Sì, penso proprio che questo sia un record.
Di ignoranza, di stupidità, di incompetenza, di scarsa professionalità, di superficialità, di spreco dei soldi pubblici...
Testuale:
"Al CERN vogliono provare a produrre anche la materia oscura, l'antimateria resa celebre da film e libri di fantascienza, formata solo da particelle di carica elettrica negativa, al contrario di quelle che formano il mondo a cui siamo abituati."
25 agosto 2009
24 agosto 2009
Jonathan Trigell - Boy A
Da un po’ di tempo a questa parte sono pervaso da un sentimento decisamente poco condiviso. Si tratta di una riflessione su ciò che può voler dire essere rinchiuso in prigione e la sostanza del mio sentimento è che privare un uomo della propria libertà, impedirgli di fatto di vivere, sia una cosa totalmente disumana, mostruosa.Sì, poi lo so, tutte le obiezioni a questa mia ipersensibilità sono tutte valide: chi viene rinchiuso in una cella sarebbe pericoloso se lasciato andare in giro, queste persone hanno privato altre persone della loro libertà (se non della vita), una qualche forma di punizione a mo’ di deterrente deve pur essere trovata, e così via.
Tutte obiezioni validissime. E in effetti il mio sentimento è davvero poco condivisibile, mi rendo conto.
Ciò non toglie però che l’idea di una persona a cui viene impedito di essere libero, e che questa coercizione venga imposta da un’autorità superiore (la Giustizia), composta da uomini che liberi lo sono e che vengono investiti del (legittimo) potere di decidere della libertà altrui, mi mette i brividi. So che non è razionale forse, ma è così.
Mi sono trovato quindi particolarmente coinvolto a leggere questo libro.
Racconta la storia di un ragazzo, rinominato Jack, che uscito di galera in Inghilterra dove era stato rinchiuso per avere commesso uno dei delitti più atroci che la recente storia di quelle parti ricordi, viene aiutato a reinserirsi in società tramite un programma tipo quelli di protezione dei testimoni: una nuova identità, una nuova città, un lavoro elementare ma sufficiente a mantenersi, un supporto psicologico. Ma non è affatto semplice, e su questa difficoltà, aggravata dal fatto che sulla vicenda iniziale -il Delitto-, la stampa sensazionalistica locale (The Sun, per intenderci), aveva impostato una campagna di linciaggio che la notizia della scarcerazione ha rinfocolato ulteriormente, sulla difficoltà di questo reinserimento si sviluppa la trama del libro.
La storia è palesemente ispirata alla tragica vicenda di James Bulger, un bambino ucciso nel 1993 da due altri bambini. Chi avesse voglia di rovinarsi l’umore si vada a leggere la descrizione della vicenda quaggiù. Io non ho abbastanza stomaco per raccontarla.
In ogni caso, dopo avere scontato la pena in vari istituti penitenziari inglesi, i due baby-mostri sono stati scarcerati con un programma di witness-protection simile a quello descritto nel libro. Ed analoga è pure la feroce campagna con cui i tabloid inglesi chiesero a gran vode la condanna più severa possibile per quei due assassini. E confesso che leggendo la vicenda del piccolo James, pure io, nonostante il buonismo che dicevo all’inizio, mi troverei in difficoltà a non condividere la rabbia di simili campagne.
In definitiva questo è un libro davvero toccante, riesce a trasmettere il peso di quella colpa lontana ma inestinguibile che pesa sulle spalle del protagonista, la sua speranza di rifarsi una vita, la difficoltà di inserirsi in un mondo dal quale era stato espulso da bambino e sul quale si riaffaccia da adulto, la gioia per la scoperta delle piccole cose che a noi sembrano così ovvie, la paura di essere riconosciuto…
E non manca quindi la possibilità di fare qualche riflessione un po’ più profonda del solito su che cosa sia un delinquente, un assassino, un criminale. Etichette che istintivamente si affibbiano a persone con lo stesso criterio con cui si dice avvocato, cantante, farmacista, trascurando non solo le innumerevoli sfaccettature di cui è dotata una personalità reale, ma pure e soprattutto di quanto sia scorretto etichettare per sempre un uomo sulla base di un suo singolo, atto, per quanto efferato questo sia.
31 luglio 2009
Martin Pollack - Assassinio del padre

A quanto ne so l’ha inventato Truman Capote con il suo In A Cold Blood (A sangue freddo). Si tratta del genere detto “nonfiction novel”, cioè un romanzo che narra una vicenda realmente accaduta, ma non prendendone semplicemente lo spunto, proprio facendone una cronaca dettagliata. Però rimanendo un romanzo, quindi cercando in ogni caso di costruire la narrazione in modo scorrevole e avvincente, evitando di ridursi ad una fredda cronaca pur cercando di non uscire mai in alcun modo dai binari dei fatti reali.
In questo libro si racconta di un caso giudiziario che appassionò l’opinione pubblica prima in Austria (dove si svolsero gli eventi e i processi) e poi in tutta Europa.
In poche parole: durante una camminata in montagna, Morduch Halsmann muore apparentemente in seguito ad una caduta. Subito però, visti alcuni particolari strani, viene accusato di omicidio il figlio Philipp, suo unico accompagnatore in quell’escursione.
Si dà il caso poi che Philipp sia ebreo e che nell’europa germanica in quel periodo stiano nascendo (o meglio: rinforzandosi) quei sentimenti antisemiti che di lì a pochi anni avrebbero portato all’Olocausto.
Il processo si svolge quindi in un’atmosfera continuamente tesa con l’imputato che sembra essere suo malgrado coinvolto in una disputa più grande di lui. Sulla sua testa si svolge infatti una partita strategica tra chi vuole la sua assoluzione e quindi, oltre a confrontarsi sul piano meramente processuale, accusa gli avversari di antisemitismo e cerca di porsi al riparo dal sospetto di far parte del complotto sionistico e chi chiede la testa dell’imputato, accusa gli avversari di essere parte di quel complotto mondiale che vuole portare la razza ebraica a dominare il pianeta e contemporaneamente cerca di sfuggire all’insinuazione.
Il processo è infatti indiziario, non ci sono prove certe che chiaramente accusino o scagionino Philipp, per cui la battaglia è soprattutto strategica, giocata sull’equilibrio della sensibilità di interi popoli.
Il caso a quei tempi in Europa ebbe una vasta risonanza, tanto da essere considerato un nuovo affaire Dreyfus e coinvolse alcune tra le massime personalità dell’epoca, tra cui Eric Fromm, Albert Einstein, Sigmund Freud.
Poi le cose da quelle parti precipitarono in un inferno ben più atroce e quella vicenda venne in qualche modo rimossa fino a farne perdere memoria.
L’imputato, Philipp Halsmann, trasferitosi prima in Francia e infine negli Stati Uniti, dove francesizzò il suo nome in Philippe Halsman, divenne poi uno dei più importanti fotografi del mondo, ma di quella vicenda non volle mai più parlare, quasi volesse anche lui rimuoverla dal suo passato.
Martin Pollack, per motivi casuali che spiega nell’epilogo del libro, si interessò al caso e decise di farne una ricerca accuratissima che poi è sfociata nella scrittura di questo libro.
È una lettura sicuramente interessante e avvincente, che ben disegna quel che era l’Europa ottant’anni fa. A volte i dettagli giuridico-processuali sono a mio avviso troppo precisi, ma probabilmente chi è più addentro o interessato a questa materia, troverà pane per i suoi denti.
Concludo con una splendida immagine della splendida Audrey Hepburn scattata dal protagonista della vicenda qualche decennio dopo. Non sto certo qui a rivelare il finale del libro, ma queste immagini parlano da sole.
24 luglio 2009
Carambola
In vacanza, trascinato dal primogenito, mi sono ritrovato a tirare a carambola, un gioco a cui non mi avvicinavo da... tipo 20 anni!
Ovviamente un disastro, solo in parte attenuato dal fatto che Lorenzo, nonostante la sua passione, è ancora troppo piccolo per questi giochi. Non ci arriva, non riesce a reggere la stecca come si deve, non ha ancora abbastanza coordinazione...
Insomma, posso ancora fare il gradasso con lui.
Ma invece faccio proprio schifo, e questo, immeritatamente, mi porta a pensare che non sia un bel gioco, che sia una cavolata.
Poi vedo queste cose qua e ammutolisco:
22 luglio 2009
A tramp like us

Alla fine ci sono andato, e devo ammettere che è stata un’esperienza memorabile.
Sto parlando del concerto di Springsteen di ieri sera, che si è svolto a Torino allo Stadio Olimpico e a cui ho assistito accompagnato (o meglio, trascinato, leggi dopo) dalla mia consorte.
Dico “devo ammettere” perché in effetti qualche prevenzione negativa nei confronti di questo evento ce l’avevo. Vado ad elencarle:
1. concertone: sono anni che non assisto più a concerti “big”, per diversi motivi, anche abbastanza banali, tipo il costo esagerato, la distanza “disumanizzante” dall’artista laggiù sul palco, la pigrizia (non amo le lunghe e sfibranti attese) e così via.
2. rock troppo classico: la musica di Springsteen, per quanto abbia tutta la mia stima, non mi piace. Trovo che sia un rock troppo banale, che sai sempre dove va a finire, che ne hai già ascoltati a tonnellate. E quindi, avendolo ascoltato poco, non conosco le canzoni. E questo, aggiunto alla probabile acustica problematica, preannunciava anche un po’ di noia.
3. odore di bollito: il boss ha 59 anni, l’età giusta per sedersi sul portico di casa, contemplare il tramonto fumando la pipa e componendo musica riflessiva e intima, tipo teatro-sgabello-chitarra-armonica-e-voce, non da cavalcate side-to-side su palchi negli stadi. Temevo di beccare un sessantenne che imita il se stesso di 30 anni prima
Però dei concerti del Boss me ne hanno sempre parlato bene. Anzi di più: me ne hanno parlato in termini entusiastici o addirittura mistici. Conosco gente che si è vista decine di suoi concerti (manco fossero i Nomadi, il cui costo del biglietto è dell’ordine di un decimo), in giro per il mondo e nella stessa tournee, ripetendo, quasi fosse un rituale, tutta la faticosa trafila che precede e segue la partecipazione allo show in sé.
E allora, per una volta, proprio perché avrebbe suonato praticamente sotto casa mia, ho fatto lo splendido e ho comprato la coppia di bigliettoni.
Così ieri sera mi sono trovato assieme ad altre 33mila rinchiuso dentro il pentolone dell’Olimpico ad aspettare e poi ad assistere alle gesta del Boss e della E Street Band..
E mi sono divertito. E pure un sacco.
Quindi mi tocca smentire i punti di cui sopra:
1. la questione del “concertone” in realtà continua a valere a pieno. Quello per me non è il modo di vivere la musica live. Alla fine lo spettacolo lo guardi più che altro nei mega-schermi a lato del palco, allora tanto vale… Certo, a meno di non essere tra quelli che si ritrovano sotto il palco, allora lì è tutta un’altra storia, ma io non ho più voglia ne’ energie per exploit del genere. Comunque tanta è la forza di Springsteen, che questi aspetti negativi vangono in parte attenuati
2. è vero, è rock stra-sentito e muffoso. Però buona parte di quello che si è già sentito lo si deve proprio a lui, alla sua inesauribile vena compositiva, che effettivamente è sempre un po’ legata dentro certi schemi, ma lì dentro ci sta davvero alla grande. In altre parole: il genere continua a non stuzzicarmi un granché, ma ieri sera, a vederlo suonato in quel modo (vedi punto successivo), mi ha divertito tantissimo.
3. e qui perdonatemi il francesismo: bollito un cazzo! Io giuro di non avere mai visto niente del genere: 3 ore (180 minuti!) tirati sempre al massimo, senza una pausa, neanche per pisciare, con un’energia pazzesca, una passione genuina e contagiosa. Mi sono ritrovato a pensare più volte che sembrava che quello dovesse essere l’ultimo concerto della sua vita, quello in cui dai tutto, tanto poi è finita. E invece domani è di nuovo sul palco a Udine, a correre come un matto, a gettarsi tra la gente, a cantare con quella voce roca da cui non ti aspetteresti niente più che un coro da stadio, e invece sono canzoni trascinanti una dietro l’altra.
Ecco. Alla fine saltavo e cantavo (qualcuna in effetti la so, eh) come uno sciroccato, come non mi capitava da tanto e come non so quando e se mi capiterà di nuovo.
Poi dopo il concerto, a casa con le orecchie che ancora fischiavano, mia moglie mi raccontava di quel concerto dell’88 quando il Boss aveva 20 anni di meno e ancora più energia (per quanto mi sembri impossibile). E allora ho compreso ancora di più che cosa trascina quei matti irriducibili che sono alcuni suoi fan.
Beh, alla fine, oltre ad essermi diverto tantissimo e ad inserire il concerto di ieri “tra i più belli della mia vita”, posso dire di avere in parte capito (non condiviso eh, solo capito, e solo in parte) quella passione sfrenata di quei fan irriducibili di cui dicevo sopra. La partecipazione ad un concerto così non è solo ascoltare musica live, è un esperienza trascinante e davvero coinvolgente, tanto da essere quasi faticosa. E dico “quasi” perché non intendo minimamente paragonare quella del pubblico all’energia bruciata da Springsteen.
Pazzesco.
17 luglio 2009
Mariposa - s/t

Questa volta temo proprio che a dichiarare di avere fatto una scoperta musicale non ci faccio una bella figura, perché tutto sommato i Mariposa sono in giro già da diversi anni e sono pure abbastanza famosetti. Tanto che il nome lo conoscevo, ma tra una cosa e l’altra alla fine non avevo mai ascoltato niente di loro.
Ora invece mi sono avventurato in questo loro nuovo album omonimo e devo dire che sono stato davvero ben impressionato. Voglio dire, mi aspettavo qualcosa di tipo folk allegrotto e invece ho trovato un prog molto moderno, che in effetti ha qualche contaminazione folk, ma solo una spruzzata qua e la, nulla di determinante.
I testi sono quasi tutti in italiano, ma sono strampalati, onirici e surreali, per cui tutto sommato non c’è molto discorso da seguire, eppure alla fine ti sembra che un senso ce l’abbiano e di certo contribuiscono non poco all’atmosfera creata dalla musica.
La musica dicevo, è una commistione di generi, difficile da identificare. Grossomodo diciamo che si tratta di pop-rock-prog molto ben suonato e orchestrato. Poi le sfumature cambiano parecchio da brano a brano e pure all’interno degli stessi. Tanto che alla fine l’ascolto del disco potrebbe pure risultare un po’ difficilotto, se non fosse che i cali di tensione sono davvero rari e tutto il lavoro mantiene un bel tiro dall’inizio alla fine.
Prima di scrivere questo post mi chiedevo a chi avrei potuto regalare o consigliare questo disco. Ora penso che tutto sommato lo potrei consigliare a chiunque abbia voglia di ascoltare qualcosa di ben fatto senza la pretesa di trovare nella musica sempre solo il proprio genere preferito. Ché qui un genere ben definito non c’è e quindi nessun monomaniaco ne verrebbe fuori bene. Tutti gli altri, quelli un tantino più elastici, sì, ne rimarranno piacevolmente colpiti.
A me è andata così.
E intanto mi sto procurando gli altri precedenti album del gruppo. Vi farò sapere.
27 giugno 2009
Goodbye Jacko
Adesso sono diventato uno snob e la musica che Michael Jackson faceva e che forse più di chiunque altro rappresentava, non mi piace più.
Però stasera ho sbirciato uno degli inevitabili omaggi che gli stanno tributando in tv e ho rivisto per intero il video di Thriller. E mi sono ricordato che lo sapevo praticamente a memoria.
Ho avvertito sgorgare fuori dai recessi della mia memoria l'intera parte parlata del video, quella durante la quale si risvegliano gli zombie.
E mi sono ricordato che quel video, quel disco e quel cantante un tempo mi piacevano un casino.
E mi sono ricordato che che Michael Jackson a quei tempi era davvero fighissimo, bravissimo e bellissimo. Poi come sono andate le cose si sa, e non è neanche il caso di parlarne.
Beh, un saluto voglio darglielo pure io da qua.
Ciao Michael, sei stato davvero un grande.
26 giugno 2009
Coordinate estive 3 - Il luogo
È lo stesso dell'anno scorso. Quest'anno relax totale, neanche il brivido della destinazione sconosciuta:
24 giugno 2009
Coordinate estive 2 - Ascolti

Quest’anno ho deciso di fare le cose in grande. Non un disco dell’estate come l’anno scorso, ma tutta una band e la sua discografia.
La band in questione si chiama June of 44, l’ho scoperta sul sito della mia rivista preferita e dopo una breve indagine ho compreso di essermi imbattuto in uno di quei casi di completa affinità con i miei gusti e di sufficiente oscurità delle loro vicende da rendermeli del tutto affascinanti.
Mi sono procurato i loro primi due album ed ho completamente confermato le mie aspettative.
I June of 44 sono una band che è stata attiva negli anni dal 1994 al ’99 durante i quali ha prodotto 6 tra album ed EP. Dovunque andiate a cercare informazioni su di loro, li troverete definiti come “un supergruppo”, cioè una band costituita con la crema dei altri gruppi di già ben consolidato successo.
Chiariamo, per gente come questa il termine "successo" è piuttosto relativo: vi dicono niente nomi come Rodan, Lungfish, Codeine, Rex e Hoover?
No?
Beh, questi sono i gruppi di origine dei quattro componenti della band.
A me suonavano familiari solo i Codeine, ma diciamo che il messaggio che passa è che fin dal primo album questo è un gruppo tutt’altro che acerbo, e si sente.
Già, ma che si sente?
Post-rock.
Il post-rock dovrebbe essere quella cosa che è venuta dopo il rock (tautologico, no?) e che ne rappresenta non tanto l’evoluzione quanto la decomposizione post-mortem. Perché il rock è morto e sepolto, si sa, e se non si vuole finire con l'essere grotteschi nel tentare di mantenerlo artificiosamente in vita, allora è molto meglio sfibrarlo, dilaniarlo, disgregarlo e baloccarsi ancora un po' con la sua materia. Decomporlo, appunto.
In pratica quella dei June of 44 è una musica fatta con strumenti e sonorità tipiche del rock più classico (chitarre elettriche, basso, batteria, voce), ma elaborato completamente fuori dai consueti canoni. L’aspetto strumentale è predominante (la musica non è banale accompagnamento del cantato), i ritmi sono definiti ma mutevoli all’interno dello stesso brano, le sensazioni sono dilatate, le concessioni all’orecchio sono poche, anche se la deriva verso la dissonanza non è mai gratuita, gli sbalzi d’umore dal cupo al rabbioso al disteso, improvvisi e frequenti.
Come al solito queste descrizioni lasciano il tempo che trovano, ma pure dare dei riferimenti somiglianti non è facile, data la non grande diffusione del genere. A volerli proprio dare, per chi li conosce citerei inevitabilmente degli Slint più sanguigni, dei Codeine meno letargici, dei Fugazi meno scanditi, pure i nostrani e rimpianti Massimo Volume, ma molto meno ordinati.
Insomma, dategli una chance e provate ad ascoltarli almeno su Youtube. Poi magari non li digerite e finisce lì.
Oppure ne rimanete ammaliati come me, e allora vi si apre un mondo. Una stagione intera, almeno.
23 giugno 2009
Coordinate estive 1 - Letture
È quasi ora di vacanze per me&family. Di seguito quello che mi sono organizzato in previsione dei lunghi momenti d’ozio (see…) che potrò dedicare al principale di tutti i miei hobby, la lettura.

Martin Pollack – Assassinio del padre
Questo è il libro dell’estate. Ne ho sentito dire un gran bene e l’ho comprato già più di un mese fa, poi l’ho giudiziosamente riposto in libreria in attesa di poterlo riaprire sotto l’ombrellone.
Tratta di un reale caso giudiziario che nel 1928 ha visto coinvolto quello che sarebbe diventato uno dei più famosi fotografi del mondo (avete presente i duchi di Windsor che saltano? Ecco, è lui l’autore). Pare che sia una vicenda avvincente e interessante.
Io come cerco di fare sempre prima di leggere un libro, ignoro quasi del tutto la trama, e pure in questo caso non so dire molto di più.
Già prevedo alcune battute in famiglia a riguardo del titolo…
Ne dirò.

Amélie Nothomb - Mercurio
Poi, visto che sono molto ottimista in merito al tempo che avrò a disposizione per leggere e che il libro sopra è abbastanza breve, me ne sono procurato un altro. Pure di questo me ne hanno detto bene, e pure di questo so davvero poco, se non che dovrebbe essere una vicenda piuttosto torbida e morbosa. Non molto estivo dunque, ma piuttosto breve e dunque facilmente gestibile.

Richard Feynman - QED
Infine, visto che almeno d'estate non voglio porre limiti all'ottimismo, e che pure il secondo libro è una lettura veloce, mi porto dietro questo saggio che sicuramente non completerò prima del rientro ad una zona decentemente dotata di librerie. È un libro divulgativo (ma mica poi tanto) sull’Elettrodinamica Quantistica. Questo sicuramente non è libro da spiaggia, ma tratta un tema che durante i miei studi ho solo visto di sfuggita e che desidero in qualche modo sbirciare, anche se da lontano e con leggerezza accessibile. Poi è di Feynman, uno dei miei idoli di gioventù.
Questo è tutto ed è già fin troppo. E già immagino la reazione nel mettere tre libri tre in valigia “Tu sei ottimista, troppo ottimista, caro mio”.
19 giugno 2009
Roberto Gatto - The Music Next Door

Dopo il concerto di sabato scorso ho raddrizzato le antenne nei confronti del jazz italiano e sono venuto a sapere di questo disco, che non mi è ancora chiaro se sia del 2008 o del 2009 (trovo commenti solo a partire dal 2009, ma sul cd c’è scritto 2008, ed è stato effettivamente registrato la scorsa estate. Sarà semplicemente un ritardo di pubblicazione).
Ne ho sentito parlare bene, l’ho accattato e ora ve lo consiglio vivamente.
Roberto Gatto è un batterista e costituisce un raro esempio di batterista-band leader e compositore (esempio raro, ma dagli illustrissimi precedenti, Max Roach e Art Blakey su tutti), molto molto apprezzato sia qui da noi che all’estero.
Per l’occasione ha riunito intorno a sé 4 bravissimi compari: Paolo Fresu alla tromba e flicorno, Stefano Bollani al piano e rhodes, Daniele Tittarelli ai sax e Rosario Bonaccorso al basso e ha registrato un disco bellissimo di cose sue e di cover (nel senso jazzistico) di brani fuori dall’usuale repertorio del jazz.
Infatti degli 11 brani che compongono l’album, 6 sono a firma sua e gli altri 5 sono pescati qua e la dal pop e pure dall’opera. La band si cimenta infatti con un pezzo di Elvis Costello (You Left Me in the Dark), uno di Ennio Morricone (A Fistful of Dynamite, cioè il tema di Giù la testa), uno di Mina (cioè non di Mina, ma a suo tempo interpretato da lei, quindi come se fosse: Le tue mani), l’aria di Vesti la Giubba (Doninzetti, Riiidiii pagliaaaccioooo…) e infine addirittura un pezzo degli Chic (At last I am free).
Nelle note di copertina Gatto si accosta ad alcuni Grandi (Miles Davis, Sonny Rollins, Duke Ellington) che come lui attinsero dal repertorio pop per reinterpretare i brani in chiave jazz, analogamente a quanto si faceva un tempo con i grandi successi di Brodway (così sosteneva Miles Davis a giustificazione dei suoi sbandamenti verso Time after time di Cindy Lauper o Human nature di Michael Jackson).
Personalmente trovo che sia sempre un po’ rischioso, se non presuntuoso, accostarsi -per iscritto poi- a simili mostri sacri, ma in questo caso Gatto si pone al loro fianco solo per l’attitudine non tanto per i risultati. Che poi a ben vedere quelli di Miles Davis furono abbastanza raccapriccianti.
E comunque il risultato di questo disco è davvero buono, variegato negli stili interpretati e splendidamente suonato da tutti i protagonisti e soprattutto, nonostante si dica che il leader abbia lasciato piena libertà agli altri strumentisti, si avverte nettamente una decisa conduzione ed equilibrata orchestrazione che evita ogni momento di calo di tensione o di mancato coordinamento.
Ora, sull’onda di una delle mie solite effimere e brucianti passioni, mi sto indirizzando con grande interesse verso il jazz italiano che a quanto si dice sembra essere ancora uno dei più vivaci del mondo.
Su questo tema ho però un’unica rimostranza: perché i cd di jazz nostrano costano così tanto? Io immagino che sia per il loro essere più frequentemente delle novità rispetto a quanto si può trovare negli altri scaffali dei negozi, però, accidenti, stare sempre a ridosso dei 20 euri, anche nel caso di album che incominciano ad avere già qualche annetto di polvere che si accumula, è davvero un grosso freno per chi, come me, si sentirebbe anche intenzionato ad osare qualche nuova scoperta.
18 giugno 2009
il marEtoneta

C’è un tizio che si sta facendo tutta l’Italia di corsa.
È partito domenica da Reggio Calabria e arriverà il 30 agosto a Trieste facendosi tutta la costa est della penisola, più lo Ionio.
È già la seconda volta che lo fa, l’anno scorso si era fatto la costa Ovest, da Ventimiglia a Reggio Calabria, quest’anno in pratica chiude il giro delle coste.
Perché lo fa? “Per dimostrare che sport e ambiente hanno qualcosa in comune. Per scoprire qual è il vero stato delle coste italiane, ritrovare bellezze dimenticate, località e spiagge più e meno famose.”, spiega nel sito. Sport ed ecologia, dunque.
È un impresa lodevole, ammirevole e per quanto mi riguarda pure invidiabile: girare tutta l’Italia di corsa, facendo dai 15 ai 20 km al giorno, sapendo che cosa vuol dire correre, in quale strana dimensione ci si trova mentre il proprio corpo macina strada, farlo col panorama che cambia continuamente, con la libertà del vagabondo e la determinazione del professionista, deve essere un’avventura davvero bella.
Poi, nota a margine di tipo personale: il tizio in questione, Giuseppe Tamburino, è mio stretto compaesano (o era, forse non abita più lì), ma più che altro si allena sullo stesso percorso su cui corricchio io e con diverse persone che vedo regolarmente sgambettare da quelle parti.
Qui sotto c’è la foto ricordo della Tappa zero, una sorta di arrivederci a settembre scattata con i suoi compagni di allenamento. Il protagonista è quello al centro con la canotta bianco-azzurra, gli altri sono tutta gente che mi sfreccia accanto (in sorpasso…) durante le mie escursioni. Il luogo è precisamente quello da cui partono le mie corse.

E quindi, pure da parte mia: buon viaggio, Giuseppe.
16 giugno 2009
Devo cambiare telefonino...
...o almeno portarmi dietro una macchina fotografica, perché quella che ha integrata fa schifo.
Lo schifo qua sotto voleva essere un immagine a illustrazione del resoconto del concerto di sabato:

(da sinistra: Paolo Fresu, Attilio Zanchi, Tino Tracanna, Ettore Fioravanti.
Fidatevi, sono loro.)
15 giugno 2009
Sotto le stelle del Jazz, un resoconto
Come annunciato sono andato a vedere il concerto del sabato sera del Pino Jazz Fest, una rassegna di concerti jazz che si svolgono all’aperto nella piazza principale di Pino, paesino sulla collina torinese che non sarebbe fuori luogo definire ridente (è stato perfino definito “La Beverly Hills di Torino”, visto il reddito medio di chi abita da quelle parti).
Questa rassegna, da qualche anno in qua ospita alcuni dei più famosi (non solo in Italia) jazzisti nostrani, trasformando quella che era una coraggiosa scelta artistica, incentrata soprattutto sul jazz delle origini (il nome di New Orleans ancora fa capolino da qualche parte nella denominazione della rassegna), in una manifestazione di grande richiamo per gli amanti del genere.
Tutto ciò si traduce semplicemente nel fatto che, arrivando io all’ultimo momento, ho faticato da bestia a trovare un posto legale dove mollare la macchina.
E poi che nella piazza tutti i posti migliori erano già abbondantemente esauriti e io, dibattuto nell’alternativa tra comodità e buona acustica, ho optato per la seconda e mi sono sciroppato buona parte del concerto in piedi.
Ecco: con queste due timide rimostranze – parcheggio e posti a sedere – ho concluso gli aspetti negativi della serata, perché tutto il resto è stato davvero molto bello.
Mentre ero in coda per la birra d’ordinanza è iniziato il concerto dei 3quietmen, un trio torinese che propone una rivisitazione in chiave jazz molto moderno di alcuni brani del Mikrocosmos di Béla Bartók. Li ho trovati davvero molto bravi e suggestivi, nonostante fosse la prima volta in assoluto che li sentivo e che i primi due pezzi li abbia potuto ascoltare nella non proprio perfetta situazione di coda-per-la-birra.
Poi, dopo essermi piazzato al mio posto vicino-palco-ma-impietosamente-in-piedi, me li sono goduti a pieno e ho potuto lasciarmi trascinare in derive jazz di intensità notevolissima e struttura davvero gradevole.
Per dire quanto mi sono piaciuti, se non fossi uscito di casa con pochi spiccioli in tasca, avrei comprato seduta stante il loro cd.
Per dire che bella scoperta che ho fatto.
Poi sono entrate le star: prima il quintetto di Paolo Fresu che ha suonato per più di un ora filata, e poi a loro si è aggiunto Gianmaria Testa, italico vanto che spesso si trova a suonare in compagnia di alcuni membri del quintetto.
La prima parte del concerto per me è stata strepitosa, veramente. Fresu e i suoi quattro amici suonano insieme da ben 25 anni (cosa che credo sia un record nel cangiante mondo del jazz) e la cosa si sente in modo impressionante. Un suono coeso come pochi, interplay perfetto, in alcuni momenti fin troppo, per i miei personali e forse più sanguigni gusti, intesa mirabile tra i 5 musicisti.
Sarà per il nome, sarà per il fatto di essere leader, ma Fresu l’ho trovato davvero grande, per personalità e impatto una spanna sopra tutti. Gli altri sono bravi, e pure tanto, ma lui è davvero un grande.
Hanno suonato senza risparmiarsi 6 brani del loro repertorio, 5 di loro composizione, partoriti durante la loro pluridecennale carriera e uno non loro (Fresu ne ha detto il titolo, ha detto “…lo avrete senz’altro riconosciuto…”, see, come no. ‘gnurant!) ed ascoltarli è stato davvero un piacere per nulla diminuito dalla mia scomoda posizione.
Poi sul palco è salito Gianmaria Testa, e qui lo dico, a costo di prendermi qualche improperio: non è che mi sia piaciuto un granché…
Insomma, bravo è bravo, simpatico e pure divertente nel suo finto understatement, ma, puramente a livello musicale, il livello è sceso parecchio rispetto quanto si era sentito fino ad un attimo prima.
Fresu & Co. si sono posti nel ruolo di accompagnatori e, mi si perdoni, non è che la musica da chansonnier di Testa sia poi tutta ‘sta sofisticatezza. Bei testi, atmosfera coinvolgente, bella voce calda, ma poi sono le classiche arie da chanson, appunto.
E si sente che il quintetto che a questo punto sta alle sue spalle si trova a manovrare in spazi ben più ristretti rispetto a prima. Deve cambiare registro.
Poi magari in ogni canzone si prende un po’ di spazio per dare sfogo alle proprie attitudini, ma la base purtroppo è quella che è, e si sente.
Come al solito io cerco di fare un passo indietro e rilevare quanto sia personalissimo questo mio punto di vista, e che la gente che mi stava intorno lo apprezzava veramente e penso pure a ragion veduta, ma dato che i gusti non si disputano, qui sciorino i miei.
Comunque l’occasione che ho avuto, ad un passo da casa, di godere di tanta bella musica, talmente bella da permettermi di fare le pulci ad un indubitabile artista, è una di quelle cose che penso che riuscirò a portarmi dietro per molto tempo.
Me la sono portata dentro nel tragitto alla ricerca della macchina, sulla strada per casa e ancora adesso (giuro) avverto le forti emozioni per alcuni momenti mozzafiato di quel raro spettacolo.
Potere della musica.
Etichette:
3quietmen,
Gianmaria Testa,
Paolo Fresu quintet
13 giugno 2009
Stasera, sotto le stelle del jazz
Stasera a Pino Torinese dovrebbe succedere una cosa bellissima:

Le premesse ci sono tutte.
Io vado a vederlo.
Vi dirò.
12 giugno 2009
9 giugno 2009
Mulatu Astatke and The Heliocentrics - Inspiration Information
Questa è una cosa di cui ignoravo del tutto l'esistenza, ma in fondo penso di essere in una compagnia abbastanza nutrita.Mulatu Astatke è il sessantaseienne massimo esponente di una cosa che si chiama Ethio-Jazz, cioè di jazz che viene dall'Etiopia. L'Etiopia è in Africa e il Jazz trova in Africa le sue radici più profonde, e questo dovrebbe in qualche modo chiudere un cerchio.
Gli altri sono gli Heliocentrics, un collettivo inglese guidato dal batterista Malcom Catto che bazzica dalle parti di DJ Shadow, Madlib e di altra avanguardia iper-figa.
Capita che i secondi siano in qualche modo fans del primo e che l'etichetta STRUT si stia dilettando da un po' di tempo a questa parte a fare entrare in contatto tra loro esponenti di concezioni musicali il più possibile eterogenee.
E come in una ricetta particolarmente felice, si è fatto il botto.
Mulatu e alcuni suoi collaboratori (etiopi di stanza a Londra) hanno registrato musica secondo il loro stile, che poi sarebbe un jazz ovviamente infarcito di influenze e sonorità afro, ma lontanissimo dalla world-music di Peter Gabriel & Co. (con rispetto parlando). Anzi il genere è quanto di più occidentale si possa pensare (in senso jazz, quindi per il cerchio di cui si diceva sopra, una capriola con ritorno in piedi), con influenze free, Duke Ellington (con cui Mulatu ha avuto il piacere di collaborare ai tempi), Sun-Ra...
Poi gli Heliocentrics hanno raccolto il testimone e hanno sapientenmente rielaborato il materiale ricevuto, donandogli sfumature psych, funk, ambient, rock,...
Per quanto mi riguarda il risultato è straordinario, una di quelle cose bellissime che fortunatamente continuano a capitare anche ai nostri giorni.
Mi rendo conto che lo sto dicendo già un po' troppo spesso, ma questo è davvero un album che segnerà a lungo queto 2009 già piuttosto ricco.
Per me, ex ignorante, una scoperta in più. Stupefacente peraltro.
8 giugno 2009
Tieni a mente Tienanmen!
04.06.1989 - 04.06.2009
(sono un po' in ritardo, lo so)
Solitamente in questi casi si dice "Per non dimenticare".
Io in ogni caso non me lo dimenticherò mai. Avevo 19 anni compiuti da poco e mi affacciavo all'età adulta. Ero cioè in quella fase della vita in cui si pensa che i sogni dell'infanzia e dell'adolescenza stiano finalmente per realizzarsi.Ricordo che mi sentivo particolarmente vicino a quei miei coetanei dall'altra parte del pianeta che manifestavano gioiosamente, vivevano quasi una festa, praticamente la celebrazione di un desiderio bellissimo e naturale - la democrazia, la libertà - che sembrava ovvio dovesse concretizzarsi anche in Cina da lì a poco. Sogni che si realizzano, appunto.
E noi, sbarbati ragazzini d'occidente, tifavamo per loro, gioivamo con loro.
Il risveglio di quel giorno in cui ci dissero che i carri armati erano entrati in piazza a massacrare quei nostri (e in fondo anche loro) coetanei, fu uno schiaffo dolorosissimo, ricordo che piansi, incredulo e incapace di comprendere.
C'era un simbolo di quella manifestazione quando era ancora una festa, ed era una replica della Statua della Libertà, un misto tra un gioco e una voglia di America che doveva essere ben presente tra i ragazzi in quella piazza.Un simbolo che credo abbia contribuito non poco ad irritare i sanguinari dirigenti del PCC che decisero che quelle manifestazioni andavano interrotte, terminate.
Eccola qui, la statua (la chiamavano La Dea Della Democrazia), in mezzo alla folla di quei miei coetanei ancora festosi:
E qui trovate anche altre immagini di quei giorni, prima, durante e dopo la repressione.
Tieni a mente Tienanmen!
Solitamente in questi casi si dice "Per non dimenticare".
Io in ogni caso non me lo dimenticherò mai. Avevo 19 anni compiuti da poco e mi affacciavo all'età adulta. Ero cioè in quella fase della vita in cui si pensa che i sogni dell'infanzia e dell'adolescenza stiano finalmente per realizzarsi.Ricordo che mi sentivo particolarmente vicino a quei miei coetanei dall'altra parte del pianeta che manifestavano gioiosamente, vivevano quasi una festa, praticamente la celebrazione di un desiderio bellissimo e naturale - la democrazia, la libertà - che sembrava ovvio dovesse concretizzarsi anche in Cina da lì a poco. Sogni che si realizzano, appunto.
E noi, sbarbati ragazzini d'occidente, tifavamo per loro, gioivamo con loro.
Il risveglio di quel giorno in cui ci dissero che i carri armati erano entrati in piazza a massacrare quei nostri (e in fondo anche loro) coetanei, fu uno schiaffo dolorosissimo, ricordo che piansi, incredulo e incapace di comprendere.
C'era un simbolo di quella manifestazione quando era ancora una festa, ed era una replica della Statua della Libertà, un misto tra un gioco e una voglia di America che doveva essere ben presente tra i ragazzi in quella piazza.Un simbolo che credo abbia contribuito non poco ad irritare i sanguinari dirigenti del PCC che decisero che quelle manifestazioni andavano interrotte, terminate.
Eccola qui, la statua (la chiamavano La Dea Della Democrazia), in mezzo alla folla di quei miei coetanei ancora festosi:
E qui trovate anche altre immagini di quei giorni, prima, durante e dopo la repressione.Tieni a mente Tienanmen!
3 giugno 2009
Quella sensazione che tutto sia perfetto
Mi è capitata l'altro ieri, lunedì.
Eravamo al mare. Sveglia prima delle sette con Lorenzo, veloce colazione, poi via, lui in in bici e io a correre a piedi sul lungomare.
L'aria fresca, il mare levigato e splendente per i raggi bassi del sole, poca gente per strada. Mi sentivo bene,correvo svelto e senza fatica. Il mio splendido primogenito dietro o di fianco a me, qualche parola ogni tanto, per il resto sembravamo tutti e due intenti a cogliere la bellezza perfetta di quel momento.
Ci attendeva una bella giornata in compagnia di amici.
A casa, in famiglia, una splendida notizia.
Alla fine ho fatto pure un gran tempo sui 10 km.
Insomma, uno di quei momenti perfetti che vorrei scolpire per sempre nella memoria.
Il blog in fondo serve anche a questo.
E qui, banalità delle banalità, a mo' di colonna sonora ci metto il buon vecchio Lou e il suo giorno perfetto:
Eravamo al mare. Sveglia prima delle sette con Lorenzo, veloce colazione, poi via, lui in in bici e io a correre a piedi sul lungomare.
L'aria fresca, il mare levigato e splendente per i raggi bassi del sole, poca gente per strada. Mi sentivo bene,correvo svelto e senza fatica. Il mio splendido primogenito dietro o di fianco a me, qualche parola ogni tanto, per il resto sembravamo tutti e due intenti a cogliere la bellezza perfetta di quel momento.
Ci attendeva una bella giornata in compagnia di amici.
A casa, in famiglia, una splendida notizia.
Alla fine ho fatto pure un gran tempo sui 10 km.
Insomma, uno di quei momenti perfetti che vorrei scolpire per sempre nella memoria.
Il blog in fondo serve anche a questo.
E qui, banalità delle banalità, a mo' di colonna sonora ci metto il buon vecchio Lou e il suo giorno perfetto:
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