1 febbraio 2008

Altro - Aspetto

Continuo un mio momentaneo viaggio nella produzione musicale nostrana, quell'officina che paga a volte ingiustamente il fatto di trovarsi "ai confini dell'impero". La mia opinione è che dalle nostre parti si soffra effettivamente di un male che si potrebbe chiamare semplicisticamente "provincialismo", ma occorre pure riconoscere che questo status oggettivo finisce troppe volte con l'essere un preconcetto negativo che tarpa le ali di qualsiasi velleità internazionale dei musicisti italiani.
In altre parole, trovo che forse dall'Italia magari non arrivino dei capolavori degni di svettare ai massimi livelli del panorama musicale mondiale, ma nella grande massa della musica "di buon livello" troppe volte si venga sorpassati da gruppi che magari hanno il solo merito di provenire da UK o USA. Un esempio lampante sono i Trabant di cui ho parlato nello scorso post, ma pure altri di cui spero di parlare a breve.

In questo ambito voglio pure segnalare questo disco degli Altro, un trio pesarese del giro La tempesta dischi dei Tre allegri ragazzi morti (altro italico laboratorio degno di interesse). Fanno un disco di matrice punk vecchia maniera: ritmi binari, riff distorti e elementari, voce urlata e monotòna, pezzi brucianti e brevissimi (17 minuti per 11 tracce). Eppure proprio questo loro essere così vecchia maniera nel 2008, interpretando per di più un genere che, oltre ad avere raggiunto il suo momento di massimo fulgore oramai trent'anni fa, l'ha pure repentinamente esaurito a causa della intrinseca essenzialità, li rende a loro modo originali.
E poi hanno un nonsoché, qualcosa che rende estremamente accattivante la loro musica, forse sono i testi , acuti e stranianti, forse è quel modo essenziale di suonare che punta dritto ai nervi, forse è solo quella sottile discrepanza dovuta al tempo trascorso, che li rende a loro modo sufficientemente diversi dai cliche di genere da meritagli il prefisso Post- all'appellativo punk.

24 gennaio 2008

Trabant - Music 4 losers

Innanzitutto una premessa: stiamo parlando di roba pei ggiovani. Il genere mi pare che si chiami indie-pop-rock o qualcosa del genere ed è uno di quei prodotti da ritmi tesi, ritornelli killer, riff elettrici e taglienti, quella musica da pogo spaccaossa sotto il palco per intenderci, tipo (e qui di paragoni se ne trovano a bizzeffe, tanto è nutrita la schiera degli esponenti di questo genere) Blok Party, Rapture, Babyshambles, The Rakes, Arctic Monkeys e così via. Se conoscete anche uno solo di questi gruppi, avete capito il genere.
Però loro lo fanno dannatamente bene, senza trascurare qualche deviazione verso l’elettronica, sostenuti da un uso intelligente e trascinante della collaudata formula voce-chitarra- tastiere- basso-batteria. E poi sono di Trieste. Nonostante l’anglofonia dei testi e dello stile, sono un gruppo nostrano, che quindi rimarrà per sempre relegato all’ambito nazionale. Dico questo con una punta di irritazione campanilistica, dato che la musica di questo CD è assolutamente al livello, se non superiore, dei pompatissimi analoghi gruppi provenienti principalmente da Gran Bretagna e dintorni.
Fanno musica per giovani, dicevo, e per pure ragioni anagrafiche questo raffredda un po’ il mio entusiasmo, ma ritengo che sia un mio problema: in realtà ‘sti 4 triestini spaccano di brutto (!) e il loro album è davvero ben fatto, trascinante, energetico, senza cadute di ritmo e sufficientemente vario da non ricalcare sempre i clichè del genere. E se poi dovessero capitare dalle vostre parti non lasciateveli scappare. E mi raccomando: preparatevi al gran pogo.

18 gennaio 2008

Top ten 2007

Inizio anno, tempo di buoni propositi e di consuntivi. E pure tempo di playlist. Le fanno tutti, la faccio pure io:
  • 10 - M.I.A. - Kala
    Etno-disco incazzata. Un grimaldello per aprire le teste più ottuse ai temi del terzo e quarto mondo a suon di beat unza-unza.
  • 9 - BACHI DA PIETRA – non io
    Blues nostrano d’avanguardia sporco e amaro. Atmosfere dark e lugubri nascondono in realtà un gioiello splendente.
  • 8 - !!! – Myth takes
    Deriva dance dei newyorkesi, ma sempre nel filone funk-punk che li caratterizza. Disco travolgente e riempipiste.
  • 7 - EL-P – I’ll sleep when you’re dead
    Hip-hop cerebrale di gran classe. Un lavoro mostruoso sui suoni e sui beat, anni luce più avanti delle versioni più pacchiane del genere.
  • 6 - PANDA BEAR – Person pitch
    Ovvero quando la psichedelia torna a galla nel 2008. Cori, battiti di mani come percussioni, folk e pop in un unico grande, immenso calderone.
  • 5 - PISSED JEANS – Hope for men
    Tra il noise e il punk, rabbia ed energia a suon di chitarre graffiate e pelli strapazzate come capita di sentire sempre più di rado.
  • 4 - ROBERT WYATT - Comicopera
    La zampata del genio: Wyatt ripropone i suoi ingredienti fatti di buon gusto e intelligenza e rasenta ancora il capolavoro.
  • 3 - ANIMAL COLLECTIVE – Strawberry jam
    Ovvero come ti trasfiguro il pop. Invenzioni inaudite e nessuna paura di spingersi oltre le convenzioni.
  • 2 - THROBBING GRISTLE – Part two – The endless not
    Elettronica senza tempo e senza confini. Un disco perfetto mai banale, mirabile esempio di longevità artistica.
  • 1 - BURIAL – Untrue
    Questo disco si candida ad essere non solo il disco dell’anno, ma addirittura il suono del decennio, già una pietra miliare. Un capolavoro futuristico.

17 gennaio 2008

Toh, come passa il tempo!

Nevermind, l'album con cui fecero il botto i Nirvana nel 1991, al di là del suo successo commerciale mondiale, è per me un capolavoro della storia del Rock.
Pure la copertina di quest'album era notevole:

Bene, ora chi come me nel 1991 aveva già l'età per comprare dischi, si sieda, respiri profondamente e quardi questo tizio qua:

Beh, il ragazzo è lo stesso della copertina dell'album, 17 anni dopo.
Si chiama Spencer Elden, e per quella foto, oltre ai 200$ pagati allora ai suoi genitori per la foto, si è beccato pure un po' di notorietà di riflesso, una pagina su Wikipedia e nel 2001 ha anche rifatto la copertina dell'album per Rolling Stone:

Quelle mattinate un po' così

Questa mattina, dopo una notte breve come le notti di chi ha un neonato per casa, ci si sveglia scoprendo che il primogenito ha l'influenza. Traducendo, per i non esperti, questo significa innanzitutto affrontare il malato, le sue paturnie, le sue frigne, le sue lamentele e non ultimo il suo "problema di stomaco", espulso sul pavimento della cucina (alle sette e mezzo del mattino, sarà pure figlio tuo, però...).
Poi gestire gli aspetti logistici: lui non va a scuola, quindi va assistito a casa, e allora i banali programmi quotidiani (spesa, commissioni, ecc.) vanno a farsi benedire.
Poi si tratta di portare la seconda all'asilo, almeno lei la si sistema.
Ok, ci penso io.
Eh, però servono le medicine per il malato.
Ok, ci penso io.
Eh, allora potresti anche andare a prendere pane&latte.
Ooookkkk, ci penso io!
Allora, via di corsa, asilo, farmacia, panetteria, poi di nuovo a casa a consegnare le buste, e infine verso l'ufficio, che è già piuttosto tardi.
Giù per la collina la strada è trafficata e ,come sempre capita quando si ha fretta, sembrano tutti ancora immersi nel tiepido abbraccio di Morfeo.
Incomincio pure un po' a smadonnare, tanto in macchina sono solo, poi, dietro una curva, una vista che mi ha almeno in parte riconciliato con l'esistenza.
Per un caso avevo con me la macchina fotografica, per cui posso condividere lo spettacolo gratuito che mi si è presentato agli occhi in questa dannata mattinata col cielo terso:

16 gennaio 2008

Uso intelligente dei rifiuti

Temo che sia una bufala, l'idea è troppo bella per essere vera.
Però pare che la EMI abbia trovato un modo efficientissimo di valorizzare le proprie risorse:

MUSICA: CD ROBBIE WILLIAMS USATI IN CINA PER ASFALTARE

La Emi spedira' in Cina il milione di copie non vendute dell'ultimo disco di Robbie Williams 'Rudebox': i supporti verranno riciclati e diventeranno materiale da usare per la pavimentazione delle strade e la costruzione di semafori. La major, in gravi difficolta' economiche, ha subito proprio dal flop della popstar inglese uno dei colpi piu' gravi al proprio bilancio. Cosi', con questa insolita strategia rivelata dal Guardian in un articolo che riporta anche i commenti del boss della Terra Firma Guy Hands, cerca di far fronte, in maniera decisamente creativa, alle ingenti perdite, che causeranno anche il taglio di duemila posti di lavoro. Robbie Williams ha firmato nel 2002 un contratto con la Emi da 80 milioni di sterline, per cercare di sfondare anche nel mercato americano, ma i risultati raccolti finora sono stati decisamente inferiori alle aspettative.

(da Repubblica.it)

Eppure basterebbe un po’ di buon senso

Facciamo finta che io venga invitato a fare un intervento durante una manifestazione. Poi facciamo finta che, quando si viene a sapere della mia partecipazione, qualcuno decida di contestarla, non tanti eh, diciamo 67 persone su diverse migliaia.
Ecco, allora io, di fronte al plauso non unanime, decido di ritirare la ma adesione.
Voi che fate? Gridate alla censura nei miei confronti? Accusate i 67 di ostracismo culturale? Sbraitate di mancata apertura al dialogo?
Non credo.

A meno che io non sia il papa, ovvio.

10 gennaio 2008

Burial - Untrue

Questo è il colpo di coda del 2007, e che colpo!
Un disco fatto di suoni e ritmi paradossali, mai sentiti, nuovi e sconcertanti. Il genere lo chiamano dubstep o avant-dub o futuredub o chissà cosa. Il punto è che si sta parlando di un roba che ricorda il dub, ma che poi è talmente avanti da beccarsi un prefisso futuristico, immaginando che questa musica non possa che arrivare dal futuro.
Burial è un misterioso signore che gravita nella scena dei club londinesi, in un ambiente che in certe sue frange pare volere rifuggire ogni accenno di convenzionalità. Dico misterioso perché, oltre che essere al di fuori di qualsiasi circuito mainstream, il nostro è uno di quelli che rifiutano interviste, apparizioni live, foto, per cui non si sa bene chi si nasconda sotto quello pseudonimo.
La musica che fa è però di quella che sembra essere in grado di segnare un epoca, qualcosa del genere insomma a quello che avvenne, sempre da quelle parti, già ben più che dieci anni fa con gente tipo Tricky o Goldie.
E il parallelo non è del tutto casuale: certe sonorità all’interno di Untrue ricordano vagamente certe atmosfere sia del Trip-Hop che del Drum&Bass (o Jungle, fate voi), il tutto condito con un lavoro di taglia e cuci incredibile di voci soul che sembrano emergere da detriti targati Motown.

Questo disco scavalca di gran carriera tutta la schiera dei pretendenti al titolo di disco dell’anno 2007 e si accomoda sicuro vincitore. Era tanto che non mi entusiasmavo così per una nuova uscita.
Pazzesco.

8 gennaio 2008

Ian Mc Ewan – Chesil Beach

Domanda per gli sposati: com’è stata la vostra prima notte di nozze?
Beh, ognuno di noi avrebbe la sua da raccontare, ma credo che nel 2008 siano in pochi quelli che avrebbero da riferire di angosce e struggimenti dovuti all’atto del, come si dice, “consumare il matrimonio”.
Eppure, per quanto ci sembri strano, c’è stata un’epoca in cui questo era tutto sommato consueto. Si giungeva vergini, inesperti, incapaci anche di immaginare cosa sarebbe dovuto accadere, grazie pure al fatto che di discorsi riguardanti il sesso se ne facevano pochi, l’argomento era tabù e il fidanzamento non era altro che un frequentarsi, magari anche assiduamente, ma sempre in modo casto e al di fuori di qualsiasi intimità fisica. Si considerava già un successo il bacio, qualche carezza, al massimo una palpatina, ma di più non si poteva, assolutamente.
E così si arrivava, dopo la cerimonia di nozze, dopo il pranzo o il rinfresco con amici e parenti, a trovarsi a tu per tu con quello che in fondo era un dovere e pure piuttosto stringente. È da non dimenticare infatti che il mancato compimento del dovere coniugale era (ed è ancora), una delle pochissime cause di invalidazione del matrimonio anche per la Chiesa.
Per cui non c’era storia, niente scuse: la prima notte di nozze doveva coronarne la riuscita con un rapporto sessuale completo.
Date queste premesse, ignoranza, inesperienza e dovere, non è per nulla stupefacente che l’animo degli sposini di fronte al talamo nuziale fosse ansioso al limite del panico. E non sono un gran esperto di psicologia femminile, ma qualcosa mi dice che per la sposa fosse anche peggio che per lo sposo.

Il libro di Mc Ewan racconta proprio di una prima sera di nozze tra due giovani agli inizi degli anni ’60 (per la precisione nel 1962, l’anno in cui si sono sposati i miei genitori, guarda un po’) e di tutti i turbamenti segreti che ne conseguono. Segreti, perché ognuno dei due non osa in alcun modo parlarne con l’altro. In fondo sarebbe così semplice: lei dice a lui “Senti caro, io ho una paura fottuta di quello che stiamo per fare” e lui le risponde “Sì amore, pure io non so bene come fare, ma cerchiamo di fare attenzione e non dovrebbero esserci problemi”. Ma invece no, occorre pure recitare la parte di chi non ha altro desiderio che buttarsi sul letto a darci dentro, guai a fare scoprire all’altro che non è così, penserebbe che non lo si desidera, che non lo si ama, che non si ha piacere della sua intimità.
Tenendo fermo il presente di quella serata, il racconto utilizza una serie di digressioni nel passato per descrivere la vita dei due protagonisti, come sono cresciuti per giungere ad incontrarsi, a innamorarsi e a decidere di sposarsi, e pian piano procede con l’evoluzione di quelle poche ore fino alla loro soluzione finale, non mancando di descrivere ambienti, situazioni e stati d’animo con una finezza microscopica.

È stato il mio ultimo libro del 2007, il secondo che leggevo di Mc Ewan (l’altro è il pure bellissimo Lettera a Berlino) e l’ho trovato scritto bene, profondo, intelligente e delicato nel trattare un argomento spinoso evitando facili scivolate verso la volgarità. Non manca neppure di una perfida ironia: il sottolineare quanto quelle vicende si svolgano a ridosso della rivoluzione sessuale che si sarebbe realizzata di lì a poco e che con pochi accorgimenti (che oggi parrebbero semplicissimi) avrebbe risolto molte noie a Edward e Florence. E mi viene quindi da riflettere sul fatto che a queste pagine dovrebbe pensare chi ogni tanto snobba il cataclisma culturale verificatosi nel decennio ’65-’75: siamo talmente immersi nei suoi risultati da non renderci più conto di quanto il modo di vivere prima di esso fosse diverso da oggi anche (e soprattutto, direi) dal punto di vista psicologico e un libro come questo funge egregiamente da promemoria.

Quando faccio qualcosa lo faccio alla grande

Guardate un po' qui: la notizia non è passata inosservata:




Dai, dai, scherzo!
L'ho fatta su questo sito: MagMyPic
(grazie a Salvatore)

4 gennaio 2008

Chevvelodicoaffà...

Mi sono accorto che è parecchio tempo che non scrivo un post su musica e derivati.
Il fatto è che sono in fase "back to the past" e sto recuperando ascolti di roba che ha praticamente la mia età, o forse anche qualche anno in più.
Quindi mi dico: non ha senso scrivere post su roba famosissima e vecchissima, che informazione sarebbe? Però tutto sommato a qualcuno può capitare di avere voglia di ascoltare (o addirittura comprare, pensa te) qualcosa e di non sapere cosa prendere.
Perciò condivido i miei ascolti attuali proponendoli come suggerimento per quando vi trovate nella condizione di "vorrei prendere qualcosa, ma non so cosa...":

Led Zeppelin - i primi 4 (cioè Led Zeppelin I, II, III e IV). Dischi assolutamente fantastici, l'hard-rock alle sue origini. E sembrava che questi quattro tizi avessero già inventato tutto.

The Beatles - gli ultimi 4 LP (cioè Revolver, Sgt. Pepper, White Album e Abbey Road). I dischi della fase psichedelica dei Beatles. Ognuno a suo modo magnifico, solo il WA è un po' prolisso e frammentario, ma contiene una delle più belle canzoni di sempre, "While my guitar gently weeps". Assolutamente da conoscere tutti, peccato che in negozio si continuino a trovare a 20 euro. Poi si lamentano...

Pink Floyd - i primi 2 (cioè The piper e Saucerful of Secrets). Quando i Pink Floyd non erano ancora quel carrozzone presuntuoso che sarebbero diventati poco dopo (da Dark Side in poi). Psichedelia d'avanguardia che fa impallidire ancora oggi qualsiasi effetto speciale.

David Bowie - Low. Cioè quando il Duca Bianco incontrò Brian Eno. Ne venne fuori un album (in realtà tre, la cosiddetta trilogia berlinese, ma questo è il primo) anomalo, in bilico tra rock e spunti elettronici, spigoloso, poco pop.

3 gennaio 2008

Muriel Barbery - L'eleganza del riccio

È stato il mio penultimo libro letto nel 2007 (dell’ultimo, altrettanto bello, parlerò a breve), divorato praticamente tutto durante lunghe ore passate in rumorose sale d’attesa. Questo dettaglio solo per dire che tra i vari pregi che ha c’è quello di essere sufficientemente coinvolgente da indurre all’isolamento pure in situazioni poco adatte alla lettura.
È scritto in prima persona da due protagoniste diverse (alternando capitoli relativi all’una e all’altra) che vivono nello stesso palazzo di una zona elegante di Parigi. Una (che poi è il personaggio principale) è la portinaia, l’altra, di poco secondaria, è la figlia di facoltosi inquilini del signorile edificio. Entrambe però incarnano i loro ruoli solo superficialmente e tengono ben nascosta la loro vera identità di persone eccezionalmente colte e sensibili, facendo tutto il possibile affinché le altre persone si fermino solo all’apparenza, cosa che peraltro gli riesce benissimo grazie alla superficialità degli altri personaggi.
L’autrice è una professoressa di filosofia e dalle pagine del libro si capisce piuttosto chiaramente che questa non deve essere solo una professione, ma un’autentica passione. Infatti, in un contesto tutto sommato leggero come possono essere le vicende di due personaggi inseriti loro malgrado in un contesto troppo borghese per i loro gusti, si dipanano ad ogni pretesto riflessioni di carattere filosofico che vanno dalla sociologia, alle lotte di classe, all’Arte. È soprattutto quest'ultimo l’aspetto che più viene analizzato e approfondito soprattutto dalla portinaia, toccandone più volte forme diverse: cinema, musica e letteratura in primis.
Tenuto presente che non si tratta né di un libro di pura avventura ne’ di un saggio filosofico, l’autrice è sufficientemente sapiente nel mantenere un buon equilibrio tra questi due ingredienti, da evitare il rischio della noia su entrambi i fronti. Per forza di cose però al di là delle due protagoniste principali (anzi, a ben pensarci, soprattutto una delle due, la portinaia), gli altri personaggi sono dipinti un po’ troppo come macchiette, interpretando senza troppe sfumature i ruoli assegnati di ricchi snob. Questo aspetto, pur essendo di per sè veniale, acquista un peso maggiore per il continuo riferimento a Tolstoij, un tizio che non aveva il timore di scrivere migliaia di pagine pur di mostrarci le molteplici e inevitabili sfaccettature dell’animo umano.
Al di là di questo comunque rimane un bel libro, non un capolavoro magari, ma senz’altro abbastanza piacevole da meritare di essere letto.
E poi, lo ammetto, a me è capitato, si finisce davvero con l’affezionarsi a quella strana portinaia che sotto il suo vestito da qualche euro e le ciabatte d’ordinanza nasconde il tesoro di un animo nobile forse pure più di noi stessi.

23 dicembre 2007

Missione compiuta

E' col petto gonfio d'orgoglio che posso annunciare che Venerdì 21 alle 10.53 è nato Francesco, il mio terzogenito.
Ci dovrebbero essere tantissime cose da dire, ma mi sembra che ognuna di esse non sarebbe in grado neanche lontanamente di descrivere quello che provo.
Mi affido alla vostra immaginazione.

19 dicembre 2007

Sto per fare un certo passettino...

Come sa chi mi conosce personalmente, nei prossimi giorni avrò qualche piccolo impegno, per cui temo che per un po' non aggiornerò il blog.
Penso che ci si rileggerà nel 2008, ma se mi riesce cercherò di farmi vivo prima.
Citando il buon Truman sulla soglia della porta che lo introduce alla sua nuova vita: "Buongiorno! E nel caso non dovessimo rivederci, buon pomeriggio, buona sera e buona notte!"

17 dicembre 2007

Sulla regina d'Inghilterra


Non so se avete mai pensato alla regina di Inghilterra. Personalmente, ma penso di essere in gran compagnia, praticamente mai. O meglio, chissà quanto tempo fa mi ero inoltrato in qualche ragionamento o discussione o lettura da cui scaturiva l’assurdità di un’istituzione costosa ed inutile come quello della monarchia, e questo me l’aveva cristallizzata in una visione negativa che di fatto non avevo mai sottoposto a verifica. Più che altro perché proprio non me ne fregava nulla.
Fino a un mese fa.
Nelle mie visioni serali di film registrati mi sono infatti imbattuto in The Queen, il film di Stephen Frears che narra in giorni vissuti appunto dalla regina Elisabetta II nell’immediato della morte di Diana. Il tema forte è quello della caparbietà con cui la famiglia reale riesce a rimanere altezzosamente distante dal dolore popolare di quei giorni, a lungo refrattaria ai richiami di stampa e istituzioni democratiche (Tony Blair, allora appena nominato primo ministro, in testa) a mostrare segni di umana pietà per la scomparsa della ex principessa.
Oltre a questo però, il film dipinge efficacemente il ritratto del carattere della regina, talmente aristocratico e superiore da non riuscire neanche più antipatico. Fa tornare in mente che l’etimologia della parola snob è sine nobilitate, senza nobiltà, cioè quell’atteggiamento di chi, non essendo effettivamente di sangue nobile, deve assumere pose di disprezzo e soprattutto di distacco dalla plebe, come unico mezzo per non essere mai confuso con essa.
La conseguenza è che la regina di Inghilterra, una delle persone di lignaggio aristocratico più alto del mondo, non può essere snob. E nel film questo si nota bene: la regina è colta, misurata, elegante, ma pure dotata di senso pratico, usa la borsa dell’acqua calda, guida la jeep, non si trattiene dal darsi della stupida quando rimane in panne.
Sarà forse perché a me la storia di Diana ha sempre dato la nausea per la sua sdolcinatezza a 360 gradi, ma alla fine Elisabetta finisce pure con lo starmi simpatica.

Dopo il film mi è capitato di trovare in libreria l’ultimo libro di Alan Bennet, La sovrana lettrice, che racconta sempre di lei, ma questa volta alle prese con l’infatuazione per i libri, sindrome che io conosco abbastanza bene, ma che ovviamente lei si ritrova a vivere in maniera regale (uncommon dice il titolo del libro in lingua originale).
Anche in questo caso il tema forte del racconto (perché poco più di un racconto si tratta, una novantina di pagine) è quello dell’impatto sugli affari della famiglia reale di questa nuova e irrefrenabile passione della sovrana, ma l’aspetto che più mi ha conquistato è la descrizione del suo stile di vita al di sopra di tutto e di tutti mettendo l’accento sulla naturalezza di questa sua superiorità. Per esempio, tra le tante considerazioni, si descrive il fatto che pur essendo una persona che per il suo ruolo ha viaggiato forse più di chiunque altro nel mondo, lei non ha mai e poi mai dovuto dedicare un solo pensiero alla preparazione dei bagagli. Ma, e qui si torna al discorso di sopra, non per un suo snobismo che le farebbe dire “Io di queste questioni non mi voglio occupare”, bensì per il semplice fatto che lei non l’ha mai fatto, un esercito di servitori se ne occupa per lei e lei non è tenuta a preoccuparsi del lavoro che implica ogni suo spostamento, c’è un altro esercito di persone, a partire dal consorte, pronta al dissuaderla dal farlo.

Ora, per finire, voglio precisare come stanno realmente le cose, perché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare: il merito della gradevolezza di film e libro vanno ovviamente ai rispettivi autori. Entrambi inglesi hanno saputo non solo cogliere e trasmettere con garbo e intelligenza gli aspetti più tipicamente british delle vicende narrate.
A questo proposito un’annotazione in più per Alan Bennett: i suoi libri vengono definiti come spassosi, divertentissimi. A me queste descrizioni lasciano sempre stupefatto: per quanto trovi gustosi e piacevoli i suoi libri, non riesco mai ad andare oltre un lieve sorriso; pure cercando di immedesimarmi nelle situazioni, pur cercando di dipingere meglio che posso nella mia mente i personaggi che le vivono, il massimo che riescono a strapparmi è un’increspatura del labbro, un lieve sbuffo che altera il ritmo della respirazione.

Questo è umorismo, signori, genuine british humor.

12 dicembre 2007

Addobbi

Si sa che la paternità implica una tale assunzione di responsabilità da proiettare chiunque sia dotato di un minimo di buon senso nell’età adulta più efficacemente di un teletrasporto di Star Trek. La contropartita è che in particolari occasioni si torna ad essere autorizzati a rivivere infantili entusiasmi per i quali, se uno non avesse l’alibi dei figli, dovrebbe provare almeno un minimo di imbarazzo.
Così sabato scorso, come da tradizione consolidata da ben 6 anni, abbiamo addobbato la casa per il Natale, rendendola un’americanata che neanche nelle peggiori soap opera. Il tutto condito dal raccapricciante spettacolo del sottoscritto alle prese con canti natalizi interpretati con voce profonda da crooner. Dopo non molto sono stato messo al silenzio e sostituito dal CD di “Christmas with Frank Sinatra & Bing Crosby”, pensa un po’.

Questa è la scala, conciata così fa molto middle-class:

L’albero indoor:

L’albero outdoor:

E, chicca kitsch 2007, il Babbone Natale gonfiabile. Nella foto non si vede bene, ma è pure illuminato dentro:

11 dicembre 2007

L’eterno splendore della mente immacolata

Dicono che per un attore sia più difficile fare ridere che far piangere. Penso che per certi versi sia vero, soprattutto in teatro, a meno ovviamente di comicità involontaria, ma quella non fa ridere, fa pena.
Ancora più difficile penso che sia, per un attore che è riuscito a fare ridere, riuscire a smetterla e ad essere preso sul serio in altri ruoli. Ne sanno qualcosa i nostri Albanese, Faletti, Villaggio e compagnia. E se venisse a farsi un giro in Italia, pure Jim Carrey si renderebbe conto di quanto è complicato abbandonare certi cliché, soprattutto quando hanno fatto fruttare soldi a palate a migliaia di persone, da lui stesso in primis, fino ai parcheggiatori intorno ai cinema in cui si proiettavano i film della serie Ace Ventura.
Succede infatti che un suo film di qualche tempo fa il cui titolo originale è più o meno tradotto nel titolo di questo post, sia stato reso in italiano con la frase “Se mi lasci ti cancello” che evocando commediole da cassetta tipo Se scappi ti sposo, unito alla presenza dell’attore famoso per le sue smorfie e atteggiamenti da Scemo e più scemo, venga così spacciato per commedia romantica*. The eternal sunshine of the spotless mind è invece un film magari sentimentale, ma tutt’altro che allegro, anzi, pur non raggiungendo il vero dramma, ha uno svolgimento triste e malinconico ed è interpretato da tutti i protagonisti in maniera del tutto convincente e toccante.
Il tema centrale della storia è la possibilità, attuata da una società con quello scopo nella ragione sociale, la Lacuna, di cancellare dalla propria memoria il ricordo di una persona. Da questa premessa parrebbe trattarsi di un film di fantascienza, ma in effetti questo è l’unico esercizio di sospensione dell’incredulità che viene richiesto allo spettatore. Tutto il resto è assolutamente realistico e plausibile, e mostra una realtà comune a chiunque abbia vissuto l’esperienza di una storia d’amore che nasce sfolgorante per poi attenuarsi e spegnersi lentamente lasciando troppe cicatrici e amarezze.
La narrazione oscilla tra la realtà e ciò che succede nella mente di Joel col progressivo disgregarsi dei ricordi legati a Clementine e soprattutto queste parti immergono lo spettatore in un mondo bizzarro e incoerente reso benissimo da una sceneggiatura impeccabile. “Ecco cosa deve fare un film” mi sono trovato a pensare mentre assistevo a quelle scene “regalare al pubblico una realtà speciale”. A mente fredda non confermerei in toto questa affermazione, ma in quel momento l’ho pensato con entusiasmo.
Ah già, non mancano poi tutti gli ingredienti che fanno di un film un gran film, ho già detto dell’ottima interpretazione degli attori, la fotografia, la sceneggiatura non lineare e perfetta, la colonna sonora…
Il film è del 2004, vecchiotto come tutti i film che vedo ultimamente, ma da poco è uscito il dvd a pochi euro, in edizione speciale. Acquisto consigliato (per chi compra le cose, ovviamente, agli altri consiglio comunque di metterlo in coda su e-mule).

Infine, per rendere ulteriore giustizia al titolo originale, riporto il brano della poesia di Alexander Pope (citata nel film) da cui è tratto:

How happy is the blameless vestal's lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray'r accepted, and each wish resign'd.

[*] Non siamo nuovi a queste trovate: rimane in vetta alla mia classifica (ma quello in questione si avvicina parecchio) un film di Truffaut del 1970, Domicile conjugal che era stato tradotto in “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” per essere contrabbandato come pecoreccia commedia sexy.

10 dicembre 2007

Marco Parente – Neve Ridens

In realtà i dischi sono 2, e si chiamano rispettivamente Neve Ridens e Neve Ridens. La differenza sta solo nella grafia, il primo, quello del 2005 ha la seconda parola barrata, il secondo, del 2006, la prima. Le ragioni artistiche di questa scelta mi sono ignote, ma dal punto di vista pratico posso immaginare che possano causare qualche disguido:
“Voglio Neve Ridens di Marco Parente, per favore” dico al commesso.
“Ecco”, mi fa, e, invece di porgermi quello che voglio, mi da l’altro.
“No, scusi, non questo, io volevo Neve Ridens”
“Eh, Neve Ridens c’è scritto, guardi”
“E no! Questo ha la parola Ridens cancellata, io voglio quello con i graffi sulla parola Neve”
E il commesso, che magari non sa di questa trovata di Marco Parente, mi guarda come se fossi scemo.
Analogamente potrei creare una situazione di imbarazzo con un commesso competente e un cliente poco informato, ma più o meno l’effetto sarebbe lo stesso. E sono sicuro che, se non proprio l’autore magari il produttore, a queste situazioni ci hanno pensato. E si sono pure divertiti a mimare una scena: “Lei pensa di prendermi per il culo?” “Ma va, imbecille, informati!” e giù schiaffoni.
Ma al di là di questo, mi preme davvero tanto parlare di questi due dischi.

Marco Parente calca le scene già da molto tempo, inizialmente con il giro dei CSI, suonando la batteria in Ko de Mondo e Linea Gotica (si parla di metà anni ’90), poi inizia a registrare a nome suo, non smettendo comunque mai di collaborare con altri artisti più o meno famosi come Cristina Donà o gli Afterhours, ed è un questa veste, nel comparire spesso nelle note di copertina dei loro dischi che mi ha reso il suo nome familiare, ma niente più, non sapevo neanche che faccia potesse avere.
Poi, qualche tempo fa, non so perché, non so come, mi sono incominciato a chiedere se davvero non si riuscisse a trovare in Italia un cantautore davvero valido che non fosse uno dei grandi nomi del passato. Ammetto la mia ignoranza, ma a guardarmi intorno vedevo un paesaggio davvero desolante, popolato da personaggi troppo attenti alla posizione in classifica o a consolidare remoti successi che a inventare nuova musica. In un negozio di dischi, di quelli che mettono a disposizione delle cuffie per ascoltare i cd in vendita, ho dato un ascolto alle tracce del secondo album.
Folgorazione! Finalmente qualcosa di interessante.
L’ho comprato e inserito nel lettore in macchina. C’è stato una settimana buona, oggetto di ripetuti e ammirati ascolti.
Documentandomi ho scoperto che questo cd è la seconda parte di un lavoro in due atti, Neve Ridens con le già citate differenze grafiche. Ho acquistato quindi pure il primo e gli ho riservato lo stesso trattamento di ascolto iterato.
Sono due album abbastanza omogenei, tanto da fare sorgere spontanea la domanda su perché non si sia pensato ad un album doppio; le risposte possono essere anche meramente commerciali (un album doppio di un quasi Mr. Nessuno chi se lo compra?), ma in effetti i due cd hanno un approccio sufficientemente diverso da giustificarne almeno la ripartizione. Il primo infatti è più melodico, mentre il secondo si colloca degnamente in quell’etichetta di songwriting adottata da chi con cantautorato intende i lavori dei mostri sacri del passato.
In effetti non siamo più in ambito di canzoni chitarra-voce strutturate su schemi strofa-ritornello ad accompagnare messaggi in forma di testo. Siamo nell’ambito dell’evoluzione più moderna di quell’approccio: arrangiamenti sofisticati, strumentazione inusuale, testi al limite dell’intelligibile, strutture complesse e stratificate. C’è pure passione, quel sangue&sudore che è ingrediente fondamentale per chi cerca di trasmettere se stesso attraverso i suoni e la musica, ci sono sussurri, ci sono rumori, ci sono dissonanze… Ma c’è pure melodia (non banale), ritmi accattivanti e testi da canticchiare. Però non è tutto lì, ed è questa la differenza con quel desolante panorama di cui dicevo prima. L’unico appunto che sento di fargli è che scivola un po’ troppo verso i Radiohead di qualche tempo fa. Peccato veniale però, primo perché i Radiohead di qualche tempo fa producevano cose meravigliose e secondo perché queste scivolate sono sinceramente poche (3, 4 sui due dischi). Prendiamole come citazioni, va.

5 dicembre 2007

Come io vedo il mondo

Ho appena finito di leggere il libro qui a fianco. Si tratta de "L'illusione di Dio", l'ultimo libro pubblicato in Italia da Richard Dawkins.
Dawkins è un biologo inglese che è considerato uno dei maggiori scienziati darwinisti del mondo (e forse, dopo la morte di Stephen Jay Gould, il maggiore) e che ha sempre fatto un'encomiabile opera di divulgazione scrivendo libri interessantissimi che forniscono una descrizione molto approfondita, sebbene comprensibile anche ai non addetti ai lavori, della teoria dell'evoluzione.
Questa sua posizione l'ha messo quindi in aperto contrasto con quelle frange religiose che, bibbia alla mano, sostengono la teoria del creazionismo, cioè l'ipotesi secondo cui la terra è stata creata in sette giorni, popolata in un giorno di tutte le specie che possiamo vedere oggi (e che quindi non hanno subito evoluzione alcuna, ma sono state concepite proprio così), ha qualche migliaio di anni di vita e così via.
L'essere coinvolto (direi suo malgrado) in questo tipo di dibattito, ha fatto di Dawkins una specie di paladino della laicità, o meglio, proprio dell'ateismo.
In questo libro lo scienziato abbandona quindi (temporaneamente credo) il suo ruolo di scienziato per affrontare il tema dell'esistenza di Dio, della religione, della fede, dell'etica e di tutte le tematiche correlate all'esperienza religiosa in senso lato.
La sua posizione, è quasi inutile dirlo, è quella di negazione totale dell'esistenza del trascendente in generale e di un Dio personale in particolare. Nello snodarsi dell'esposizione, Dawkins sostiene il diritto della scienza a dire la propria sull'esistenza di Dio, magari non arrivando a negarla con certezza, ma almeno a giudicarla ipotesi altamente improbabile. Tanto improbabile quanto una teiera in porcellana in orbita intorno al sole tra la Terra e Marte: magari è difficile o impossibile dimostrarne l'inesistenza, ma altrettanto difficile sostenerne la veridicità (l'idea della teiera orbitante è di Bertrand Russell, più volte citato nel libro).
Gli argomenti toccati sono poi molti altri e tutti di portata sicuramente notevole, quali l'educazione dei bambini, le origini socio-biologiche della religione, l'etica, la morale descritta nella Bibbia, la deriva del fondamentalismo e via dicendo.
E' interessante poi, soprattutto per noi italiani, leggere dell'opinione che ha, da ateo più vicino al protestantesimo che alla Chiesa di Roma, di certi rituali o consuetudini cattoliche, quali, su tutte, i processi di santificazione, i miracoli e il politeismo (trinità, Madonna, santi, angeli, cherubini...) che di fatto impregnano la cultura religiosa dalle nostre parti.
E' un libro intelligente, inoppugnabile (per me) nelle premesse e (oggettivamente) nelle conclusioni, che non si preoccupa di nascondersi dietro l'immotivato rispetto che sarebbe da attribuire alle fedi religiose e alla sensibilità dei credenti, ma espone in maniera pacata e coerente la posizione di chi credente non è, ed è fiero di esserlo.

Ogni tanto capita che io venga a trovarmi coinvolto in discussioni che riguardano la mia risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto. Beh, d'ora in poi potrò dire, anche a chi non mi è abbastanza vicino da affrontare certi discorsi con me dopo cena, che con ottima approssimazione, la mia visione delle cose coincide con quanto potete trovare in queste pagine.

3 dicembre 2007

El Guapo - Super/System

È uno dei leit-motiv di chi ascolta musica indie: ciò che ha successo è da disprezzare. È sicuramente un punto di vista molto snob, piuttosto antipatico e pure un po’ supponente, però bisogna riconoscere che ha un suo fondamento. In poche parole si basa sul fatto che il gusto medio, quello che costituisce i grandi numeri e quindi il successo, è basato su un grado di competenza per forza di cose molto superficiale. Non mi riferisco solo alla musica ovviamente, ma pure alla letteratura, al cinema, alla pittura e pure, uscendo dall’ambito più rigirosamente artistico, pure allo sport, alle auto, alla moda, alla cucina [sto palesemente cercando solidarietà: provate a pensare qual è il campo in cui vi sentite più ferrati della media e valutate quanto sono diverse le vostre preferenze rispetto a quelle della maggioranza delle persone]. Sembra esserci una legge matematica che soggiace a questa constatazione, ma forse è solo sociologia: non abbiamo la possibilità materiale di approfondire tutto quello che ci interessa e quindi siamo superficiali nella maggior parte dei casi (se va bene. Volendo possiamo anche essere superficiali su tutto). Ed essere superficiali significa pure essere più esposti agli stimoli promozionali e commerciali che hanno una ragione di essere nella semplicissima constatazione che la fruizione dei nostri interessi ha pure un risvolto economico, cioè siamo disposti a pagare per soddisfare le nostre curiosità e tanto meno siamo smaliziati, tanto più siamo inclini ad accettare consigli e suggerimenti da sirene pubblicitarie e propagandistiche.
Un corollario all’equazione di successo = di bassa qualità è l’affermazione se possibile ancora più snob che, viceversa, ciò che è di nicchia e poco apprezzato dal grande pubblico è automaticamente apprezzabile. Questa è un’affermazione che, sebbene possa essere in un certo senso seducente, all’atto pratico trova talmente tante eccezioni da rivelarsi del tutto infondata. Basti pensare a tutta l’immondizia che infesta qualsiasi campo dello scibile, che è talmente di basso livello da non potere neanche essere gradita dai fruitori più distratti. E pure, dato che sono convinto che il successo di pubblico sia determinato in buona misura dalla spinta promozionale, è sufficiente che questa spinta non ci sia perché la visibilità di un prodotto sia pressoché nulla, a prescindere dal suo valore effettivo.
Eppure rimango convinto che sia proprio nel troppo vasto mondo del misconosciuto che si trovino le gemme più preziose ed è per questo motivo che negli ambiti in cui sono più appassionato, la musica per esempio, cerco con brama qualsiasi indicazione o dritta che mi possa svelare qualcuno di questi tesori.
Una delle mie bussole preferite in questo ambito è un libro che si intitola “Rock e altre contaminazioni”, scritto dai giornalisti di Blow Up (mia bussola mensile) che ha la pretesa di elencare e descrivere i 600 album a dir loro fondamentali per comprendere l’evoluzione e la storia del rock (lo potete trovare qui). Va da sé che, di queste sei centinaia di dischi, si possano contare sulle dita quelli che hanno riscosso un vero ed universale successo commerciale, per cui, anche solo per scoprire nuovi nomi, trovo che sia un libro interessantissimo. Ma magari ci tornerò su più in dettaglio un’altra volta.

Oggi mi preme condividere una scoperta che ho fatto grazie ad esso. Si tratta degli El Guapo, un trio proveniente dalla zona di Washington D.C. che ha fatto questo disco talmente poco diffuso da essere persino difficile da recuperare dai percorsi p2p. Lo sto ascoltando da qualche giorno e mi sento travolto dall’entusiasmo per la scoperta di una tale meraviglia. Non mi è facile descrivere di cosa si tratta, perché è una cosa che io non avevo mai sentito. Certe eco ci sono, danno dei riferimenti, e si orientano nell’ambito di una rielaborazione della new-wave, ma sono talmente rimaneggiati alla luce non solo di quello che è venuto dopo (techno, noise, post-rock…), ma pure da quello che c’era prima e che la new-wave, proprio nel suo essere “new”, aveva ripudiato: prog, kraut, pure jazz e jazz-rock e qualche strizzata d’occhio al buon vecchio Zappa, il tutto talmente ristrutturato, dicevo, da perdere qualsiasi connotazione di nostalgico revival.
Ne è venuto fuori un lavoro composto da ben diciotto tracce, alcune a dire il vero brevissime, ma che devono la loro concisione non all’essere dei riempitivi quanto al fatto di essere sufficienti a se stesse, dall’essere un discorso che non richiede ulteriori sviluppi. Le tracce invece di lunghezza più usuale hanno solo questa in comune a canzoni ordinaria fattura: fin dalle prime battute rivelano strutture sghembe, a volte complesse e a volte scarne ma mai, in nessun modo, banali e che evolvono puntualmente verso derive affascinanti.
Ritornando al discorso iniziale, la scarsissima visibilità (ho faticato davvero parecchio a procurarmelo) di un lavoro come questo, è molto probabilmente e semplicemente dovuta ad una esiguità di mezzi finanziari di chi l’ha prodotto, scarsa possibilità di promozione, pure in ambiti specialistici, assenza di video, bassa propensione al divismo degli autori, ma è pure imputabile, e qui salta fuori l’orgoglio snob, ad una sua elevata sofisticazione, troppo elevata per essere apprezzabile senza un’adeguata conoscenza delle possibilità dell’espressione musicale.
Chiaro che io, proprio per orgoglio, preferisco propendere per la seconda motivazione, ma insisto col dire che non si tratta solo di autocompiacimento: sono davvero convinto di essere alle prese con un capolavoro e ho bisogno di giustificazioni di vario tipo per comprendere perché non sia conosciuto ed apprezzato per quel che merita.