3 gennaio 2008

Muriel Barbery - L'eleganza del riccio

È stato il mio penultimo libro letto nel 2007 (dell’ultimo, altrettanto bello, parlerò a breve), divorato praticamente tutto durante lunghe ore passate in rumorose sale d’attesa. Questo dettaglio solo per dire che tra i vari pregi che ha c’è quello di essere sufficientemente coinvolgente da indurre all’isolamento pure in situazioni poco adatte alla lettura.
È scritto in prima persona da due protagoniste diverse (alternando capitoli relativi all’una e all’altra) che vivono nello stesso palazzo di una zona elegante di Parigi. Una (che poi è il personaggio principale) è la portinaia, l’altra, di poco secondaria, è la figlia di facoltosi inquilini del signorile edificio. Entrambe però incarnano i loro ruoli solo superficialmente e tengono ben nascosta la loro vera identità di persone eccezionalmente colte e sensibili, facendo tutto il possibile affinché le altre persone si fermino solo all’apparenza, cosa che peraltro gli riesce benissimo grazie alla superficialità degli altri personaggi.
L’autrice è una professoressa di filosofia e dalle pagine del libro si capisce piuttosto chiaramente che questa non deve essere solo una professione, ma un’autentica passione. Infatti, in un contesto tutto sommato leggero come possono essere le vicende di due personaggi inseriti loro malgrado in un contesto troppo borghese per i loro gusti, si dipanano ad ogni pretesto riflessioni di carattere filosofico che vanno dalla sociologia, alle lotte di classe, all’Arte. È soprattutto quest'ultimo l’aspetto che più viene analizzato e approfondito soprattutto dalla portinaia, toccandone più volte forme diverse: cinema, musica e letteratura in primis.
Tenuto presente che non si tratta né di un libro di pura avventura ne’ di un saggio filosofico, l’autrice è sufficientemente sapiente nel mantenere un buon equilibrio tra questi due ingredienti, da evitare il rischio della noia su entrambi i fronti. Per forza di cose però al di là delle due protagoniste principali (anzi, a ben pensarci, soprattutto una delle due, la portinaia), gli altri personaggi sono dipinti un po’ troppo come macchiette, interpretando senza troppe sfumature i ruoli assegnati di ricchi snob. Questo aspetto, pur essendo di per sè veniale, acquista un peso maggiore per il continuo riferimento a Tolstoij, un tizio che non aveva il timore di scrivere migliaia di pagine pur di mostrarci le molteplici e inevitabili sfaccettature dell’animo umano.
Al di là di questo comunque rimane un bel libro, non un capolavoro magari, ma senz’altro abbastanza piacevole da meritare di essere letto.
E poi, lo ammetto, a me è capitato, si finisce davvero con l’affezionarsi a quella strana portinaia che sotto il suo vestito da qualche euro e le ciabatte d’ordinanza nasconde il tesoro di un animo nobile forse pure più di noi stessi.

23 dicembre 2007

Missione compiuta

E' col petto gonfio d'orgoglio che posso annunciare che Venerdì 21 alle 10.53 è nato Francesco, il mio terzogenito.
Ci dovrebbero essere tantissime cose da dire, ma mi sembra che ognuna di esse non sarebbe in grado neanche lontanamente di descrivere quello che provo.
Mi affido alla vostra immaginazione.

19 dicembre 2007

Sto per fare un certo passettino...

Come sa chi mi conosce personalmente, nei prossimi giorni avrò qualche piccolo impegno, per cui temo che per un po' non aggiornerò il blog.
Penso che ci si rileggerà nel 2008, ma se mi riesce cercherò di farmi vivo prima.
Citando il buon Truman sulla soglia della porta che lo introduce alla sua nuova vita: "Buongiorno! E nel caso non dovessimo rivederci, buon pomeriggio, buona sera e buona notte!"

17 dicembre 2007

Sulla regina d'Inghilterra


Non so se avete mai pensato alla regina di Inghilterra. Personalmente, ma penso di essere in gran compagnia, praticamente mai. O meglio, chissà quanto tempo fa mi ero inoltrato in qualche ragionamento o discussione o lettura da cui scaturiva l’assurdità di un’istituzione costosa ed inutile come quello della monarchia, e questo me l’aveva cristallizzata in una visione negativa che di fatto non avevo mai sottoposto a verifica. Più che altro perché proprio non me ne fregava nulla.
Fino a un mese fa.
Nelle mie visioni serali di film registrati mi sono infatti imbattuto in The Queen, il film di Stephen Frears che narra in giorni vissuti appunto dalla regina Elisabetta II nell’immediato della morte di Diana. Il tema forte è quello della caparbietà con cui la famiglia reale riesce a rimanere altezzosamente distante dal dolore popolare di quei giorni, a lungo refrattaria ai richiami di stampa e istituzioni democratiche (Tony Blair, allora appena nominato primo ministro, in testa) a mostrare segni di umana pietà per la scomparsa della ex principessa.
Oltre a questo però, il film dipinge efficacemente il ritratto del carattere della regina, talmente aristocratico e superiore da non riuscire neanche più antipatico. Fa tornare in mente che l’etimologia della parola snob è sine nobilitate, senza nobiltà, cioè quell’atteggiamento di chi, non essendo effettivamente di sangue nobile, deve assumere pose di disprezzo e soprattutto di distacco dalla plebe, come unico mezzo per non essere mai confuso con essa.
La conseguenza è che la regina di Inghilterra, una delle persone di lignaggio aristocratico più alto del mondo, non può essere snob. E nel film questo si nota bene: la regina è colta, misurata, elegante, ma pure dotata di senso pratico, usa la borsa dell’acqua calda, guida la jeep, non si trattiene dal darsi della stupida quando rimane in panne.
Sarà forse perché a me la storia di Diana ha sempre dato la nausea per la sua sdolcinatezza a 360 gradi, ma alla fine Elisabetta finisce pure con lo starmi simpatica.

Dopo il film mi è capitato di trovare in libreria l’ultimo libro di Alan Bennet, La sovrana lettrice, che racconta sempre di lei, ma questa volta alle prese con l’infatuazione per i libri, sindrome che io conosco abbastanza bene, ma che ovviamente lei si ritrova a vivere in maniera regale (uncommon dice il titolo del libro in lingua originale).
Anche in questo caso il tema forte del racconto (perché poco più di un racconto si tratta, una novantina di pagine) è quello dell’impatto sugli affari della famiglia reale di questa nuova e irrefrenabile passione della sovrana, ma l’aspetto che più mi ha conquistato è la descrizione del suo stile di vita al di sopra di tutto e di tutti mettendo l’accento sulla naturalezza di questa sua superiorità. Per esempio, tra le tante considerazioni, si descrive il fatto che pur essendo una persona che per il suo ruolo ha viaggiato forse più di chiunque altro nel mondo, lei non ha mai e poi mai dovuto dedicare un solo pensiero alla preparazione dei bagagli. Ma, e qui si torna al discorso di sopra, non per un suo snobismo che le farebbe dire “Io di queste questioni non mi voglio occupare”, bensì per il semplice fatto che lei non l’ha mai fatto, un esercito di servitori se ne occupa per lei e lei non è tenuta a preoccuparsi del lavoro che implica ogni suo spostamento, c’è un altro esercito di persone, a partire dal consorte, pronta al dissuaderla dal farlo.

Ora, per finire, voglio precisare come stanno realmente le cose, perché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare: il merito della gradevolezza di film e libro vanno ovviamente ai rispettivi autori. Entrambi inglesi hanno saputo non solo cogliere e trasmettere con garbo e intelligenza gli aspetti più tipicamente british delle vicende narrate.
A questo proposito un’annotazione in più per Alan Bennett: i suoi libri vengono definiti come spassosi, divertentissimi. A me queste descrizioni lasciano sempre stupefatto: per quanto trovi gustosi e piacevoli i suoi libri, non riesco mai ad andare oltre un lieve sorriso; pure cercando di immedesimarmi nelle situazioni, pur cercando di dipingere meglio che posso nella mia mente i personaggi che le vivono, il massimo che riescono a strapparmi è un’increspatura del labbro, un lieve sbuffo che altera il ritmo della respirazione.

Questo è umorismo, signori, genuine british humor.

12 dicembre 2007

Addobbi

Si sa che la paternità implica una tale assunzione di responsabilità da proiettare chiunque sia dotato di un minimo di buon senso nell’età adulta più efficacemente di un teletrasporto di Star Trek. La contropartita è che in particolari occasioni si torna ad essere autorizzati a rivivere infantili entusiasmi per i quali, se uno non avesse l’alibi dei figli, dovrebbe provare almeno un minimo di imbarazzo.
Così sabato scorso, come da tradizione consolidata da ben 6 anni, abbiamo addobbato la casa per il Natale, rendendola un’americanata che neanche nelle peggiori soap opera. Il tutto condito dal raccapricciante spettacolo del sottoscritto alle prese con canti natalizi interpretati con voce profonda da crooner. Dopo non molto sono stato messo al silenzio e sostituito dal CD di “Christmas with Frank Sinatra & Bing Crosby”, pensa un po’.

Questa è la scala, conciata così fa molto middle-class:

L’albero indoor:

L’albero outdoor:

E, chicca kitsch 2007, il Babbone Natale gonfiabile. Nella foto non si vede bene, ma è pure illuminato dentro:

11 dicembre 2007

L’eterno splendore della mente immacolata

Dicono che per un attore sia più difficile fare ridere che far piangere. Penso che per certi versi sia vero, soprattutto in teatro, a meno ovviamente di comicità involontaria, ma quella non fa ridere, fa pena.
Ancora più difficile penso che sia, per un attore che è riuscito a fare ridere, riuscire a smetterla e ad essere preso sul serio in altri ruoli. Ne sanno qualcosa i nostri Albanese, Faletti, Villaggio e compagnia. E se venisse a farsi un giro in Italia, pure Jim Carrey si renderebbe conto di quanto è complicato abbandonare certi cliché, soprattutto quando hanno fatto fruttare soldi a palate a migliaia di persone, da lui stesso in primis, fino ai parcheggiatori intorno ai cinema in cui si proiettavano i film della serie Ace Ventura.
Succede infatti che un suo film di qualche tempo fa il cui titolo originale è più o meno tradotto nel titolo di questo post, sia stato reso in italiano con la frase “Se mi lasci ti cancello” che evocando commediole da cassetta tipo Se scappi ti sposo, unito alla presenza dell’attore famoso per le sue smorfie e atteggiamenti da Scemo e più scemo, venga così spacciato per commedia romantica*. The eternal sunshine of the spotless mind è invece un film magari sentimentale, ma tutt’altro che allegro, anzi, pur non raggiungendo il vero dramma, ha uno svolgimento triste e malinconico ed è interpretato da tutti i protagonisti in maniera del tutto convincente e toccante.
Il tema centrale della storia è la possibilità, attuata da una società con quello scopo nella ragione sociale, la Lacuna, di cancellare dalla propria memoria il ricordo di una persona. Da questa premessa parrebbe trattarsi di un film di fantascienza, ma in effetti questo è l’unico esercizio di sospensione dell’incredulità che viene richiesto allo spettatore. Tutto il resto è assolutamente realistico e plausibile, e mostra una realtà comune a chiunque abbia vissuto l’esperienza di una storia d’amore che nasce sfolgorante per poi attenuarsi e spegnersi lentamente lasciando troppe cicatrici e amarezze.
La narrazione oscilla tra la realtà e ciò che succede nella mente di Joel col progressivo disgregarsi dei ricordi legati a Clementine e soprattutto queste parti immergono lo spettatore in un mondo bizzarro e incoerente reso benissimo da una sceneggiatura impeccabile. “Ecco cosa deve fare un film” mi sono trovato a pensare mentre assistevo a quelle scene “regalare al pubblico una realtà speciale”. A mente fredda non confermerei in toto questa affermazione, ma in quel momento l’ho pensato con entusiasmo.
Ah già, non mancano poi tutti gli ingredienti che fanno di un film un gran film, ho già detto dell’ottima interpretazione degli attori, la fotografia, la sceneggiatura non lineare e perfetta, la colonna sonora…
Il film è del 2004, vecchiotto come tutti i film che vedo ultimamente, ma da poco è uscito il dvd a pochi euro, in edizione speciale. Acquisto consigliato (per chi compra le cose, ovviamente, agli altri consiglio comunque di metterlo in coda su e-mule).

Infine, per rendere ulteriore giustizia al titolo originale, riporto il brano della poesia di Alexander Pope (citata nel film) da cui è tratto:

How happy is the blameless vestal's lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray'r accepted, and each wish resign'd.

[*] Non siamo nuovi a queste trovate: rimane in vetta alla mia classifica (ma quello in questione si avvicina parecchio) un film di Truffaut del 1970, Domicile conjugal che era stato tradotto in “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” per essere contrabbandato come pecoreccia commedia sexy.

10 dicembre 2007

Marco Parente – Neve Ridens

In realtà i dischi sono 2, e si chiamano rispettivamente Neve Ridens e Neve Ridens. La differenza sta solo nella grafia, il primo, quello del 2005 ha la seconda parola barrata, il secondo, del 2006, la prima. Le ragioni artistiche di questa scelta mi sono ignote, ma dal punto di vista pratico posso immaginare che possano causare qualche disguido:
“Voglio Neve Ridens di Marco Parente, per favore” dico al commesso.
“Ecco”, mi fa, e, invece di porgermi quello che voglio, mi da l’altro.
“No, scusi, non questo, io volevo Neve Ridens”
“Eh, Neve Ridens c’è scritto, guardi”
“E no! Questo ha la parola Ridens cancellata, io voglio quello con i graffi sulla parola Neve”
E il commesso, che magari non sa di questa trovata di Marco Parente, mi guarda come se fossi scemo.
Analogamente potrei creare una situazione di imbarazzo con un commesso competente e un cliente poco informato, ma più o meno l’effetto sarebbe lo stesso. E sono sicuro che, se non proprio l’autore magari il produttore, a queste situazioni ci hanno pensato. E si sono pure divertiti a mimare una scena: “Lei pensa di prendermi per il culo?” “Ma va, imbecille, informati!” e giù schiaffoni.
Ma al di là di questo, mi preme davvero tanto parlare di questi due dischi.

Marco Parente calca le scene già da molto tempo, inizialmente con il giro dei CSI, suonando la batteria in Ko de Mondo e Linea Gotica (si parla di metà anni ’90), poi inizia a registrare a nome suo, non smettendo comunque mai di collaborare con altri artisti più o meno famosi come Cristina Donà o gli Afterhours, ed è un questa veste, nel comparire spesso nelle note di copertina dei loro dischi che mi ha reso il suo nome familiare, ma niente più, non sapevo neanche che faccia potesse avere.
Poi, qualche tempo fa, non so perché, non so come, mi sono incominciato a chiedere se davvero non si riuscisse a trovare in Italia un cantautore davvero valido che non fosse uno dei grandi nomi del passato. Ammetto la mia ignoranza, ma a guardarmi intorno vedevo un paesaggio davvero desolante, popolato da personaggi troppo attenti alla posizione in classifica o a consolidare remoti successi che a inventare nuova musica. In un negozio di dischi, di quelli che mettono a disposizione delle cuffie per ascoltare i cd in vendita, ho dato un ascolto alle tracce del secondo album.
Folgorazione! Finalmente qualcosa di interessante.
L’ho comprato e inserito nel lettore in macchina. C’è stato una settimana buona, oggetto di ripetuti e ammirati ascolti.
Documentandomi ho scoperto che questo cd è la seconda parte di un lavoro in due atti, Neve Ridens con le già citate differenze grafiche. Ho acquistato quindi pure il primo e gli ho riservato lo stesso trattamento di ascolto iterato.
Sono due album abbastanza omogenei, tanto da fare sorgere spontanea la domanda su perché non si sia pensato ad un album doppio; le risposte possono essere anche meramente commerciali (un album doppio di un quasi Mr. Nessuno chi se lo compra?), ma in effetti i due cd hanno un approccio sufficientemente diverso da giustificarne almeno la ripartizione. Il primo infatti è più melodico, mentre il secondo si colloca degnamente in quell’etichetta di songwriting adottata da chi con cantautorato intende i lavori dei mostri sacri del passato.
In effetti non siamo più in ambito di canzoni chitarra-voce strutturate su schemi strofa-ritornello ad accompagnare messaggi in forma di testo. Siamo nell’ambito dell’evoluzione più moderna di quell’approccio: arrangiamenti sofisticati, strumentazione inusuale, testi al limite dell’intelligibile, strutture complesse e stratificate. C’è pure passione, quel sangue&sudore che è ingrediente fondamentale per chi cerca di trasmettere se stesso attraverso i suoni e la musica, ci sono sussurri, ci sono rumori, ci sono dissonanze… Ma c’è pure melodia (non banale), ritmi accattivanti e testi da canticchiare. Però non è tutto lì, ed è questa la differenza con quel desolante panorama di cui dicevo prima. L’unico appunto che sento di fargli è che scivola un po’ troppo verso i Radiohead di qualche tempo fa. Peccato veniale però, primo perché i Radiohead di qualche tempo fa producevano cose meravigliose e secondo perché queste scivolate sono sinceramente poche (3, 4 sui due dischi). Prendiamole come citazioni, va.

5 dicembre 2007

Come io vedo il mondo

Ho appena finito di leggere il libro qui a fianco. Si tratta de "L'illusione di Dio", l'ultimo libro pubblicato in Italia da Richard Dawkins.
Dawkins è un biologo inglese che è considerato uno dei maggiori scienziati darwinisti del mondo (e forse, dopo la morte di Stephen Jay Gould, il maggiore) e che ha sempre fatto un'encomiabile opera di divulgazione scrivendo libri interessantissimi che forniscono una descrizione molto approfondita, sebbene comprensibile anche ai non addetti ai lavori, della teoria dell'evoluzione.
Questa sua posizione l'ha messo quindi in aperto contrasto con quelle frange religiose che, bibbia alla mano, sostengono la teoria del creazionismo, cioè l'ipotesi secondo cui la terra è stata creata in sette giorni, popolata in un giorno di tutte le specie che possiamo vedere oggi (e che quindi non hanno subito evoluzione alcuna, ma sono state concepite proprio così), ha qualche migliaio di anni di vita e così via.
L'essere coinvolto (direi suo malgrado) in questo tipo di dibattito, ha fatto di Dawkins una specie di paladino della laicità, o meglio, proprio dell'ateismo.
In questo libro lo scienziato abbandona quindi (temporaneamente credo) il suo ruolo di scienziato per affrontare il tema dell'esistenza di Dio, della religione, della fede, dell'etica e di tutte le tematiche correlate all'esperienza religiosa in senso lato.
La sua posizione, è quasi inutile dirlo, è quella di negazione totale dell'esistenza del trascendente in generale e di un Dio personale in particolare. Nello snodarsi dell'esposizione, Dawkins sostiene il diritto della scienza a dire la propria sull'esistenza di Dio, magari non arrivando a negarla con certezza, ma almeno a giudicarla ipotesi altamente improbabile. Tanto improbabile quanto una teiera in porcellana in orbita intorno al sole tra la Terra e Marte: magari è difficile o impossibile dimostrarne l'inesistenza, ma altrettanto difficile sostenerne la veridicità (l'idea della teiera orbitante è di Bertrand Russell, più volte citato nel libro).
Gli argomenti toccati sono poi molti altri e tutti di portata sicuramente notevole, quali l'educazione dei bambini, le origini socio-biologiche della religione, l'etica, la morale descritta nella Bibbia, la deriva del fondamentalismo e via dicendo.
E' interessante poi, soprattutto per noi italiani, leggere dell'opinione che ha, da ateo più vicino al protestantesimo che alla Chiesa di Roma, di certi rituali o consuetudini cattoliche, quali, su tutte, i processi di santificazione, i miracoli e il politeismo (trinità, Madonna, santi, angeli, cherubini...) che di fatto impregnano la cultura religiosa dalle nostre parti.
E' un libro intelligente, inoppugnabile (per me) nelle premesse e (oggettivamente) nelle conclusioni, che non si preoccupa di nascondersi dietro l'immotivato rispetto che sarebbe da attribuire alle fedi religiose e alla sensibilità dei credenti, ma espone in maniera pacata e coerente la posizione di chi credente non è, ed è fiero di esserlo.

Ogni tanto capita che io venga a trovarmi coinvolto in discussioni che riguardano la mia risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto. Beh, d'ora in poi potrò dire, anche a chi non mi è abbastanza vicino da affrontare certi discorsi con me dopo cena, che con ottima approssimazione, la mia visione delle cose coincide con quanto potete trovare in queste pagine.

3 dicembre 2007

El Guapo - Super/System

È uno dei leit-motiv di chi ascolta musica indie: ciò che ha successo è da disprezzare. È sicuramente un punto di vista molto snob, piuttosto antipatico e pure un po’ supponente, però bisogna riconoscere che ha un suo fondamento. In poche parole si basa sul fatto che il gusto medio, quello che costituisce i grandi numeri e quindi il successo, è basato su un grado di competenza per forza di cose molto superficiale. Non mi riferisco solo alla musica ovviamente, ma pure alla letteratura, al cinema, alla pittura e pure, uscendo dall’ambito più rigirosamente artistico, pure allo sport, alle auto, alla moda, alla cucina [sto palesemente cercando solidarietà: provate a pensare qual è il campo in cui vi sentite più ferrati della media e valutate quanto sono diverse le vostre preferenze rispetto a quelle della maggioranza delle persone]. Sembra esserci una legge matematica che soggiace a questa constatazione, ma forse è solo sociologia: non abbiamo la possibilità materiale di approfondire tutto quello che ci interessa e quindi siamo superficiali nella maggior parte dei casi (se va bene. Volendo possiamo anche essere superficiali su tutto). Ed essere superficiali significa pure essere più esposti agli stimoli promozionali e commerciali che hanno una ragione di essere nella semplicissima constatazione che la fruizione dei nostri interessi ha pure un risvolto economico, cioè siamo disposti a pagare per soddisfare le nostre curiosità e tanto meno siamo smaliziati, tanto più siamo inclini ad accettare consigli e suggerimenti da sirene pubblicitarie e propagandistiche.
Un corollario all’equazione di successo = di bassa qualità è l’affermazione se possibile ancora più snob che, viceversa, ciò che è di nicchia e poco apprezzato dal grande pubblico è automaticamente apprezzabile. Questa è un’affermazione che, sebbene possa essere in un certo senso seducente, all’atto pratico trova talmente tante eccezioni da rivelarsi del tutto infondata. Basti pensare a tutta l’immondizia che infesta qualsiasi campo dello scibile, che è talmente di basso livello da non potere neanche essere gradita dai fruitori più distratti. E pure, dato che sono convinto che il successo di pubblico sia determinato in buona misura dalla spinta promozionale, è sufficiente che questa spinta non ci sia perché la visibilità di un prodotto sia pressoché nulla, a prescindere dal suo valore effettivo.
Eppure rimango convinto che sia proprio nel troppo vasto mondo del misconosciuto che si trovino le gemme più preziose ed è per questo motivo che negli ambiti in cui sono più appassionato, la musica per esempio, cerco con brama qualsiasi indicazione o dritta che mi possa svelare qualcuno di questi tesori.
Una delle mie bussole preferite in questo ambito è un libro che si intitola “Rock e altre contaminazioni”, scritto dai giornalisti di Blow Up (mia bussola mensile) che ha la pretesa di elencare e descrivere i 600 album a dir loro fondamentali per comprendere l’evoluzione e la storia del rock (lo potete trovare qui). Va da sé che, di queste sei centinaia di dischi, si possano contare sulle dita quelli che hanno riscosso un vero ed universale successo commerciale, per cui, anche solo per scoprire nuovi nomi, trovo che sia un libro interessantissimo. Ma magari ci tornerò su più in dettaglio un’altra volta.

Oggi mi preme condividere una scoperta che ho fatto grazie ad esso. Si tratta degli El Guapo, un trio proveniente dalla zona di Washington D.C. che ha fatto questo disco talmente poco diffuso da essere persino difficile da recuperare dai percorsi p2p. Lo sto ascoltando da qualche giorno e mi sento travolto dall’entusiasmo per la scoperta di una tale meraviglia. Non mi è facile descrivere di cosa si tratta, perché è una cosa che io non avevo mai sentito. Certe eco ci sono, danno dei riferimenti, e si orientano nell’ambito di una rielaborazione della new-wave, ma sono talmente rimaneggiati alla luce non solo di quello che è venuto dopo (techno, noise, post-rock…), ma pure da quello che c’era prima e che la new-wave, proprio nel suo essere “new”, aveva ripudiato: prog, kraut, pure jazz e jazz-rock e qualche strizzata d’occhio al buon vecchio Zappa, il tutto talmente ristrutturato, dicevo, da perdere qualsiasi connotazione di nostalgico revival.
Ne è venuto fuori un lavoro composto da ben diciotto tracce, alcune a dire il vero brevissime, ma che devono la loro concisione non all’essere dei riempitivi quanto al fatto di essere sufficienti a se stesse, dall’essere un discorso che non richiede ulteriori sviluppi. Le tracce invece di lunghezza più usuale hanno solo questa in comune a canzoni ordinaria fattura: fin dalle prime battute rivelano strutture sghembe, a volte complesse e a volte scarne ma mai, in nessun modo, banali e che evolvono puntualmente verso derive affascinanti.
Ritornando al discorso iniziale, la scarsissima visibilità (ho faticato davvero parecchio a procurarmelo) di un lavoro come questo, è molto probabilmente e semplicemente dovuta ad una esiguità di mezzi finanziari di chi l’ha prodotto, scarsa possibilità di promozione, pure in ambiti specialistici, assenza di video, bassa propensione al divismo degli autori, ma è pure imputabile, e qui salta fuori l’orgoglio snob, ad una sua elevata sofisticazione, troppo elevata per essere apprezzabile senza un’adeguata conoscenza delle possibilità dell’espressione musicale.
Chiaro che io, proprio per orgoglio, preferisco propendere per la seconda motivazione, ma insisto col dire che non si tratta solo di autocompiacimento: sono davvero convinto di essere alle prese con un capolavoro e ho bisogno di giustificazioni di vario tipo per comprendere perché non sia conosciuto ed apprezzato per quel che merita.

27 novembre 2007

Un pensiero serio

Questa volta scrivo su un argomento un po' più serio dei soliti dischi o libri.
Forse tutti conoscete la storia di Randy Paush. Se no sappiate che è uno di quei fenomeni cosiddetti virali sempre più diffusi (e sfruttati) nell'epoca del web 2.0 che si diffondono come un virus, appunto, grazie al cosiddetto tam-tam della rete.
In questo caso la storia è piuttosto commovente ed edificante: un professore americano di informatica a cui è stato diagnosticato un tumore al fegato incurabile, decide di tenere davanti ai suoi studenti (l'aula si rivelerà poi stracolma di amici e persone variamente interessate) la sua lezione di commiato e come argomento sceglie non la propria condizione, ne' la morte, ne' argomenti impegnativi tipo il senso della vita, ma "Come realizzare i sogni della propria infanzia". Il video di questa lezione è poi finito su Youtube (qui, ma è pure presente sul sito della sua università) ed è stato visto centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. A oggi la versione su Youtube è stato scaricata più di 250.000 volte.
Inutile dire che quest'ultima lezione del Prof. Paush è una vera lezione di vita, di quelle che toccano profondamente. Vale davvero la pena, volendo qui c'è pure una trascrizione tradotta.

Beh, tutto questo è piuttosto noto. Quello che mi ha fatto immensamente piacere scoprire oggi, è che Randy Paush sta ancora molto bene.
Allego qui sotto un'immagine presa dal suo sito, un'immagine che a realizzarla a casa mia riscuoterebbe un successo clamoroso.
Forza Randy!

Throbbing Gristle - Part Two: The Endless Not

Dove sta andando la musica? Cosa si può inventare ancora?
Sono domande piuttosto frequenti in chiunque cerchi qualcosa di nuovo in questa forma espressiva a riguardo della quale a volte pare che si sia già detto e fatto di tutto. Tanto per fare un numero, freedb, il database che raccoglie i dati relativi a praticamente ogni CD che venga pubblicato al mondo, contiene qualcosa come due milioni di voci. Parliamo di qualsiasi CD musicale, dalla musica gotica al noise, dal jazz al rock, dal liscio all’avanguardia, dal punk ai quartetti da camera di Mozart. Se facciamo il solito discorso delle note che in fondo sono 7, e gli accordi sono poi sempre quelli (il discorso che giustifica i plagi, per intenderci) c’è ancora la possibilità che ancora oggi, nel 2007, si riesca a produrre qualcosa di innovativo, senza che questo finisca con lo scivolare nell’esercizio fine a se stesso?
Grazie al cielo la domanda è retorica, e la risposta è affermativa. È il caso di questo disco, uscito in realtà da un po’ di mesi, ma che mi sarebbe dispiaciuto non segnalare prima della fine dell’anno.
I Throbbing Gristle sono uno di quei gruppi che pare che abbiano la musica come attività collaterale, essendo la loro principale la dissacrazione, la provocazione, il tutto con un approccio molto cerebrale e artistico nel senso più sgradevole del termine. Le loro performances (definirli concerti sarebbe riduttivo) non disdegnavano esibizioni pornografiche, violente, disturbanti, di quelle che da un lato ti lasciano perplesso se non proprio irritato, dall’altro possono anche colpire nel segno se il loro intento è risvegliare a suon di shock una parte dormiente della tua coscienza.
Poi però l’attitudine musicale del gruppo prese il sopravvento e si realizzò tra il 1977 e il 1981 con una serie di album, EP e registrazioni live che fondarono un genere, l’industrial senza mai tralasciare l’aspetto provocatorio nelle performance dal vivo.
Nell’81, poi, con una visione autocritica che dovrebbe essere molto più diffusa, compresero che il loro compito era stato realizzato, (Mission terminated) e si sciolsero. Non che non avessero più nulla da dire, semplicemente il seme era stato lanciato, aveva attecchito, e non richiedeva da parte loro ulteriori cure. Poteva essere lasciato libero di crescere secondo le intenzioni di chiunque avesse raccolto il testimone.
I membri dei Throbbing Gristle proseguirono quindi in progetti diversi, chi rimanendo nell’abito musicale, chi riavvicinandosi all’ambito della performance artistica.
Poi dopo ben 26 anni e qualche sopradico riavvicinamento, i quattro decidono di ritrovarsi per realizzare un nuovo lavoro, Part two: The endless not.
Un’operazione del genere è di quelle a massimo rischio, di quelle che critico e pubblico, ben felici di potere riascoltare qualcosa di nuovo da artisti stimati, li attendono però col fucile puntato, pronti ad impallinare qualsiasi scivolata verso la banalità, il bollito, lo scontato, insomma verso la nostalgia dei bei tempi che furono. E di solito va proprio a finire così, nella stragrande maggioranza dei casi.
E invece i TG affrontano l’operazione con un processo diverso: rinunciano ad essere avanguardia (non lo sono più, sarebbe sciocco provarci) e a maggior ragione rinunciano pure ad accodarsi a qualsiasi corrente moderna. Si astraggono quindi da ogni tentazione modernista e fanno un disco fuori dal tempo.
Se lo ascolti non ci trovi nulla di familiare, mai. Però neanche niente di rivelatorio, nessuna apertura di nuovi fronti musicali, nulla che possa dirsi seminale per il futuro. Ci sono brani in cui il ritmo è sostenuto da micro-loop di rumori inintelligibili e l’armonia (se così si può chiamare)è fatta di strati di altri rumori che solo se uditi nel loro insieme acquistano significato musicale. È un po’ come guardare lo schermo di un televisore, da vicino si vedono solo puntini colorati, occorre allontanarsi per comprendere l’immagine che viene trasmessa.
Altri brani hanno un approccio che sembrerebbe più tradizionale, con strumenti quali sax o pianoforte e un canto indolente. A volte sembra (addirittura!) di ascoltare una canzone, la bellissima e struggente Almost a kiss, altre volte il suono si fa totalmente sconnesso, ai limiti del rumore.
Qualche post fa sostenevo che non fosse un buona strategia quella di essere alla moda se si desidera mantenere una certa durata nel tempo. Ascoltando questo disco mi trovo a confermare questa impressione: il suo essere al di fuori (al di sopra) del tempo, unito ovviamente alla grandissima classe dei quattro TG e alla loro intelligenza compositiva, lo rende già un classico, di quelli capaci, pure fra dieci anni, di provocare le stesse bellissime sensazioni.

Ah, ancora una nota riguardo la confezione del CD: si tratta di un jewel-box completamente trasparente che contiene solo il CD stesso e la copertina. Su questa è riportata una foto del monte Kailash, la montagna più sacra di tutto il Tibet, talmente sacra che non è permesso scalarla, e questo, oltre alla sua posizione difficilissima da raggiungere la rende uno dei luoghi più inaccessibili del pianeta. Un luogo denso di spiritualità, altissimo ed inaccessibile: ha a che fare con il contenuto del disco, eccome.

21 novembre 2007

M.I.A. - Kala

Di cognome fa Arulpragasam, di nome Mathangi, Maya per gli amici. Come nome d’arte (o di battaglia) ha scelto M.I.A., che significa Missing In Action, disperso in azione, che è il codice con cui venivano designati i soldati U.S.A. non più tornati dalle guerre nel sud-est asiatico. E nonostante le apparenze, colorate e festose, l’animo di M.I.A. è decisamente combattivo.
Il territorio, a volerlo delimitare grossolanamente, è quello della dance, ma la sostanza è molto, molto profonda. Anzi, “profonda” non è la parola migliore: “vasta” è più corretto. La ragazza ha infatti origini cingalesi, ma è cresciuta musicalmente a Londra, dove, pur assimilando la cultura club più di tendenza del mondo, ha conservato un’attenzione intensa per il cosiddetto sud del pianeta, sia per quanto riguarda i suoni che per i testi, e così va a finire che la sua musica riesca ad abbracciare la vastità del mondo ben oltre i sempre più angusti confini del nostro “occidente”.
Però non si pensi ad un esempio classico di world music, anzi: questa è roba che se la ascoltate a volume alto in macchina rischiate di fare la figura del tamarro da unza-unza. Il fatto è che se gli prestate orecchio con appena un po’ di attenzione, vi accorgete che i suoni sono sofisticatissimi e stratificati e che molti di essi evocano paesi esotici, paesi poveri, paesi sfruttati e pure “stati canaglia”.
E poi i testi, cantati con il piglio gioioso della disco music, celano testi che sono vere mazzate, roba da svuotare le piste a suon di sensi di colpa, altrochè:

When you go Rwanda Congo
Take me on ya genocide tour
Take me on a truck to
Darfur
Take me where you would go

Oppure

I'm knocking on the doors of ya hummer hummer
Yeah we hungry like the wolves huntin dinner dinner
And we moving with the packs like hyena yena
Barbarella looks like she my dead ringer
When I'm dogging on the bonner of ya red Honda

Insomma, questa è la strategia di Miss M.I.A.: gridare al mondo le sue peggiori nefandezze utilizzando uno stile accattivante, gradevole alle masse, perché è alle masse che deve arrivare il messaggio ed è controproducente fare i ricercati o i sofisticati. Però M.I.A. sofisticata lo è, eccome, e allora scopri che quello stile all’apparenza trito nasconde un tesoro di generi, stili, suoni e influenze da fare invidia ai più paludati chansonnier.
E infine l’ultimo dettaglio (si fa per dire): la ragazza è pure bellissima, e questo non fa altro che aumentare il fascino accattivante della sua proposta. Per questo motivo, per avere una sua immagine nel mio blog, ripeto lo schema di mettere su la copertina del CD in oggetto e qui sotto la foto dell’artista.
Voilà:

20 novembre 2007

A proposito di buon gusto

Passo davanti ad una libreria e vedo in vetrina un bello spazio dedicato all’uscita dell’autobiografia di Mike Bongiorno. “Echissenefrega” dovrebbe essere la reazione più assennata. Però, incuriosito mi avvicino per ammirare la foto di copertina. Il Mike sembra uno splendido quarantenne, solito miracolo fotografico. Niente di che, ormai lo fa chiunque, pure io dovrei ritoccare un po’ la foto qui a lato. Poi guardo bene e inorridisco: il titolo del libro è “La versione di Mike”.
Echeccazzo, no! Questa è lesa maestà!
Mike, fai quel che ti pare, reclama pure il tuo seggio al Senato, va in giro vestito da pirla per la pubblicità se vuoi, ma non ti permettere di fare il verso a “La versione di Barney”, chiaro? Mi spiace, ma non ne sei degno.

Dato che è da poco trascorso il decennale dalla sua pubblicazione, non mi perito di accendere un cero virtuale a memoria di quello che è uno dei più bei libri che abbia mai letto.

[Chi indovina dalla copertina di quale album ho preso la candela qui sopra, vince una copia in mp3 di Daydream Nation condivisa su Rapidshare.com]

15 novembre 2007

E poi dicono le femministe...

Al di là della partigianeria di genere, bisogna riconoscere che, nonostante la più che encomiabile (e per conto mio condivisibilissima) ragion d'essere di fondo, il femminismo ha combattuto anche delle battaglie che dire dettate da pedante pignoleria è poco.
Poi però uno scopre che negli anni '60, pure passatempi innocui come la battaglia navale:erano ricoperti da una delicatissima patina di maschilismo:


e allora si può giustificare pure qualche eccesso.
(trovato qua)

14 novembre 2007

Scambia una canzone con Sufjan Stevens

Si sa, Natale sta arrivando e la tradizione vuole che diventiamo tutti un po’ più buoni. Un’altra tradizione vuole che a Natale ci si ritrovi con parenti e amici per scambiarsi gli auguri. E un’altra ancora vuole che durante questi incontri ci si scambino dei doni. Beh, questo è pure ciò che ha deciso di fare Sufjan Stevens con ognuno di noi. O meglio: con uno di noi. E cos’ha Sufjan Stevens da regalare? Canzoni ovviamente. E cosa si aspetta in cambio? Un’altra canzone.
Sufjan Stevens è il ragazzo con l’aria non proprio da genio nella foto qui sopra. È un personaggio incredibile, dotato di una creatività magnifica, sembra non avere alcun imbarazzo ad impersonare il ruolo dello stupidotto provincial-americano.
Due dei suoi album maggiori (e bellissimi) sono dedicati a due stati americani (Michigan e Illinois) e il suo progetto mai smentito è quello di incidere un album per ognuno dei 50. Solo che già dentro al secondo ha infilato 22 tracce, poi insistendo sullo stesso stato con un disco di extras con altre 21 tracce. Voglio dire, se io avessi fatto una sparata del genere (“Inciderò 50 album!”), proverei per lo meno a limitare la roba da mettere in ognuno, magari destinando al disco successivo ciò che posso.
Ma lui no. Lui non si limita, abbandona temporaneamente il progetto e pubblica per il Natale 2006 un cofanetto con 5 (5!) CD interamente dedicati al Natale, ripescando quelle canzoncine che nei film americani vediamo cantare in circolo sotto la neve nei giardini delle casette di provincia.
E per quest’anno ha in mente la pubblicazione di un nuovo album natalizio, e una delle canzoni di queste sarà l’oggetto dello scambio.

In pratica funziona così: chi vuole può inviargli una sua canzone a tema natalizio. Sufjan e la sua casa di produzione la Asthmatic Kitty (Gattino Asmatico!) sceglierà un vincitore e quella persona scambierà i diritti della canzone con una di Sufjan composta per l’occasione. Come con i regali natalizi, dopo lo scambio, la canzone ricevuta diventerà la propria canzone e chi la riceve potrà farne ciò che vuole, rivenderla alla Coca-Cola, inserirla nel proprio disco, cantarla a Sanremo, tenersela per se e cantarsela sotto la doccia, distribuirla gratis sul proprio sito, insomma, proprio quello che vuole.
Ovviamente Sufjan potrà fare lo stesso con la vostra ex-canzone.
Inoltre, solo ad inviare la propria canzone, pur non essendo scelti, si da il diritto alla Asthmatic Kitty di metterla in stream sul proprio sito. È comunque un’altra vetrina dove proporsi.

13 novembre 2007

Bono home made

Nel post dedicato a Kate Nash dicevo della (eventuale) potenza del Web 2.0 nel suo uso promozionale: io voglio mettermi in vetrina e lo utilizzo come tale, virtualmente proponendo a tutto il pianeta me stesso o i miei lavori, i miei prodotti. Così ha fatto Kate Nash e da sconosciuta è diventata conosciuta.
Uno strumento così potente non è però di esclusivo utilizzo dei non-famosi, anzi, ci sarebbe da stupirsi se chi famoso lo è già non utilizzasse questi mezzi come ogni altro per diventarlo ancora di più.
E così han fatto gli U2. Fra poco ricorre il ventennale dall’uscita di The Joshua Tree (chi come me lo comprò appena uscito, faccia un sobbalzo sulla sedia e dica “Madonna quanto son vecchio!”) e per celebrare l’evento il gruppetto di Dublino ne ripropone ben tre versioni (CD normale, deluxe con inediti e rarità e box-set con anche DVD).
La promozione di queste uscite avverrà nei soliti modi, e mi immagino già i negozi di dischi con gigantografie di Bono & Co., ma anche, e qui salta fuori il Web 2.0, per mezzo di un video che anticipa Wave of Sorrow, un brano inedito contenuto nel Deluxe.
Questo ha l’aspetto di un video casalingo, girato con una telecamera tipo quella che io uso per filmare i compleanni dei bambini, e riprende Bono in persona che, prima spiega la genesi del brano, poi attacca la musica che sembra provenire dal suo stereo e ci canta sopra. Ogni tanto, sempre mentre il brano gira in sottofondo, smette di cantare per commentare il testo, poi riprende a cantare in sincrono e così via. Verso la fine poi commenta parlando sui chorus finali e l’effetto è anche carino, una sorta di doppio binario parlato/cantato.
Bono è seduto su un divano tipo IKEA (seeee….), con orribili tendine alla finestra alle sue spalle, indossa una t-shirt come quelle che teniamo tutti noi in casa e un paio di occhialoni come si tengono sempre mentre si sciabatta per casa… (ma noooo, non è lo sponsor, dai!).
Vabè, al di là del sarcasmo, la canzone è una solita degli U2 e non so proprio se sia il caso di ricomprarsi The Joshua Tree per essa, magari spendendo un bel gruzzoletto (qualcosa mi dice che non sarà a 7 euro), però l’operazione è interessante.

In genere le star che si “abbassano” ad assumere atteggiamenti popolari (come le aspiranti rockstar che mettono il proprio video “salotto e chitarra” su YouTube) risultano un po’ goffi. Giudicate voi, il video è qui sotto.

12 novembre 2007

Crash

Che gusto c’è a farsi prendere a pugni nello stomaco da un film? Me lo sono chiesto diverse volte guardando questa pellicola. Può darsi che in fondo ci sia una sorta di masochismo, ma alla fine la risposta è abbastanza semplice: se un film parla della realtà e lo fa in maniera realistica, non può fare a meno di essere crudo e duro. E a me piacciono i film che descrivono la realtà senza edulcorarla, quindi piuttosto che farmi prendere in giro, preferisco essere preso a cazzotti.
Non so quanto questa cosa sia condivisibile, ma per me è così.

Crash è un film del 2005 che racconta, incastrandole l’una nell’altra, tante storie, o più semplicemente, tanti avvenimenti che capitano durante 36 ore a Los Angeles. Il tema principale, il combustibile che alimenta tutti i drammatici accadimenti, è il razzismo, il classismo, l’intolleranza e le incomprensioni tra differenti gruppi etnici o classi sociali. Il modo in cui questi vengono presentati, ed è questo secondo me il punto forte del film, è ogni volta quello del protagonista.
Per esempio: due borghesi bianchi vengono rapinati dell’auto da due neri armati di pistola. Il film poi si sviluppa facendo vedere sia il punto di vista dei rapinati che quello dei rapinatori, mostrandone tutte le ragioni, i torti, le ipocrisie e le contraddizioni, dimostrando che la realtà non è mai una semplice questione manichea di buoni/cattivi o bianco/nero, ma è talmente ricca di sfaccettature e angolazioni equivalenti da renderci ogni volta impossibile dire con sucurezza dove sta il torto e dove la ragione.
E questa sensazione, l’impotenza ad emettere giudizi netti sulle azioni delle persone, per quanto efferate o sublimi esse siano, è una sensazione che sotto sotto provo molto spesso. Non riesco infatti a rassegnarmi al fatto che l’animo umano e la vita delle persone sono argomenti talmente complessi ed articolati da rendere possibile il formulare giudizi sommari, e in fondo giustifico l’operato di chi (i giudici) queste cose (i giudizi) le fa quotidianamente, solo assimilandolo ad una sorta intervento arbitrale che si può solo limitare a valutare l’osservanza o la trasgressione di una regola senza essere tenuti, perché impossibile, a valutarne le ragioni di fondo.
Abbandonando i miei discutibili e contorti ragionamenti e tornando al film: come molto spesso capita nei film americani, la sceneggiatura e le recitazioni sono di livello eccelso, il ritmo è sempre sostenuto, senza mai momenti morti e, nonostante l’estrema frammentarietà della narrazione (le storie sono raccontate a spezzoni che si alternano e si intrecciano costantemente), non si ha nessuna difficoltà a seguirne il filo. L’inizio è drammatico e cinico in tutti gli episodi, poi a seconda dei casi evolve in direzioni dal tenore molto diverso tra loro, qualcuna va bene, qualcuna va male. Come nella vita vera.

Non vorrei essere frainteso, non è un film realista (non nel senso cinematografico del termine), tutt’altro. Però è un film che riesce a mettere in evidenza un aspetto importante della realtà, un aspetto su cui riflettere e che in fondo si può tradurre nel semplice consiglio di buon senso che consiste nell’essere molto prudenti prima di lasciarsi andare in condanne o applausi, perché le cose sono sempre, ma davvero sempre, più complicate di quanto può sembrare.

8 novembre 2007

Kate Nash – Made of Bricks

Questa è una perfetta favola da web 2.0, quel modo di vedere l’attuale Internet non più come un catalogo di informazioni messo a disposizione da grandi editori, ma come un aggregato di contenuti creati dai singoli utenti (blog come questo, ma soprattutto altri ben più popolari, ne costituiscono un lampante esempio).
Kate Nash è una graziosa ragazzotta inglese, cresciuta in un quartiere di Londra che, nonostante avesse studiato il piano da bambina, coltivava il sogno nel cassetto di fare l’attrice.
Poi però si sa, la vita è infingarda, e, arrivata finalmente all’audizione che le avrebbe dovuto spalancare (o anche solo socchiudere) le porte del successo teatrale, fu insindacabilmente rifiutata. Avvilimento e sconforto devono avere minato il buon umore della giovinetta (ha 20 anni, è del 1987) e per colmo di sfortuna, pochi giorni dopo quell’infausta audizione, con la testa persa in chissà quali pensieri, scivola per le scale e al termine del ruzzolone si trova con un piede rotto.
Convalescenza e gesso sono cose noiose da sopportare, soprattutto perché costringono all’immobilità. Così Kate, per ingannare il tempo si riavvicina al piano (e a un basso elettrico regalatole dai genitori) e inizia a comporre, a sistemare vecchie idee, a crearne di nuove, e alla fine, con un pacchetto di canzoni si prenota per una serata in un bar locale dove presentarle al pubblico.
Questa volta il successo è maggiore. Niente di che, ma la gente che la sente sembra apprezzare, così Kate prende coraggio e decide di aumentare il proprio bacino di utenza e apre uno spazio su MySpace dove mette i propri pezzi disponibili all’ascolto.
Non so se conoscete MySpace. E’ un servizio su cui è possibile creare un proprio spazio e fare promozione dei propri lavori, tipicamente musica o video. Pure i gruppi più famosi hanno il loro spazio e su questo è possibile ascoltare senza spendere soldi o fare filesharing i loro pezzi, magari dell’ultimo album (per esempio i Subsonica hanno usato questo servizio per presentare il loro ultimo video. È ancora lì, se vi interessa andate a vederlo).
Oltre che per i gruppi famosi però, su MySpace vuole essere vetrina di tutti quelli che famosi non sono ancora e soprattutto grazie ad un sistema di legami tra i vari utenti del sito, si può creare una rete di contatti che mette in evidenza il proprio lavoro ad addetti ai lavori, musicisti o appassionati.
Non funziona sempre, anzi, sinceramente non funziona quasi mai, però può succedere che qualcuno, grazie a questo sistema, esca dall’anonimato (sono milioni gli utenti di questo servizio) e riesca a realizzare il suo sogno di diventare una star.
Questo è il caso di Kate Nash.
Tra i contatti che la ragazza si crea, vai a sapere come e perché, spicca quello di tal Lily Allen, cantante pop di un certo successo (a cui è giunta per vie più convenzionali: suo padre è un famoso attore comico) che si innamora della musica di Kate, la valuta e la propaganda come "next big thing" e accelera il suo percorso verso la celebrità.
Ora (il 6 agosto scorso) ha pubblicato* quest’album che è arrivato fino al n° 1 in UK consacrando definitivamente una popolarità meritatamente costruita tramite il passaparola.

L’album in sé è un meraviglioso disco pop. Pop, niente più, ma davvero accattivante e divertente, di quelli che si fa fatica a non ascoltare battendo il piedino a ritmo. Gli ingredienti sono ottimi, Smiths in salsa pop, folk, dance-pop, Housemartins, sentimentale, soul, sfrontate scurrilità, leggera elettronica… niente di sconvolgente, ma le scelte sono sempre dettate da buon gusto senza mai venire a noia.

Per i momenti più spensierati.

*Nota per chi condivide le mie stesse nostalgie: l’etichetta con cui ha pubblicato è la Fiction, la stessa degli storici album dei Cure.

7 novembre 2007

Strenna - 1

Oggi voglio provare a dare un consiglio per un regalo di Natale. Il motivo per cui lo faccio già ora lo spiego al punto 3 della lista di buoni motivi qui sotto.

L’oggetto in questione è un cofanetto di tre CD, è di Bill Evans e si intitola The Complete Village Vanguard Recordings, 1961. E ora una lista di 5 buoni motivi per cui questo è un ottimo regalo:

1. Questi tre CD contengono la registrazione completa di uno degli eventi più sbalorditivi della storia, non solo del jazz, ma della musica in generale. Il Bill Evans trio (formato, oltre che da lui al piano, dal magnifico Scott La Faro al contrabbasso, personaggio mai abbastanza rimpianto su cui varrebbe la pena di spendere un intero post, e da Paul Motian alla batteria) concludeva un ingaggio di due settimane di concerti al Village Vanguard, storico locale di New York dove la prassi era (ed è tuttora, andate a vedere il sito) appunto quella di scritturare complessi per una o più settimane intere, con esibizioni tutte le sere, più una conclusiva la domenica che prevedeva anche una sessione pomeridiana.
La registrazione di cui parliamo riguarda proprio l’intera sessione domenicale. Quel giorno il trio di Evans si produsse in una serie di performance meravigliosa, una delle più alte vette (forse la più alta) che un trio piano-basso-batteria abbia mai raggiunto, unendo all’eccellenza tecnica dei tre musicisti, una coesione telepatica e un gusto talmente sopraffino da mettere i brividi. Sappiate che persone ben più preparate di me considerano quel trio il migliore di tutti tempi e quell’esibizione la loro migliore prova.

2. La confezione di questo cofanetto è sobria ed elegante (fa figo e non impegna) e fa un’ottima figura su qualsiasi libreria. Gli dà un certo tono, insomma…

3.
Non è facilissimo da reperire, per cui ha anche quell’aria da io ce l’ho e tu no che si spende bene in società. Io l’ho comprato qui, ma si trova pure qui e qui. Questo è il motivo per cui ne parlo già ora, i tempi di spedizione possono essere lunghetti e occorre muoversi per tempo.

4.
Può essere un valido test per la sensibilità della persona destinataria del regalo. Se non viene toccata nelle corde più intime da brani come My foolish hearth, Waltz for Debbie, Porgy (I loves you, Porgy), beh, di fronte avete un cuore di pietra. Traetene poi le conclusioni che ritenete.

5.
Va bene anche come sottofondo. Sia per momenti molto intimi, romantici, che per, chessò, un aperitivino giù al lounge, tra gente che piace.

Bene, io ve l’ho detto. Se poi volete prendere il disco di Natale di Celentano, fate pure.

5 novembre 2007

M. Houellebecq – Le particelle elementari

Era davvero un po’ di tempo che non leggevo un buon libro contemporaneo. La colpa, tengo a precisarlo, è tutta mia, e i motivi sono sostanzialmente due.
Primo: sono diventato troppo esigente, e la causa di questo è che il tempo che attualmente posso dedicare alla lettura rispetto a quello che gli dedicavo una volta, è diventato davvero ridottissimo e non mi posso più permettere di perdere settimane (ahimé, ormai questo è diventato il tempo medio di lettura di un libro) dietro a qualcosa di anche solo buono. Deve essere almeno ottimo per meritare il mio tempo.
Secondo: sempre a causa del mio poco tempo libero non riesco davvero a rimanere aggiornato su quanto riempie il reparto Novità delle librerie.
Per cui la lettura di un libro scritto negli ultimi 20 anni è per me un’operazione che si svolge sempre con un pizzico di diffidenza. Lo faccio, ma sono tante le volte in cui ho scoperto che l’entusiasmo di recensioni o consigli erano del tutto ingiustificati, da farmi ripiegare sempre più spesso su classici o almeno lavori ben consolidati dal tempo.
Con queste premesse è stata per me quindi una soddisfazione davvero grande avere chiuso questo libro dopo averlo divorato in ognuno dei miei preziosi momenti di lettura.
L’approccio è sgradevole, non lo nego. Il sesso è argomento centrale in questo romanzo e il tono con cui viene affrontato è quasi sempre volgare. Volgare nel linguaggio voglio dire: cazzo, fica, culo, seghe e altre amenità sono praticamente il leit-motif di buona parte della narrazione. L’argomento in sé è poi spesso il sesso nelle sue accezioni più squallide e basse, ma qui sta alla sensibilità di ognuno. A me personalmente non turba più di tanto, ma se intendete regalarlo a vostra zia, pensateci bene.
Oltre al sesso c’è poi l’evoluzione dei costumi dagli anni sessanta ad oggi, con particolare riferimento alla cosiddetta rivoluzione sessuale (te pareva) e a certe contraddizioni del movimento hippie. Il tutto visto con gli occhi di due fratellastri, Bruno e Michel, il primo schiavo dei propri istinti sessuali e con enormi problemi nel realizzarli, il secondo, freddo scienziato, del tutto indifferente ad essi, all’amore e in fondo a tutto ciò che non sia in stretta attinenza alle proprie elucubrazioni intorno alla biologia molecolare.
Oltre al sesso, l’altro grande tema al centro di questo romanzo, è un passaggio epocale, di portata pari a quelle dell’avvento del Cristianesimo e di quello della scienza moderna, basato su fondamenti scientifici. Questa mutazione di paradigma viene annunciata nelle prime pagine e svelata via via con lo svolgersi del romanzo, per cui questo è costellato da diverse divagazioni o approfondimenti di natura scientifica. Va fatto notare infatti che la formazione di Houellebecq è di natura più scientifica che letteraria.
Questo libro è poi piuttosto cinico e pessimista, lascia l’amaro in bocca in molti dei suoi passaggi, in certi punti è perfino sgradevole tanto è spietato. Non a caso è stato oggetto di un vivace dibattito culturale all’epoca della sua uscita nel 1998 in Francia, nel 2000 in Italia, ricevendo accuse di pornografia, di tendenze destrorse (nella sua critica al ’68) e di misoginia e razzismo.
Per conto mio però da queste accuse ne esce davvero bene, dimostra di avere una visione del mondo forse troppo pessimistica e non del tutto condivisibile, ma di essere comunque un ottimo prodotto letterario, che sonda a fondo e senza ipocrisie alcuni aspetti dell’essere umano e della nostra società, senza mai dimenticare ritmo e una certa suspence.

Insomma, se riuscite a non farvi turbare dal suo brutto carattere, leggetelo. Credo che come me avrete l’impressione di avere dedicato il vostro tempo ad un lavoro davvero degno di esso.