentro deve esserlo ben di più.
In ogni caso, fatte queste due tare, la tesi di Wynton Marsalis (quella del titolo) è comunque interessantissima e permette di ascoltare l’entusiastico racconto di una persona eccezionale per la passione della sua vita.
E già questo basterebbe.

Poi ci sono alcuni ritratti –o meglio schizzi, si tratta infatti di poche pagine ognuno– di alcuni dei mostri sacri del jazz: Miles Davis, John Coltrane, Theolonious Monk, Art Blakey, Duke Ellington,… alcuni dei quali ha conosciuto personalmente (o ci ha anche suonato insieme), altri conosciuti tramite la loro musica e i loro scritti.
Sono altre pagine appassionate ed appassionanti, un vero tributo di stima ai suoi Maestri. Una splendida occasione per scoprire qualcosa in più sul loro conto o sul giudizio che ne ha uno che se mostro sacro non è poco ci manca, è solo questione di tempo. O anche un’occasione in più per chi, beato ignorante come me, alcuni di questi ancora non li conosce(va).

11 maggio 2009

Un giorno ci processeranno tutti

In Italia stiamo facendo queste cose qua:
"È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati", dice uno degli esecutori del "respingimento". "Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia - aggiunge - ci urlavano: "Fratelli aiutateci". Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l'abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno"
Qui una bella interpretazione di Leonardo:
“Alla tv, parlavano di questo barcone che hanno respinto nelle acque internazionali. Una vergogna. Secondo me l'umanità finisce lì. Cioè, quando respingi qualcuno disarmato, tu sei fuori da qualsiasi umanità. Ci processeranno tutti per questo, un giorno”.
“Tutti?”
“Ma sì, perché siamo tutti d'accordo, non lo sa? Vada al bar, dica che Maroni spara all'orfano naufrago e alla puerpera disidratata, anzi peggio, dica che li abbandona in mare... otto su dieci le diranno Giusto! Così le diranno! Diranno che hanno votato Pdl apposta! Non ci crede, Padre? Vada...”
“Non sono tuo padre. Sono la tua Coscienza. Non posso andare al bar”.
“Ci processeranno un giorno. E non potremo neanche dire che eseguivamo gli ordini, perché non abbiamo eseguito niente noi. Noi gli ordini li davamo, noi votavamo per la legge e per l'ordine e quelli...”

5 maggio 2009

Pontiak - Maker

Perché ogni tanto mi piace il rock fatto di sudore polvere e sangue.
I Pontiak sono i Carney bros., tre fratelli originari della provincia americana, tanto somiglianti tra loro quanto coeso è il suono prodotto dai loro strumenti chitarra-basso-batteria(-tastiere) più voci di tutti e 3. Si dice che tra i membri della band ci fosse pure un quarto, ma lui non era fratello, non aveva mangiato la stessa sbobba, e allora niente, fuori dal gruppo. Sul sito della loro casa discografica (Thrill Jockey) li si definisce ‘rurali’, molto legati alla loro terra e dicono che durante i tour spesso rifiutino le camere di albergo per campeggiare sotto le stelle.
Fanno una cosa che si chiama stoner-folk-psych-rock, che nel loro caso significa un suono non velocissimo e pesante, molto distorto, con improvvisi cambi di umore e certe reminiscenze Floydiane vecchia maniera che al sottoscritto non possono che dare un enorme piacere. Canzoni generalmente di lunghezza normale, a parte la title track che supera i 13 minuti e mezzo.
Mai come in questo caso si applica la – per me comunque imprescindibile – regola che un album deve essere inteso (ascoltato) come un unico blocco indivisibile. Questo lavoro infatti da il meglio di sé se ascoltato dall’inizio alla fine senza interruzioni, salti o ripetizione: mettetelo nel lettore, schiacciate PLAY e godetevelo fino alla fine. È il miglior consiglio di degustazione che riesca a darne.
Le canzoni si susseguono infatti sorreggendosi l’una all’altra, amplificando i cambi di ritmo e sonorità che poi, in un approccio quasi frattale, si manifestano all’interno dei singoli brani.
Qua e la ci sono degli elementi noise (Headless Conference, Heat Pleasure), ma pure dei momenti di serena quiete (la splendida Aestival, che sboccia in una delicata ballata folk per poi evolvere in una cavalcata finale che sembra quasi un esplicito omaggio a Waters & Gilmour), magari piazzati ad arte uno di seguito all’altro (come appunto nel caso di Heat PleasureAestival) in modo da regalare una meravigliosa aria da quiete dopo la tempesta.
Altra perla è Wild Knife Night Fight, che, sopra una ritmica che incede con passo grave e potente, esibisce uno splendido ricamo di voci (tutti e tre i fratellini). Da applauso.
Il fulcro di tutto il disco è però la monolitica Maker, colosso (non solo per la lunghezza) pesante e vario, con momenti di rabbia, di apparente spossatezza, di follia, di precisione e ancora tanti momenti di sensazione/emozione da sembrare incredibili in una sola canzone.
Il disco è stato registrato completamente live (che immagino significhi in presa diretta) nello studio 4x4 di casa Carney, generalmente prendendo come buono il primo take e lasciando gran spazio all’interpretazione dei musicisti contribuendo a dotare il disco di  un’aria spontanea e immediata.
Vera.
Come veri sono il sudore, la polvere e il sangue. 

4 maggio 2009

C.Augias, V.Mancuso - Disputa su Dio e dintorni

Il titolo di questo libro descrive esattamente il suo contenuto: il giornalista ateo Corrado Augias ed il teologo  (ovviamente) credente Vito Mancuso sostengono una disputa su Dio e dintorni, dove per dintorni si intendono la Chiesa, i dogmi, la Bibbia, ...
L’approccio è quello di affrontare via via i vari argomenti prendendosi ognuno lo spazio necessario ad esporre le proprie tesi e opinioni. Non però in forma di singoli svolgimenti di tema, ma in forma di un vero e proprio dialogo, anche se in qualche modo a distanza.
Cioè, senza mai esagerare con la dialettica e senza mai sfociare nella polemica, i due rispondono l’uno alle argomentazioni dell’altro approfondendo il proprio punto di vista in una insolitamente pacata discussione su temi anche molto forti ed attuali (per dire: Eluana Englaro, Welby e testamento biologico, ingerenza della Chiesa nella vita politica, fecondazione assistita…).
C’è da dire che le posizioni di Mancuso sono tra le più progressiste che io abbia mai avuto modo di ascoltare da parte di un cristiano cattolico, tanto progressiste da apparire quasi eretiche perfino ai miei occhi , e questo contribuisce notevolmente alla pacatezza del dibattito, visto che quelli che potrebbero essere i principali argomenti di attrito vengono a smussarsi considerevolmente.
Encomiabile è infatti l’atteggiamento del teologo (definito “filosofo” dalla Chiesa, cosa che dovrebbe sminuirne il valore, ma che, come sottolinea lo stesso Augias, invece non fa che aumentarne l’autorevolezza) che si potrebbe riassumere in due massime, una evangelica, “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato” (Mc 2,27) e una sua personale in cui afferma “io penso la mia vita in funzione non della Chiesa, ma del mondo”.
Queste sue posizioni sono talmente anomale all’interno del cristianesimo che lo stesso Augias si ritrova più volte a stupirsi dell’atteggiamento del suo “avversario” sostenendo che certe cose le dovrebbe dire lui, non chi sta dalla parte della Chiesa.
E questo è per lunghi tratti il leitmotiv del libro: Augias affonda criticando gli atteggiamenti più incomprensibili da parte della Chiesa e Mancuso scansa dichiarandosi d’accordo e muovendo lui stesso obiezioni e rimproveri alla dottrina ufficiale che lasciano interdetto chi si aspetterebbe una sua presa di parte.
L’altro leitmotiv è poi l’atteggiamento concreto e rigoroso di Augias contrapposto ad una visione ed esposizione più poetica e letteraria del teologo.

Va da se che io mi ritrovi ad essere quasi sempre in accordo con Augias e non solo per la sua opinione generale sull’argomento – l’ateismo – quanto per il suo approccio concreto e razionale alla materia. Mi sono infatti spesso ritrovato a perdere l’orientamento durante i voli pindarici di Mancuso, incapace di seguirlo ad esempio nelle sue disquisizioni a sostegno della trinità o del suo approccio alla teodicea; da un lato confermando una mia quasi fisiologica impossibilità ad accettare le costruzioni necessarie a giustificare certe posizioni teologiche ed dall’altro fornendomi ancora una volta conferma che certi ragionamenti riescano ad essere portati a termine solo a patto di gettare un po’ di fumo negli occhi di chi ascolta, ché un discorso limpido e razionale difficilmente porterebbe da qualche parte.
Dal suo canto invece Augias a mio avviso indugia un po’ troppo nei suoi attacchi alla Chiesa e alle sue istituzioni, soprattutto romane. Io concordo con lui al 100%, ma proprio per questo mi da l’impressione di accanirsi su un bersaglio fin troppo facile e tutto sommato anche secondario rispetto all'effettiva esistenza di un Dio, rischiando così di trascurare quelli che sarebbero discorsi più fondamentali, quali l’etica al di fuori di una religione o lo scopo dell’esistenza in un ottica atea.

Come sempre accade in questi discorsi – e come serenamente riconosciuto pure dagli autori – nessuno chiuderà questo libro con una posizione diversa da quella con cui lo aveva aperto, almeno sui punti sostanziali. Però trovo che possa essere utilissimo a chi, pur giunto ad una personale conclusione (credo/non credo/non so), come me, ogni tanto desidera fare il punto della situazione e rimettere in discussione la propria posizione su questi temi.
Con in più la non frequentissima opportunità di leggere le posizioni dell’opposta “fazione” espresse con una pacatezza ed intelligenza magari non convincenti, ma sicuramente interessanti.